Una lettera d’amore, in Sicilia nel 1973 (Il Post)

Il 2 novembre 1973, 39 anni fa, una donna siciliana scrisse una lettera al marito, emigrato in Germania. La lettera, parte di un carteggio andato smarrito, finì poi tra le mani dello scrittore di Comiso Gesualdo Bufalino, il quale tentò di darne un’interpretazione. Sia la donna che il marito, infatti, erano analfabeti. Per questa ragione la donna, anziché rivolgersi ad uno scrivano come si faceva in questi casi, scelse di esprimersi con una serie di disegnini o pittogrammi, all’interno di un unico foglio bianco e a righe.

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Le figurine di Radiospazio. Il sogno e il risveglio

SIGISMONDO

Occorre domare
questa natura ribelle,
questa furia, quest’assillo,
se al sogno in caso torniamo.
E lo faremo, avvertiti
da un mondo così bizzarro,
dove vivere è sognare;
e l’esperienza m’insegna
che l’uomo che vive sogna
quel che è, fino al risveglio.
Sogna il re il suo stesso regno,
e vivendo in quest’inganno
regna, dispone e governa;
ed il plauso, che fugace
riceve, lo scrive al vento,
e la morte – sorte ingrata! —
in cenere lo trasforma.
E chi vorrà più regnare
sapendo che si risveglia
già nel sonno della morte?

Pedro Calderón de la Barca, La vita è sogno, Garzanti, Traduzione Dino Puccini

Aldo Palazzeschi, Che cos’era entrato in casa (Frammento)

Alzandomi, una mattina, osservavo mia madre vestirmi con uno sguardo insolito, e sentivo le sue mani che non avevano il ritmo degli altri giorni sul mio corpo; ma un tatto diverso. Sentivo, pure tacendo, che nulla mi apparteneva di lei, mentre le altre mattine, anche pensando ad altra cosa in quell’operazione del vestirmi, era tutta per me. Quella mattina mi era estranea tutta, assente, e s’io le avessi rivolte delle domande mi avrebbe risposto dei «sì» e dei «no» che non sarebbero stati delle risposte, e senza neppure ascoltare le mie parole. Ma io mi guardavo bene dal farle, e già fantasticavo per scoprirne il perché. Lavatomi come sempre e finitomi di vestire, fattami fare la colazione, mi mandò per la donna di servizio al piano superiore senza una parola di commento; cosa davvero insolita per mia madre che non amava cedermi a chicchessia e per nessuna ragione. Per le scale la donna si sentì in dovere di spiegarmi che andavo lassù per fare i balocchini con gli amici che mi aspettavano. Il fatto si ripeté per tre mattine, e la donna non mi veniva a riprendere che la sera, verso le dieci, all’ora di mettermi a letto. Lassù era una famiglia numerosa e accogliente, dove durante i tre giorni venni coperto di cure e tenerezze: giuochi, dolciumi, baci, affettuosità d’ogni specie. Pareva non avessero, quei buoni pigionali, che un unico pensiero: la mia felicità. Chi apriva un cassettone per cercarvi una caramella o un confetto, un gingillo che mi potesse piacere; chi improvvisava un giuocattolo con la carta e col filo; chi inventava un nuovo passatempo o diletto per rallegrarmi e farmi divertire, e a tavola tutti, grandi e piccini, facevano a gara per mettere qualcosa nel mio piatto, tanto che la madre era costretta a intervenire rivolgendo rimproveri di continuo perché mi avrebbero fatto ammalare per un eccesso di alimento. Ma io accoglievo tanta gentilezza sospettoso in quel luogo dove tardavo a divenir familiare, e mi guardavo intorno cercando d’ogni cosa un perché. Quando pregai una signorina di suonare il pianoforte, ché dal giardino ogni mattina la stavo a sentire, la vidi rimanere interdetta e consultare la madre cogli occhi, la quale più interdetta, rispose con un cenno smorzato: «no», quel giorno non si poteva suonare. Fu il solo «no» ch’io m’ebbi durante tre giorni da quelle brave persone. Il mio sospetto cresceva, e me ne stavo fra tante mani amorevoli distratto e scontento, lontano e desideroso di raggiungere le finestre nella speranza di cogliere un segno, un raggio che venisse di sotto a illuminare la mia penosa curiosità. E una volta, riuscito ad affacciarmi, potei vedere nel giardino una nostra parente, con una donna che non conoscevo, intente ad aggiustare un vestito nero femminile che tenevano disteso sulle ginocchia. Che era entrato in casa per cui io ero dovuto uscire? Quale persona si doveva vestire con tanta fretta? In quell’affetto che mi circondava era dunque un inganno, era solo per ingannarmi che si era tanto buoni con me, e il sentimento vero, nascosto, era la pietà, non l’amore. La sera del terzo giorno, sùbito dopo l’imbrunire, tutta quella famiglia si riversò alle finestre dalla parte della strada, e siccome anch’io, per quanto me ne venissero ostacolati i tentativi escogitavo ogni mezzo per potermi affacciare, e compreso che già dovevo avere riconosciuto certe luci e certe voci, la padrona di casa si sacrificò, e portatomi in un’altra stanza mi disse abbracciandomi che nella strada non c’era nulla da vedere, ma passava solamente un morticino piccino piccino, e faceva con le dita il segno di mostrare un chicco di panico in cima al polpastrello dell’indice: «piccino così». Era stata uccisa una pulce certamente, e come ammenda dell’uccisione le facevano il funerale con tanto spreco di voci e di lumi i cui bagliori sinistri avvampavano le finestre. Due ore dopo fui riportato a casa, e questa volta per non salire più al piano superiore. La casa mi apparve deserta, e l’avevo sentita tanto piena durante quei lunghissimi giorni nei quali ero rimasto assente; ebbi il senso del vuoto entrandovi. Fui condotto in cucina dove mio padre era solo e seduto sopra una seggiola impagliata. Non lo avevo mai visto a sedere in cucina, ché non ne aveva il tempo né l’abitudine; pareva vi si fosse rifugiato per essere vicino al fuoco; mi prese sulle ginocchia, prima quasi senza toccarmi, e poi poco alla volta incominciò a stringermi forte le gambe senza poter parlare, mentre gli occhi gli si facevano sempre più grandi e lucidi come diamanti che abbagliavano i miei. Lo guardai tutto addosso piano piano e posi il dito, non con l’intento di indicare veramente ma quasi per toccarla, per sentire se la cosa che vedevo esistesse veramente, sulla cravatta nera. Egli mi stringeva premendomi le gambe sempre più in su, verso l’attaccatura della coscia. Qualche cosa era stato strappato dal suo corpo materialmente, lo sentivo bene, e stringeva la mia carne per risanare materialmente la ferita, riparare a quella perdita, rifarsi del vuoto nella carne. E tutti e due senza parlare.

Aldo Palazzeschi,. Stampe dell’800, Mondadori

Anna Castelli, Vivi e morti (Il Tascabile)

… Uno dei più chiari esempi della relazione ininterrotta che avviene attraverso il corpo del defunto è il racconto dell’antropologo britannico Sir Alfred Cort Haddon che, nel tardo XIX secolo, durante un lungo viaggio tra le popolazioni delle isole dello stretto di Torres, osserva un singolare rituale. Di fronte alle avversità, gli indigeni prendono il cranio di un parente defunto, lo rivestono di vernice fresca, lo adornano con foglie profumate e intrattengono con esso un articolato dialogo, cercando consiglio e guida. Successivamente, prima di coricarsi, collocano il cranio vicino alla propria testa. Se sognano, è lo spirito del defunto a rivolgersi a loro, offrendo consigli su come procedere o cosa fare. Tutto considerato, concludeva Haddon nelle sue riflessioni, “non c’è da meravigliarsi che queste popolazioni conservino i crani dei loro parenti deceduti”.

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Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Terra di Russia (frammento)

Antonio Ligabue, La traversata della Siberia

Ma che inaccessibile, misteriosa forza è dunque questa, che attira a te? Perché riecheggia e di continuo risuona all’orecchio, malinconica, come si diffonde su tutta l’ampiezza tua, da mare a mare, la tua canzone? Che c’è in essa, in codesta canzone? Che cosa chiama cosí, e singhiozza, e afferra al cuore? Che suoni son questi, che morbosamente s’insinuano e penetrano nell’anima, e s’attorcigliano al mio cuore? Terra di Russia! che cosa vuoi dunque da me? Quale inaccessibile legame sussiste fra noi? Che hai da guardarmi cosí, e perché tutto quello che c’è in te si rivolge a me con quest’occhi pieni di aspettazione?… E ancora, pieno di stupore, rimango immoto, e già sul capo ho l’ombra d’una nube minacciosa, gravida di piogge incombenti, e il pensiero ammutolisce dinanzi alla tua vastità. Che si preannuncia, da questa vastità illimitata? Forse qui, forse in te sorgerà uno sconfinato pensiero, giacché tu stessa sei senza fine? Non potrebbe qui aver l’avvento un eroe gigante, giacché c’è spazio abbastanza perché si sviluppi e si muova? E minacciosamente mi abbraccia la possente vastità, riverberandosi con terribile forza nel profondo del mio essere; d’una potenza arcana s’illuminano i miei occhi…”

Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Le anime morte, Einaudi, traduzione Agostino Villa

Alberto Savinio, Lingua materna (Antinomie)

Nell’inverno tra il Quarantatré e il Quarantaquattro, io, una mattina, uscii dalla mia abitazione del quartiere Parioli (Roma) e mi trasferii in casa di un cugino del quartiere San Giovanni. In quell’anno metà della popolazione di Roma passò in casa dell’altra metà, e viceversa. Fu il lato comico di quel tragicissimo anno.

Qui ove ora io abito, Poussin a suo tempo veniva a prendere appunti per i suoi paesaggi eroici e popolati di dei, sibille, pastori. I paesisti a quel tempo si fabbricavano il paesaggio nello studio, lentamente e con pazienza. Poi cominciarono a dipingere paesi rapidamente e sur le motif. Non mi risulta che il paesismo ci abbia guadagnato. Lavorare a memoria è lavorare da sé. Lavoro più legittimo. Schumann diceva che sonare un pezzo a memoria, è sonarlo meglio. Poteva dire che è farselo proprio.

Il quartiere Parioli è il quartiere nuovo di Roma. L’aria è fresca e salubre. Giusta la proporzione tra case e piante.

Non queste però le qualità migliori dei Parioli. La qualità migliore di questo quartiere è che non ha carattere. È neutro. Pregio grandissimo in una città come Roma, così pesa di carattere, così schiacciante di carattere.

Nel quartiere Parioli nulla ricorda Roma. Questo medesimo quartiere, così com’è, lo si potrebbe staccare da Roma e appiccicarlo a Montevideo, a Barcellona, a Aukland. Qualità preziosa soprattutto per chi non può vivere e lavorare se non in determinate condizioni di libertà. Libertà è non udire per radio e altoparlante la voce di un dittatore, ma è anche non vedere tutti i giorni il Colosseo, le basiliche, il Vittoriano. Libertà è anche non essere guardati tutti i giorni da “secoli di storia”. Soprattutto quando è storia così amica di quello spirito “dilettantesco”, ossia staccato dalle cose, che tanto piace a me.

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Le figurine di Radiospazio. Poeti laureati

– Cosa fa quel brav’uomo di mestiere?
– Il poeta.
– Come Mallarmé?
– Sì.
– Così famoso?
– A Rueil è molto noto. A Nanterre e a Suresnes un po’ meno.

Raymond Queneau, Suburbio e fuga,Traduzione Laura Lusignoli

Nikolaj Gogol, Il milionario (frammento)

Il milionario ha questo vantaggio, che può contemplare la viltà, la viltà del tutto disinteressata, allo stato puro, non fondata su ombra di calcolo: molti sanno benissimo che non riceveranno mai nulla da lui, e che non hanno alcun diritto di riceverne nulla, ma non possono stare se non gli corrono innanzi, se non ridono, se non si scappellano, se non si fanno accettare a forza a quel certo pranzo, dove sanno che è invitato il milionario. Non vogliamo dire che questa inclinazione alla viltà fosse condivisa dalle signore; tuttavia, in molti salotti si cominciò a dire che, in fin dei conti, Číčikov non era una bellezza, ma in complesso era proprio com’è giusto che sia un uomo, e sarebbe bastato che fosse un pochino piú tozzo e piú pieno, perché non stesse piú bene. Per l’occasione si aggiungeva perfino qualche rilievo piuttosto offensivo sull’uomo magrolino, il quale non è altro che una specie di stuzzicadenti, e non già un uomo. Nei vestiti delle signore apparvero molti svariati perfezionamenti. Al bazar si determinò una gran confusione, poco meno che una ressa: sembrava addirittura che si fosse al passeggio, tante erano le carrozze che vi convenivano. I mercanti rimasero stupefatti, a vedere come parecchi tagli di stoffa, che avevano portato dalla fiera e non si spacciavano a causa del prezzo, d’improvviso andavano a ruba e si vendevano al maggior offerente. Durante la messa, s’accorsero che una delle signore aveva da piedi al vestito un rouleau cosiffatto, che glielo dilatava fino a mezza chiesa; tanto che un commissario di polizia, ch’era lí presente, diede ordine che la gente si spostasse un po’ piú in là, ossia piú vicino all’atrio, di modo che non avesse a gualcirsi la toletta della gentildonna. Tanto fecero che lo stesso Číčikov non poté, almeno in parte, non accorgersi di tanta eccezionale attenzione.

Nikolaj Gogol, Le anime morte, Einaudi, Traduzione Agostino Villa

Alan Bennett, Comparse (frammento)

Dovete sapere che il mio hobby sono le persone. Colleziono persone. Così appena vedo in un angolo un uomo dall’aspetto interessante, com’è ovvio, mi ritrovo a parlargli. Dico: «Sembri una persona interessante, a me interessano le persone interessanti. Ciao». E lui: «Ciao». Dico: «Che fai?». E lui: «Lavoro nel cinema». Dico: «Ah, interessante. Hai in ballo qualcosa al momento?». Dice: «A dire il vero sì» e incomincia a raccontar­mi di questo progetto, un video per il mercato straniero, destinato soprattutto alla Ger­mania dell’Ovest. Dico: «Sei il produttore?». E lui: «No, ma faccio parte della produzio­ne, mi chiamo Spud». Dico: «Spud! Che nome interessante. Io sono Lesley». «Si dà il caso Lesley, che abbiamo un problema. La nostra protagonista ha dovuto ritirarsi perché soffre di ernia del disco. Per caso fai l’attrice?». Dico: «Beh Spud, è interessante che tu me lo chieda perché guarda caso sono proprio un’attrice». Lui fa: «Puoi scusarmi un mo­mento, Lesley?». Dico: «Perché Spud, dove devi andare?». E lui: «Devo andare Lesley, devo fare una telefonata».

Scopro che proprio il giorno seguente il regista cerca una sostituta ad un certo indi­rizzo nel West End. Spud dice: «Sai, è interessante perché io sto a Ealing!». Dico: «Non è nel West End?». «Sì», fa lui, «e tu dove stai?». Dico: «Bromley, per mia sfortuna». E lui: «Ma è lontano. Perché non dormi a casa mia?». Dico: «Oh, grazie tante! Gentile da parte tua, ma cosa credi? Non sono mica nata ieri!». «Lesley», dice lui, «ho un figlio che fa la scuola alberghiera e una figlia con un rene solo. Mia cognata, inoltre, al momento è da noi. Vuol vedere l’esposizione della Casa Ideale alla Fiera di Olympia».

Comincio a mangiare la foglia quando gli vedo il tatuaggio. La mia esperienza di tatuaggi mi dice che non sono proprio per gente di un certo livello e infatti quando gli ho visto la maglietta c’era scritto addetto luci dappertutto. Mai conosciuta sua cognata. Probabilmente starà ancora vagando per la fiera.

Alan Bennett, L’occasione d’oro

Le figurine di Radiospazio. Giallo

invenzione allucinogena. Pigmenti esplosivi di vita. Mi sono innamorata del giallo quando nella solitudine di un allestimento di una Biennale d’Arte vidi un artista tedesco creare un tappeto giallo fatto tutto di Polline. Fu la prima volta nella mia vita che capii il significato della parola: «INCANTO».
Da quel giorno ho provato a cercare l’incanto in tutto ciò che facevo nella mia vita, ma quella sensazione così precisa non l’ho mai più prova- ta e ho capito che l’incanto è un dono prezioso che in una intera vita potrebbe per sempre esserti negato. Non tutti siamo pronti all’incanto. E se sei tu a cercarlo sarà lui a negarsi. L’incanto è uno svelamento. Non sei tu che cerchi la fede è la fede che viene a  te.

Antonio Latella, Incanto, Il Saggiatore

Emanuel Carnevali, Mater dolorosa

Mai una volta ho visto mia madre che non fosse ammalata. Era morfinomane: s’era assuefatta all’uso della droga terribile dopo aver laboriosamente partorito questo squallido campione, me.

Mio padre, che dovevo vedere soltanto all’età di undici anni, viveva separato da lei (questo era naturale e abbastanza comprensibile). Quando stavano insieme lui trovava qualsiasi pretesto per insultarla o picchiarla. Una volta la povera donna tentò di suicidarsi, buttandosi dalla finestra. Lui l’afferrò in tempo. Mio padre era  ed è tutt’ora il più ignobile degli uomini. La sua vita con lui era una sofferenza continua. La morfina la teneva addormentata o semiaddormentata per tre quarti del giorno. Ma non era un sonno tranquillo. Fu mia zia a parlarmi della feroce gelosia di mio padre. Una volta picchiò mia madre perché aveva i capelli spettinati dopo una mezza giornata passata a stirare. Un’altra volta la picchiò per strada con un bastone da passeggio, perché si era chinata ad allacciarsi una scarpa.

Madre, madre dolorosa, pensando a te dovrei piangere, ma il mio cuore è freddo e come una pietra. Madre, vorrei darti ora tutto l’affetto che la tua miseria chiedeva, ma sono troppo ammalato e troppo preso dalla mia malattia. In qualche luogo so che stai ancora soffrendo. Tu pensi alla bella giovinezza che hai sprecato vivendo accanto a un bruto. Io penso alla tua bocca senza vita. Madre, ti chiamavano ‘la Signora’ nella piccola città del Piemonte in cui andammo a vivere e mia zia a lavorare per tutti noi. Doveva farlo perché mia madre era immobilizzata dai tremendi ascessi che le procuravano gli aghi non sterilizzati con cui si faceva le iniezioni. Madre, non contano adesso le preghiere, né conta l’amore; né conta la purezza del mio cuore contro il tuo cuore imbianchito, il tuo cuore distrutto, il tuo cuore che più non esiste. Dovrei fermarmi accanto alla tua tomba, fiero dell’antica pena e terribile per l’omaggio che ti reco. Il tuo capo, nel piccolo cimitero di quella piccola città, poggia contro il muro. Oltre il muro uno spazio incolto, alti fili d’erba percorsi dal gemito di insetti d’ogni genere, grandi e piccoli. Ti vidi morta: eri bella con la faccia colore della terra. Davi un senso di tranquillità. Un dottore imbecille aveva diagnosticato il tuo caso un semplice raffreddore, mentre era tetano, e glielo dicesti tu che cos’era.

Non so se ho mai visto una bocca più bella di quella di mia madre. Era sinuosa, dalle labbra piene, e sensuale, larga ma bella, e anche la grande purezza della fronte ricordo bene. Dovete sapere che avevo solo nove anni, quando mori.

Madre, ti ricordi del bambino che non ti lasciava mai sola, che ti seguiva dappertutto, con un’insistenza che deve averti spesso esasperato. C’è un’atroce usanza in certe cittadine del Piemonte, per cui quando uno entra in agonia, le campane mandano per l’occasione uno speciale rintocco, così che spesso l’ammalato capisce che le campane suonano per lui, per annunciarne in anticipo la morte. Mia madre, che non poteva più parlare, mi accarezzò il capo e rrii affidò a sua sorella. Poi fece un gesto, per indicare il suono delle campane e con il dito si toccò il petto per dire: suonano per me.

Di me che cosa posso dirti, madre, se non che dai quindici anni in su ho sprecato in malattia una buona metà della mia vera vita. Che cosa posso dirti che debba darti un’idea delle sofferenze che ho patito? Oh, potessi, madre, appoggiare la mia guancia alla tua! Eppure tu mi battevi, mi battevi finché il sangue non mi usciva dalle narici e dalla bocca. Ma non ho niente da perdonarti. Mater dolorosa, tu hai sofferto abbastanza per guadagnarti non uno, ma sei paradisi.

Madre, se la terra si potesse spremere come un limone, ne verrebbe fuori dolore e dolore e dolore. È da tanto tempo che la terra è così avara con i suoi figli. Stringe al  petto solo i morti, gli altri sono costretti a camminare, portando in un fardello tutte le loro pene, la loro rabbia e le loro inutili vite. Mater dolo- rosa, tu appartieni al circolo dei sofferenti, grande quanto il mondo.

EmanuelCarnevali, Il primo dio, Passerini

Le figurine di Radiospazio, La mosca

Nella stanza, di fronte al suo corpo, mi ha colpito un’imma gine: la mosca. Una mosca posata sul suo viso. Dunque è questa la morte: quando le mosche si posano su di noi e non possiamo più scacciarle. Per me, la sua immobilità aggredita da una stronza di mosca è stata la visione più dura. Da allora schiaccio tutte le mosche, non si può più dire di me “non farebbe male a una mosca”. Quella mosca, ci ho pensato spesso in seguito, non sapeva dove aveva posato le sue zampe da mosca, ignorava tutto della vita di mio nonno, si fermava sul suo ultimo viso senza avere idea che quell’uomo era stato un adulto, un adolescente, un neonato.

David Foenkinoss, L’eroe quotidiano, E/O

Primo Levi, Pio

Pio bove un corno. Pio per costrizione,
Pio contro voglia, pio contro natura,
Pio per arcadia, pio per eufemismo.
Ci vuole un bel coraggio a dirmi pio
E a dedicarmi perfino un sonetto.
Pio sarà Lei, professore,
Dotto in greco e latino, Premio Nobel, che
Batte alle chiuse imposte coi ramicelli di fiori
In mancanza di meglio
Mentre io m’inchino al giogo, pensi quanto contento.
Fosse stato presente quando m’han reso pio
Le sarebbe passata la voglia di fare versi
E a mezzogiorno di mangiare il lesso.
O pensa che io non veda, qui sul prato,
II mio fratello intero, erto, collerico,
Che con un solo colpo delle reni
Insemina la mia sorella vacca?
Oy gevàlt!* Inaudita violenza
La violenza di farmi nonviolento.

Primo Levi, Pio, Ad ora incerta, Garzanti

(*«Gewalt» vale in tedesco «violenza»; in jiddisch il termine viene usato principalmente come interiezione, ad esprimere estrema e disperata protesta.)