Alberto Arbasino, La gita a Chiasso

Per gli autodidatti sarebbe anche bastato fare una gita a Chiasso intorno al 1930 invece di buttar via i trent’anni migliori della vita umana lamentandosi a vuoto e perdendo del tempo a inventare la ruota o a scoprire il piano inclinato mentre gli altri marciavano già in treno o in dirigibile. Bastava arrivare fino alla stanga della dogana di Ponte Chiasso, due ore di bicicletta da Milano, e pregare un qualche contrabbandiere di fare un salto alla più vicina drogheria Bernasconi e comprare, oltre a un Toblerone e a un paio di pacchetti di Muratti col filtro, anche i Manoscritti economico-filosofici di Marx (1844), il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (1921), Mass Civilisation and Minority Culture del Dottor Leavis (1930), le Idee per una fenomenologia di Husserl (1931), e magari le cose più importanti di Richards, Bachelard, Scheler, Edmund Wilson, Connolly, Leiris, Ayer, Empson, Trilling, Cleanth Brooks… Si trovavano già dentro tutte le idee scoperte e discusse adesso, negli Anni Sessanta… ci si risparmiava l’apprendistato coi capelli bianchi… lo spettacolo ridicolo di una ‘classe unica’ che affronta in ogni anno scolastico un nuovo programma di studi, ma in ritardo, e così limitato che non riesce mai a mettersi al passo col resto del mondo… e i maestri di scuola fanno ripetere la lezione a tutta la classe insieme… e la classe docilmente impara ogni anno una nuova canzone, la esegue in coro, tutti si stanno passando la stessa parola d’ordine nello stesso momento… ‘cultura di massa!’, ‘Spitzer!’, ‘Wittgenstein!’, ‘fenomenologia!’, ‘l’alienazione!’… dimenticandosela di colpo appena ne spunta una nuova… come non dovrebbe capitare nella cultura, che è coesistenza di idee… e invece succede normalmente nella moda, dove per decreto di sarte la gonna è lunga o la manica è corta una stagione sì e una no…

Alberto Arbasino, Fratelli d’Italia, Adelphi

Nel grembo del tempo. Curiosità sportive: attrici contro ballerine (1946)

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Lev Tolstoj, Conversazione su mogli e mariti (frammento)

Il treno veniva acquistando sempre maggior velocità e faceva sempre maggior frastuono quando le ruote passavano sulle giunture tra i binari, cosicché mi era difficile seguire la conversazione. Ma l’argomento m’interessava, e così mi sedetti un po’ più vicino. Il mio vicino, quel signore così nervoso dagli occhi scintillanti, era evidentemente interessato anche lui e seguiva il discorso senza muoversi dal suo posto. “E cosa c’è di male nell’istruzione?” osservò la signora con un sorriso appena percettibile. “Era forse meglio ai tempi andati, quando ci si sposava senza che i fidanzati si fossero nemmeno visti?” riprese a dire, rispondendo, con il malvezzo proprio di molte signore, non tanto a quel che aveva effettivamente detto il suo interlocutore quanto a ciò che lei pensava che l’altro avrebbe detto. “Non sapevano nemmeno se amavano il marito, né se avrebbero potuto amarlo, si sposavano con il primo che capitava e poi si tormentavano tutta la vita; e questo secondo lei era meglio?” E così dicendo la signora si rivolgeva evidentemente molto più a me e all’avvocato che non al vecchio con il quale pure stava parlando. “Troppo istruiti sono diventati,” ripeté il vecchio, considerando la donna con uno sguardo pieno di disprezzo e senza degnarsi di rispondere alla sua domanda. “Sarebbe interessante sapere in che cosa lei vede il rapporto tra l’istruzione e il disaccordo tra coniugi,” intervenne a dire l’avvocato con un leggero sorriso. Il mercante avrebbe voluto dire qualcosa, ma la signora gli tagliò la parola in bocca. “Eh no, ormai quei tempi sono passati,” prese a dire, ma l’avvocato l’interruppe. “Aspetti, lasci che dica che cosa ne pensa lui.” “Queste sciocchezze vengono tutte dall’istruzione,” dichiarò recisamente il vecchio. “Fanno sposare della gente che non s’ama e poi si meravigliano se vivono in disaccordo,” si affrettò a replicare la signora, gettando un’occhiata non solo a me e all’avvocato, ma anche al commesso che si era raddrizzato sulla schiena appoggiando il gomito alla spalliera e ascoltava anche lui sorridendo. “Soltanto gli animali si possono accoppiare come vuole il padrone, ma gli esseri umani hanno proprie inclinazioni e simpatie,” aggiunse con l’evidente intenzione di provocare il vecchio. “Lei parla a vuoto, signora mia,” replicò il mercante. “Gli animali sono bestie, ma all’uomo è stata data una legge a cui deve obbedire.” “Ma come si può vivere con un uomo quando non c’è l’amore?” La signora aveva evidentemente una gran fretta di esprimere dei giudizi che dovevano sembrarle nuovi di zecca. “Un tempo a queste cose non ci si badava,” replicò il vecchio in tono sentenzioso. “Soltanto ora è venuta fuori questa moda. Oggi capita che, da un giorno all’altro, lei fa al marito: ‘Io ti lascio.’ Perfino tra i contadini è invalsa questa moda. ‘Ecco qua le tue camicie e i tuoi calzoni,’ gli fa, ‘e io me ne vado con Van’ka ch’è più ricco di te.’ Ma che c’è da parlarne tanto? Il fatto è che per la donna la cosa essenziale dev’essere il timore.” Il commesso rivolgeva lo sguardo ora all’avvocato, ora alla signora e ora a me, sorridendo sotto i baffi e pronto, a quanto pareva, a prendersi gioco o ad approvare le parole del mercante a seconda di come sarebbero state accolte. “Ma timore di che?” chiese la signora.
“Di suo ma-ri-to! Ecco di chi deve aver timore.”

Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, Feltrinelli, Traduzione Gianlorenzo Pacini.

Le figurine di Radiospazio. Insegnanti maschi e femmine

«È sciocco ritenere che un uomo non possa guadagnarsi da vivere insegnando alle ragazze», disse Josephine. «Le donne non si vergognano di certo a insegnare ai maschi; e le due cose si equivalgono».
«C’è anche chi direbbe che sono all’opposto», disse Simon. «Ma io la vedo come te, mia cara: non mi vergogno di insegnare a nessuno».
«Saremmo due tipi molto strani, se ce ne vergognassimo». «Lo saremmo, ma in due diversi modi», disse Simon.
«Io mi vergognerei terribilmente di insegnare alle ragazze», disse Gabriel.
«Tu sei ancora troppo giovane», disse Josephine.

Ivy Compton-Burnett, Più donne che uomini, Fazi Editore
Traduzione Stefano Tummolini

Nel grembo del tempo. Vita politica. La Consulta (1946)

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Nel grembo del tempo. Moda torinese Cappelli di primavera (1946)

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Dorothy Parker, Sei stato magnifico!

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Il giovanotto pallido
La Ragazza

Ora le luci del Golf Club Restaurant si vanno spegnendo ad una ad una. La cassiera, rivestita da “vera ricca”,  esce a notte fonda, tutta sola. Ed escono, buoni ultimi, un giovanotto pallido ed una fanciulla dagli occhi azzurri. Ridono abbracciati. Lui barcolla, visibilmente ubriaco. Lei lo sorregge amorevolmente sino alla solita panchína.

GIOVANOTTO – Oddio, oddio, oddío!

FANCIULLA – Non ti senti bene?

GIOVANOTTO – Mi pesa 1a testa. Anzi, a dir tutta la verità, non so nemmeno se quella che ho adesso è davvero la mía… oddìo ,        oddìo! FANCIULLA – Pensi che un caffè triplo potrebbe farti bene?

GIOVANOTTO – Non parlarmene nemmeno… Ma è tutto passato: guardami la mano. Vedi? Ferma come un sasso. E di’, ho sgarrato molto stanotte? Ho passato i limiti?

FANCIULLA – Ma va! Tutti ti hanno trovato terribilmente spiri­toso. Solo Jim Pierson, al solito, è stato lì lì per metterti le mani addosso, ma gli altri l’hanno calmato…

GIOVANOTTO – Santo cielo, che gli ho fatto? Perché voleva pic­chiarmi?

FANCIULLA – Voleva, piú esattamente, romperti la testa. Sai co­me diventa Jim quando gli si tocca Eleonora… Gli altri, però, ti hanno trovato divertentissimo. Eleonora, poi, non faceva che ridere; si è seccata un po’ soltanto quando le hai versato la maionese nella scollatura, .. Ah! sei stato magnifico!, , ,

GIOVANOTTO – La maaa, ., la maionese nella scollatura?!  E         come farò a scusarmi?…

FANCIULLA – Basterà che le mandi dei fiori.. . Tutti andavano in visibilio ad ogni tua parola, ad ogni gesto… Ti dico: sei stato magnifico… Solo il maitre ha cominciato a preoccuparsi quando ha visto che seguitavi a cantare, ur- lando a quel modo, anche durante la cena… Ma ci si spassava anche lui non ti dico come. Se non fosse stata la paura che gli facessero chiudere i1 locale per schiamaz­zi notturni..

GIOVANOTTO – Ma non mangiavo? Non ho cenato?

FANCIULLA – No: hai voluto solo cantare a squarciagola e ogni volta che il cameriere tentava di servirti qualche cosa gliela restituivi chiamandolo “fratello« e dicendo­gli che ogni cosa che tu avevi era sua. Lo hai fatto morire dal ridere.

GIOVANOTTO – Ho capito: sono stato il buffone della comitiva, lo zimbello perfino dei cameríeri…

FANCIULLA – Non dirlo neanche per scherzo! Sei- stato ma-gni-fi­co…  tutti si sono divertiti un mondo alle tue uscite, se si esclude quel vecchio signore coi capelli bianchi che hai tanto sfottuto per la cravatta gialla. Stava andando in bestia, quando sono riuscita a portarti via…

GIOVANOTTO – Almeno, mi reggevo in piedi? Potevo camminare d­rítto? Da solo, dico…

FANCIULLA – In modo perfetto. Sei scivolato, sì, lungo disteso sul marciapiedi, ma perché ci avevano messo il ghiaietto. E dopo le caduta sei stato sempre così serio…

GIOVANOTTO – Oh si: perché mi faceva male íl didietro… mi fa male ancora il didietro. E dopo?

FANCIULLA – Dopo? Non dirmi che non ti ricordi le meravigliose cose di dopo: mi faresti morire! Quell’incantevole corsa in tassì…

GIOVANOTTO – Non arrivavamo mai… Aspetta… Oddìo, oddìo!… che abbiamo fatto? Dove siamo andati?

FANCIULLA – Caro, ma dal pastore! A sposarci: te l’ho detto, no? Sei stato magnifico… E vivremo felici, vedrai… (Ridendo, a squarciagola) Sei stato magnifico!

Traduzione di Marco Parodi

Le figurine di Radiospazio. La morte della domenica

Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta. Fra questa domenica e la prossima dovranno passare centosessantotto ore, a una a una.
Sono passate le centosessantotto ore. Sta finendo un’altra domenica. Che ne ho fatto di queste centosessantotto ore?
Venticinque ore le ho spese a scuola. Altre venticinque le ho spese in lezioni e ripetizioni, e fa cinquanta.
Una sessantina di ore si sono consumate nel sonno.
E le altre cinquantotto?
Una mezza dozzina se ne sono andate nel mangiare; un altro paio se ne sono andate per le piccole azioni, e cinquanta ore le ho consumate nelle abitudini. La mezz’oretta al caffè prima di andare a scuola; l’oretta al caffè dopocena; l’oretta sdraiato dopo le ripetizioni; le rimanenti ore a parlare coi colleghi e col giornalista, fino a consumare centosessantotto ore.
Mi accorgo che la mia vita è tutto un seguito di ore bruciate, di tempo perduto.
Ma che devo fare? mi domando – Che devo fare? – ho domandato a una vecchia collega.
– Che vuole fare? – mi ha risposto, – ormai è di ruolo!
Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta.

Nel grembo del tempo. Roma. Cimitero del Verano: inaugurazione di una lapide in memoria dei caduti antifascisti (1946) 2′

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Anaïs Nin, La figlia attrice (frammento)

A sedici anni decise che voleva fare l’attrice. Ne parlò con suo padre mentre questi giocava a scacchi, sperando che la concentrazione nel gioco avrebbe neutralizzato la sua reazione. Ma lui lasciò cascare il re e impallidì. Poi disse, molto freddamente e con calma: «Ma ti ho visto nella recita a scuola, e non mi pare che tu sia una brava attrice. Recitavi solo una versione esagerata di te stessa. E poi sei ancora una bambina, non una donna. Sembravi mascherata con i vestiti di tua madre, per gioco». «Ma sei stato proprio tu una volta a dire che quello che ti piaceva delle attrici era che sono delle donne esagerate. E ora usi questa stessa frase contro di me, per giudicarmi». Renate parlava con veemenza, e mentre parlava il suo senso dell’ingiustizia cresceva. Prese la forma di una lunga accusa. «A te le attrici sono sempre piaciute. Passi tutto il tempo con loro. Una sera ti vidi lavorare a un giocattolo basato su un gioco di specchi. Pensavo che fosse per me. Io ero quella a cui piaceva guardare nei caleidoscopi. Ma tu lo desti a un’attrice. Una volta non hai voluto portarmi a teatro, dicesti che ero troppo giovane, eppure vi portasti una ragazza della mia scuola, e lei mi mostrò i dolci e i fiori che le mandasti. Tu vuoi soltanto che io rimanga bambina per sempre così che resti mascherata con i vestiti di tua madre, per gioco». «Ma sei stato proprio tu una volta a dire che quello che ti piaceva delle attrici era che sono delle donne esagerate. E ora usi questa stessa frase contro di me, per giudicarmi». Renate parlava con veemenza, e mentre parlava il suo senso dell’ingiustizia cresceva. Prese la forma di una lunga accusa. «A te le attrici sono sempre piaciute. Passi tutto il tempo con loro. Una sera ti vidi lavorare a un giocattolo basato su un gioco di specchi. Pensavo che fosse per me. Io ero quella a cui piaceva guardare nei caleidoscopi. Ma tu lo desti a un’attrice. Una volta non hai voluto portarmi a teatro, dicesti che ero troppo giovane, eppure vi portasti una ragazza della mia scuola, e lei mi mostrò i dolci e i fiori che le mandasti. Tu vuoi soltanto che io rimanga bambina per sempre così che resti in casa a rallegrarti». Non parlava come una bambina arrabbiata con il padre perché lui non credeva nel suo talento, ma come una moglie o un’amante tradita. Si agitava e si arrabbiava sempre di più fino a che non si accorse che suo padre era impallidito, e si portava le mani al cuore. Spaventata, s’interruppe, corse a prendere la medicina che l’aveva visto usare, gli diede le gocce, e poi gli s’inginocchiò accanto e disse dolcemente: «Papà, papà, non inquietarti. Era solo una finzione. Una messa in scena per provarti che potrei essere una buona attrice. Vedi, mi hai creduto, era solo per finta».

Anaïs Nin, Collages, Fazi editore

Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Il capo della polizia che aveva veduto un poliziotto picchiare un furfante si mostrò molto indignato e avvertì il subalterno che non avrebbe mai più dovuto agire a quel modo, se non voleva rimetterci il posto. «Non siate troppo severo con me,» disse il poliziotto sorridendo; «lo picchiavo con un bastone pieno di crusca. » «Eppure, » continuò il capo della polizia, «si tratta di cosa sgradevole; anche se non gli avete fatto male.» «Ma,» disse il poliziotto, «era un furfante di stoppa. »
Per esprimere la propria soddisfazione con una pacca sulla schiena, il capo della polizia allungò la mano destra con tale violenza che si ruppe la pelle dell’ascella e una quantità di segatura scese dalla ferita. Era falso anche il capo della polizia.

Nel grembo del tempo. Avvisi utili: Attenti alla vostra bicicletta (1946)

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E.Rostand, Cyrano de Bergerac. La famosa “tirata” del naso, ovvero come reagire fantasiosamente alla provocazione di un cretino

Edmond Rostand, Cyrano de Bergerac, Traduzione Mario Giobbe

Le figurine di Radiospazio. Venti franchi e vent’anni

Lei era ricca di vent’anni,
io ero un giovane di venti franchi,
e facemmo borsa comune,
impiegata, a fondo perduto, in una
infida notte di primavera…

La luna ci fece dentro un buco,
tondo come cinque franchi
da dove svanì la nostra fortuna:
vent’anni! venti franchi!… e poi la luna!

– In contanti – ahimè – i venti franchi!
In contanti anche i vent’anni!
Sempre di buco in buco di luna
e di borsa in borsa comune…
– è press’a poco la stessa fortuna!

La trovai – dopo tante primavere,
tanti vent’anni, tanti venti franchi,
tanti buchi e tante lune…
Ancora la caccia ai passanti
ai venti soldi, non più ai venti franchi…
E poi: la fossa comune.          

Nel grembo del tempo. Un istituto di bellezza (1946)

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