Un fuori programma (radiofonico e poetico) con CARLO EMILIO GADDA

gadda antenna buonaUn Gadda poeta. Inconsueto, vero?, e per di più poeta licenzioso che costruisce il suo sonetto intorno a una  metafora fallica, gaddianamente riplasmata su un calco arcaico.. Non sono in grado di datare esattamente questa piccola composizione; certamente risale ai primordi della radio, quando l’antenna era di fondamentale importanza per il funzionamento dell’apparecchio. Ed è proprio sull’antenna radiofonica che Gadda costruisce la similitudine che mette in relazione la svettante propaggine radiofonica con l’inadeguatezza della sua antenna personale – stando almeno al rimprovero della sarcastica Nice.


«Quest’antenna è pur, mia Nice,
Vanto e merto al caro armadio
Donde abbiam sì dolce il suon. »
Mi sogguarda irata e dice:
«Sarà l’arme della radio,
        Non la tua, però, fellon. »

Narrativa. Marcel Schwob, Sii come le rose

E Monelle disse: Ti parlerò della vita e della morte. Gli istanti sono come bastoni metà bianchi e metà neri. Non servirti per la tua vita soltanto di disegni fatti con le metà bianche. Poiché finiresti per trovare i disegni con le metà nere. Che ogni nerezza sia attraversata dall’attesa della bianchezza futura.
Non dire: adesso vivo, domani morirò. Non dividere la realtà tra la vita e la morte. Di’: adesso vivo e muoio. Consuma in ogni istante la totalità positiva e negativa delle cose. La rosa d’autunno dura una stagione; ogni mattina si apre e ogni sera si chiude. Sii come le rose: offri le tue foglie allo strappo delle voluttà, al calpestio delle sofferenze. Che in te ogni estasi sia morente, che ogni voluttà aneli alla fine. Che in te ogni dolore sia il passaggio di un insetto che sta per prendere il volo. Non ti richiudere sull’insetto che rode. Non innamorarti di quei carabi neri. Che in te ogni gioia sia il passaggio di un insetto che sta per prendere il volo. Non ti richiudere sull’insetto che succhia. Non innamorarti di quei maggiolini dorati. Che ogni intelligenza riluca e si spenga in te nel tempo di un lampo.
Che la tua felicità sia spezzata in folgorazioni. Così la tua parte di gioia sarà pari a quella degli altri. Contempla l’universo nei suoi atomi. Non resistere alla natura. Non puntare contro le cose i piedi della tua anima. Che la tua anima non si volti dall’altra parte come un bambino cattivo. Va’ in pace con la rossa luce del mattino e il chiarore grigio della sera. Sii l’alba e il crepuscolo insieme. Mescola la vita alla morte e dividile in istanti. Non aspettare la morte: è già in te. Sii il suo compagno e stringila al petto; tu e lei siete un’unica cosa. Muori della tua morte; non invidiare le morti antiche. Fai corrispondere il genere di morte al genere di vita. Considera ogni cosa incerta come vivente, ogni cosa certa come defunta.

Marcel Schwob,.Il libro di Monelle, Fazi, Traduzione di Arnaldo Colasanti

Argerich e Barenboim. Liszt, Christmas tree (2′)

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Racconto. Heinrich von Kleist, Il trovatello.

The hangman’s noose is a well-known knot with its use in hanging a person. The rope is in front of a dark wall.

Antonio Piachi, facoltoso mediatore romano di terreni, era costretto di tanto in tanto dai suoi commerci a intraprendere lunghi viaggi, durante i quali lasciava di solito a casa Elvira, la giovane moglie, sotto la protezione dei parenti di lei. Uno di questi viaggi lo condusse, con il figlio Paolo, un ragazzo di undici anni, nato dalla sua prima moglie, a Ragusa. Ora, avvenne che laggiù fosse appena scoppiata un’epidemia, che spargeva gran terrore in città e nei dintorni. Piachi, che ne aveva avuto notizia solo durante il viaggio, si fermò nei sobborghi, per informarsi sulla sua natura. Ma, quando udì che il morbo si faceva di giorno in giorno più pericoloso, e si pensava di chiudere le porte della città, l’angoscia per il figlio prevalse su ogni interesse commerciale: si procurò dei cavalli e ripartì.
Giunto in aperta campagna, notò accanto alla carrozza un fanciullo che tendeva le mani verso di lui, come se implorasse, e sembrava in preda a una forte agitazione. Piachi ordinò di fermare. Quando gli fu chiesto che cosa volesse, il fanciullo rispose candidamente che aveva la peste e che i birri lo inseguivano, per portarlo all’ospedale, dove erano già morti suo padre e sua madre; pregò per tutti i santi che lo prendesse con sé e non lo lasciasse morire in città, e con queste parole afferrò la mano del vecchio, la strinse, la baciò e la coperse di lacrime. Piachi, nel primo impulso del terrore, fece per spingere lontano da sé il ragazzo; ma poiché egli, proprio in quel momento, cambiò colore e cadde al suolo svenuto, il buon vecchio si mosse a compassione: smontò, con il figlio, adagiò il ragazzo nella carrozza e proseguì con lui, anche se non aveva la più pallida idea di che cosa dovesse farne.
Stava ancora discutendo con i locandieri, alla prima tappa, sul modo per liberarsene, quando, per ordine della polizia, che aveva ricevuto una soffiata, venne arrestato e ricondotto sotto scorta a Ragusa, insieme a suo figlio e a Nicolò, come si chiamava il fanciullo malato. Tutte le rimostranze di Piachi contro la crudele di quel procedimento furono inutili; arrivati a Ragusa, essi furono consegnati a un poliziotto e portati tutti e tre all’ospedale, dove Piachi, bensì, restò sano, e Nicolò, il fanciullo, si ristabilì, ma Paolo, il suo figliolo di undici anni, contagiato da lui, in tre giorni morì.
Quando le porte vennero riaperte Piachi, seppellito il figliolo, ottenne dalla polizia il permesso di partire. Era appena salito in carrozza, prostrato dal dolore, e, scorgendo accanto a sé il posto vuoto, aveva tirato fuori il fazzoletto per dare sfogo alle lacrime, quando Nicolò, con il berretto in mano, si avvicinò alla carrozza e gli augurò buon viaggio. Piachi si sporse dal finestrino e gli domandò, con la voce rotta da violenti singhiozzi, se voleva fare il viaggio con lui.
«Oh sì, molto volentieri!», disse il ragazzo annuendo, non appena ebbe compreso le parole del vecchio. E poiché i responsabili dell’ospedale, quando il commerciante chiese se al ragazzo era permesso partire con lui, l’assicurarono, sorridendo, che era un figlio di Dio, e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza, Piachi lo fece salire, con grande commozione, nella carrozza e lo portò con sé a Roma, al posto di suo figlio.
Per via, davanti alle porte della città, il commerciante guardò per la prima volta con attenzione il ragazzo. Era di una bellezza strana, un po’ fissa; i capelli neri gli ricadevano sulla fronte in ciocche lisce, ombreggiando un volto serio e intelligente, che non mutava mai espressione. Il vecchio gli rivolse parecchie domande, alle quali egli diede solo brevi risposte; taciturno e raccolto in se stesso, se ne stava seduto nell’angolo, con le mani in tasca, contemplando, con occhi timidi e pensierosi, le cose che correvano via a lato della carrozza. Di tanto in tanto, con gesti lenti e silenziosi, prendeva una manciata di noci da una borsa che aveva con sé e, mentre Piachi si asciugava le lacrime, le metteva fra i denti e le spezzava.
A Roma Piachi lo presentò, con un breve racconto di ciò che era accaduto, a Elvira, la sua giovane e brava moglie, che non poté fare a meno di piangere calde lacrime, pensando a Paolo, il piccolo figliastro, al quale aveva voluto molto bene; tuttavia strinse al petto Nicolò, che stava davanti a lei tutto rigido e spaesato, gli assegnò per riposare il letto in cui l’altro aveva dormito e gli regalò tutti i suoi vestiti. Piachi lo mandò a scuola, dove imparò a leggere, scrivere e far di conto, e poiché, come è facile comprendere, si era affezionato al ragazzo in proporzione di quanto gli era costato, lo adottò come figlio, con l’assenso della buona Elvira, che non poteva più sperare di avere dei figli dal vecchio, già poche settimane dopo. In seguito, licenziò un impiegato, del quale era scontento per varie ragioni e, messo Nicolò al suo posto nell’ufficio, ebbe la gioia di vedere che amministrava nel modo più energico e vantaggioso la sua vasta e complicata rete d’affari.
Il padre, nemico giurato di ogni bigotteria, non aveva nulla da rimproverargli, se non la sua assiduità presso i frati del convento dei Carmelitani, i quali dimostravano al giovane, a causa del notevole patrimonio che un giorno gli sarebbe toccato, con l’eredità del vecchio, grande affetto e favore; e nulla la madre, da parte sua, se non un’inclinazione per il sesso femminile, che, così le sembrava, si era destata precocemente nel suo animo. Già a quindici anni, infatti, in occasione di una delle sue visite ai frati, era stato vittima delle seduzioni di una certa Saveria Tartini, concubina del loro vescovo; e, benché avesse subito rotto, costretto dalla severa richiesta del vecchio, quella relazione, Elvira aveva svariate ragioni per credere che la sua continenza, su quel pericoloso terreno, non fosse delle maggiori.
A vent’anni, tuttavia, Nicolò sposò Costanza Parquet, una giovane e graziosa genovese, nipote di Elvira, che, affidata alle sue cure, era stata educata a Roma; e così almeno il secondo dei mali parve bloccato alla radice. Entrambi i genitori, ormai, erano contenti di lui e, per dargliene una prova, arredarono splendidamente la sua abitazione, per la quale gli assegnarono una parte considerevole della loro bella e spaziosa dimora. Raggiunti i sessant’anni, infine, Piachi fece l’ultimo e massimo gesto che poteva fare per lui: gli intestò per via legale tutto il patrimonio investito nel suo commercio di terreni, eccettuato un piccolo capitale che tenne per sé, e si ritirò dagli affari, insieme alla buona e fedele Elvira, che aveva poche aspirazioni mondane. Nel carattere di Elvira c’era una silenziosa inclinazione alla tristezza, che le era rimasta da un episodio toccante che risaliva alla storia della sua puerizia. Suo padre, Filippo Parquet, facoltoso tintore genovese, abitava una casa che, come richiedeva la sua attività, dava, con la parte posteriore, sul mare, a filo dei grandi blocchi quadrati dell’argine; grandi travi, dalle quali pendevano i panni colorati, uscivano dal sottotetto e sporgevano per molte braccia sul mare sottostante. Una volta, in una notte infausta, la casa prese fuoco e, come se fosse stata fatta di pece e di zolfo, le fiamme crepitarono contemporaneamente in tutte le stanze dei vari piani; terrorizzata dalle vampate, la tredicenne Elvira, scappando di scala in scala, si trovò, senza sapere lei stessa come, su una di quelle travi. La povera fanciulla, sospesa fra cielo e terra, non sapeva come salvarsi; dietro di lei bruciava il solaio e le fiamme, frustate dal vento, avevano già attaccato la trave; sotto di lei, l’orrida distesa del mare deserto. Voleva già raccomandarsi a tutti i santi e, scegliendo il minore dei mali, saltare tra i flutti, quando, tutto a un tratto, un giovane genovese di famiglia patrizia apparve sull’apertura del solaio, gettò il suo mantello sulla trave, la abbracciò stretta e, con un’abilità non minore del suo coraggio, si lasciò scivolare in mare con lei lungo uno dei panni umidi che pendevano dalla trave. Qui furono raccolti dalle gondole che si trovavano nel porto e sbarcati a riva fra l’esultanza della popolazione; ma, poco dopo, si vide il giovane eroe, che prima, attraversando la casa, era stato gravemente ferito al capo da una pietra staccatasi dal cornicione, accasciarsi al suolo privo di sensi. Lo portarono nel palazzo del marchese, suo padre, il quale, poiché tardava a rimettersi, fece venire medici da ogni parte d’Italia, che più volte gli trapanarono il cranio, per estrargli dei frammenti d’osso dal cervello. Ma, per un imperscrutabile decreto del cielo, ogni rimedio fu vano; raramente si rianimava, tenendo la mano di Elvira, che la madre di lui aveva chiamato per assisterlo; e, dopo tre anni di cure dolorosissime, durante i quali la ragazza non si mosse dal suo fianco, le porse ancora una volta, gentilmente, la mano, e spirò.
Piachi, che aveva rapporti d’affari con la famiglia del marchese, aveva conosciuto Elvira laggiù, quando lo assisteva, e due anni dopo l’aveva sposata; ma si guardava dal nominarlo davanti a lei, o di ricordarglielo in qualunque modo, ben sapendo come il suo animo affettuoso e sensibile ne venisse sconvolto. La minima occasione che le ricordasse, anche solo da lontano, il tempo in cui quel giovane aveva sofferto ed era morto per lei la commuoveva sempre fino alle lacrime, e allora non c’era più modo di consolarla e di calmarla: dovunque fosse, si appartava, senza che nessuno la seguisse, perché si era già fatta la prova che ogni altro rimedio era vano, se non lasciarla sfogare piangendo il suo dolore in solitudine.
Nessuno, all’infuori di Piachi, conosceva la causa di quelle strane e frequenti commozioni, perché neppure una volta in vita sua le era venuta alle labbra una parola su quell’avvenimento; erano abituati ad attribuirle all’eccitabilità del suo sistema nervoso, in conseguenza di una violenta febbre che l’aveva colpita subito dopo il matrimonio; e così venne a cessare ogni ulteriore indagine sulle sue cagioni.
Una volta Nicolò, insieme a quella Saveria Tartini con la quale, a dispetto del divieto paterno, non aveva mai del tutto interrotto la relazione, si recò di nascosto, senza che la moglie lo sapesse, con la scusa di essere stato invitato a casa di un amico, al Carnevale; e ritornò a tarda notte, quando tutti dormivano, indossando un costume, che aveva scelto a casaccio, da nobile genovese. Avvenne che il vecchio, improvvisamente, si sentisse poco bene ed Elvira, in mancanza delle domestiche, si alzasse per aiutarlo e andasse nella sala da pranzo a prendergli l’ampollina dell’aceto. Aveva appena aperto la credenza, che si trovava nell’angolo, e stava frugando, in piedi, sull’orlo di uno sgabello, tra bicchieri e caraffe, quando Nicolò aprì cautamente la porta e, con un lume che aveva acceso nell’anticamera, il cappello piumato, il mantello e la spada, attraversò la sala.
Ignaro, senza vedere Elvira, si avvicinò alla porta che dava nella sua camera da letto; e si era appena accorto, con un tuffo al cuore, che era chiusa a chiave, quando, alle sue spalle, Elvira lo vide e, con i bicchieri e le boccette che aveva in mano, cadde, come se fosse stata colpita da un fulmine invisibile, dallo sgabello sul pavimento di legno. Nicolò, pallido per lo spavento, si volse e fece per correre in aiuto della poverina. Ma, poiché il rumore causato dalla caduta non poteva non far accorrere il vecchio, il timore dei suoi rimproveri soffocò ogni altro riguardo: le strappò in fretta dal fianco, tutto agitato, il mazzo di chiavi che portava, ne trovò una che apriva, gettò il mazzo in mezzo alla stanza e sparì.
Poco dopo, quando Piachi, per quanto indisposto, era saltato giù dal letto e l’aveva tirata su, e anche domestici e fantesche, chiamati dalle sue scampanellate, erano accorsi con le candele, venne anche Nicolò, in vestaglia, e domandò che cosa fosse successo; ma poiché Elvira, con la lingua paralizzata dal terrore, non era in condizione di parlare, e solo egli stesso, all’infuori di lei, avrebbe potuto dare una risposta a quella domanda, come si fossero svolte le cose restò per sempre un mistero. Elvira, che tremava in tutte le membra, venne messa a letto, e vi rimase parecchi giorni, in preda a una violenta febbre; ma, con il naturale vigore della sua costituzione, superò l’incidente e si riprese abbastanza bene, anche se le rimase una strana malinconia.
Trascorse un anno. Costanza, la moglie di Nicolò, partorì e, durante il puerperio, morì insieme al bimbo che aveva messo al mondo. L’evento, di per sé increscioso, perché rapiva una creatura educata e virtuosa, lo era doppiamente, perché riapriva le porte alle due passioni di Nicolò, la bigotteria e le donne. Dal mattino alla sera, con il pretesto di cercare consolazione, se ne stava nelle celle dei Carmelitani, benché fosse noto che alla moglie, quando era viva, non aveva dimostrato che scarso affetto e fedeltà. Costanza non era ancora sotto terra, e già Elvira entrando di sera in camera sua, per occuparsi dell’imminente sepoltura, trovò presso di lui una ragazza in gonnella corta e con il trucco, che conosceva anche troppo bene come la cameriera di Saveria Tartini. Elvira, a quella vista, abbassò gli occhi, si volse, senza dire una parola, e lasciò la stanza. Né Piachi né nessun altro seppe mai nulla di quell’incontro; a lei bastò inginocchiarsi e piangere, con il cuore oppresso, accanto alla salma di Costanza, che aveva molto amato Nicolò.
Ma avvenne che, per caso, Piachi, il quale era stato in città rincasando incontrasse la ragazza e, avendo subito capito che cosa era venuta a fare, la investisse con veemenza e, un po’ con l’astuzia, un po’ con la forza, le facesse consegnare il biglietto che aveva con sé. Salì, per leggerlo, in camera sua, e vi trovò, come aveva previsto, l’ardente preghiera di Nicolò a Saveria di fargli sapere il luogo e l’ora dell’incontro che desiderava. Piachi sedette, e rispose, contraffacendo la scrittura, a nome di Saveria: «Subito, prima di notte, nella chiesa della Maddalena». Poi chiuse il biglietto con un sigillo non suo e lo fece recapitare, come se venisse da quella signora, nella stanza di Nicolò.
Il disegno riuscì perfettamente. Nicolò prese subito il mantello e, dimentico di Costanza, esposta nella bara, uscì di casa. Allora Piachi, profondamente indignato, disdisse le esequie solenni fissate per il giorno seguente, fece sollevare la salma, così com’era, da alcuni becchini e, accompagnata soltanto da Elvira, da lui stesso e da alcuni parenti, la fece portare in silenzio nella cripta della chiesa della Maddalena, che era stata preparata per lei.
Nicolò, il quale, avvolto nel mantello, era in piedi sotto la navata, vide con stupore avvicinarsi quel corteo funebre a lui ben noto, e domandò al vecchio, che seguiva la bara, che cosa significasse tutto ciò, e chi venisse trasportato. Ma lui, con il messale in mano, rispose soltanto, senza alzare il capo: «Saveria Tartini», e la salma, come se Nicolò non ci fosse stato, fu ancora una volta scoperta, benedetta dai presenti e infine calata e richiusa nella cripta.
L’episodio, che l’aveva coperto di vergogna, destò nel petto dello sventurato un odio cocente per Elvira, poiché a lei credeva di essere debitore dell’offesa che il vecchio gli aveva fatto davanti a tutti. Per molti giorni Piachi non gli rivolse la parola. Ma poiché Nicolò, a causa dell’eredità di Costanza, aveva bisogno del favore e della benevolenza del vecchio, si vide costretto a prendergli, una sera, la mano, e a promettergli, con espressione contrita, di rompere immediatamente e per sempre ogni rapporto con Saveria. Ma era assai poco propenso a mantenere la promessa e, anzi, la resistenza che gli si opponeva non faceva che acuire la sua ostinazione, e renderlo più scaltro nell’arte di eludere la vigilanza dell’onesto vecchio.
Elvira, al tempo stesso, non gli era mai parsa così bella come nel momento in cui aveva, per sua mortificazione, aperto e richiuso la stanza in cui si trovava la ragazza. Lo sdegno, accendendo le sue guance di un soave rossore, aveva dato al suo viso dolce, raramente agitato dalle emozioni, un fascino infinito. Gli sembrava incredibile che, con tali attrattive, non azzardasse lei stessa, di tanto in tanto, il piede sul sentiero fiorito sul quale egli si stava incamminando, quando era stato da lei così ignominiosamente punito. Se era così, bruciava dal desiderio di renderle, presso il vecchio, lo stesso servizio che aveva ricevuto da lei, e non cercava né aveva bisogno d’altro, se non dell’occasione di mettere in atto il suo proposito.
Un giorno passava, in un momento in cui Piachi era assente, davanti alla camera di Elvira e, con stupore, udì qualcuno parlare. Attraversato da un improvviso brivido di maligna speranza chinò occhi e orecchi alla serratura e, cielo!, che cosa vide? Lei era là, ai piedi di qualcuno, con un’espressione rapita, e benché non potesse scorgere chi fosse, udì sussurrare, nettissima, pronunciata con l’inconfondibile accento dell’amore, la parola: «Colino».
Con il cuore che gli batteva, si mise nel vano della finestra del corridoio, dal quale poteva sorvegliare l’uscio della stanza senza tradire le sue intenzioni; e già credeva, a un leggerissimo rumore che veniva dalla serratura, giunto il momento inestimabile in cui avrebbe potuto smascherare la santerellina, quando, invece dello sconosciuto che attendeva, Elvira stessa, senza che nessuno la seguisse, uscì gettandogli da lontano uno sguardo del tutto calmo e indifferente, dalla stanza. Aveva sottobraccio una pezza di tela tessuta in casa; e, dopo aver chiuso la stanza con una chiave che portava al fianco, cominciò a scendere tranquillamente la scala, con la mano appoggiata alla ringhiera.
Quella dissimulazione, quell’apparente indifferenza gli sembrò il culmine dell’impudenza e della perfidia. Non appena l’ebbe persa di vista, corse a prendere una chiave generale e, dopo aver gettato a destra e a manca alcune occhiate timorose, aprì con precauzione la porta della stanza. Ma quale fu il suo sbalordimento quando trovò tutto vuoto e, frugando in ogni angolo, non trovò nulla di simile a un uomo, se non il ritratto di un giovane aristocratico, in grandezza naturale collocato in una nicchia della parete, dietro una cortina di seta rossa, illuminato da una lampada che aveva davanti. Nicolò ne fu spaventato, non sapeva egli stesso perché. Di fronte ai grandi occhi del ritratto, che lo fissavano, una quantità di pensieri gli attraversarono il petto; ma, prima che avesse il tempo di raccoglierli e ordinarli, lo prese la paura di essere scoperto e punito da Elvira; richiuse, assai turbato, la porta, e si allontanò.
Quanto più ripensava allo strano caso, tanto più cresceva ai suoi occhi l’importanza del ritratto che aveva scoperto, e tanto più bruciante e dolorosa diveniva la curiosità di sapere a chi si riferisse. L’aveva pur vista in ginocchio, in tutto il suo profilo, ed era più che sicuro che colui dinanzi al quale aveva fatto quel gesto era la figura del giovane cavaliere dipinta sulla tela. Nell’irrequietezza d’animo che si era impadronita di lui, andò da Saveria Tartini e le raccontò la strana esperienza che gli era successa. Costei, che condivideva il suo interesse alla rovina di Elvira, poiché tutti gli ostacoli alla loro relazione venivano da lei, espresse il desiderio di vedere il ritratto collocato nella stanza. Poteva vantarsi, infatti, di molte conoscenze fra i nobili italiani, e se quello di cui si parlava era stato a Roma anche una sola volta in vita sua, ed era persona di una certa importanza poteva sperare di conoscerlo.
Poco tempo dopo, avvenne che i due coniugi Piachi, che volevano far visita a un parente, si recassero, una domenica, in campagna. Non appena Nicolò seppe di avere, in tal modo, campo libero, corse da Saveria e la introdusse, come una signora forestiera, insieme a una figlioletta che aveva avuto dal cardinale, con il pretesto di mostrarle dei quadri e dei ricami, nella stanza di Elvira. Ma quale fu il suo sconcerto quando la piccola Clara (così si chiamava la figlia), non appena egli ebbe tirato la cortina gridò: «Oh Dio, signor Nicolò! Ma quello siete voi!».
Saveria ammutolì. Il ritratto, in effetti, quanto più lo guardava, rivelava un’evidente somiglianza con lui, tanto più se ripensava, e per la sua memoria non era certo difficile, al costume da aristocratico con il quale, non molti mesi prima, l’aveva accompagnata di nascosto al Carnevale. Nicolò cercò di dominare scherzando l’improvviso rossore che gli era salito alle guance, e disse, baciando la piccola: «Oh sì, Claretta, il ritratto mi assomiglia proprio! Come tu a quello che si crede tuo padre!».
Ma Saveria, nell’animo della quale si era destato l’amaro sentimento della gelosia, gli lanciò un’occhiata, disse, mettendosi davanti allo specchio, che dopo tutto era indifferente chi fosse quell’uomo, lo salutò piuttosto freddamente e lasciò la stanza.
Nicolò, non appena Saveria se ne fu andata, ripensò a quella scena con vivissima agitazione. Ricordò, con grande gioia, lo strano e profondo turbamento in cui aveva gettato Elvira con la fantastica apparizione di quella notte. Il pensiero di aver destato la passione di quella donna, che passava per un modello di virtù, lo lusingava quasi quanto era forte il suo desiderio di vendicarsi di lei. E poiché ora gli si apriva la possibilità di soddisfare con un sol colpo l’una e l’altra voglia, attese con impazienza il ritorno di Elvira, e il momento in cui uno sguardo agli occhi di lei avrebbe coronato la sua convinzione, ancora esitante.
Nulla lo turbava, nella vertigine che l’aveva travolto, se non il preciso ricordo che il ritratto davanti al quale Elvira era inginocchiata, quando egli l’aveva spiata dal buco della serratura era stato chiamato da lei con il nome di Colino. Ma anche nel suono di quel nome, che non era affatto comune da quelle parti, c’era qualcosa che, non sapeva per quale ragione, cullava il suo cuore in dolci sogni. E, se doveva diffidare di uno dei due sensi, la vista o l’udito, inclinava naturalmente verso quello che meglio lusingava i suoi desideri.
Elvira ritornò dalla campagna solo parecchi giorni dopo; e poiché, dalla casa del cugino al quale aveva fatto visita, aveva portato con sé una giovane parente, che desiderava vedere Roma, tutta intenta a essere premurosa con lei gettò soltanto uno sguardo distratto e indifferente a Nicolò, che, con grande cortesia, l’aiutava a scendere dalla carrozza. Alcune settimane interamente dedicate all’ospite, che abitava con loro, trascorsero in un’agitazione inconsueta per la casa. Si visitò, dentro e fuori città, tutto ciò che poteva interessare una ragazza giovane e allegra come l’ospite; e Nicolò, il quale, a causa del lavoro che doveva sbrigare in ufficio, non era invitato a prender parte a quelle piccole gite, ricadde, riguardo a Elvira, nell’umore più nero. Ricominciò a pensare, con i sentimenti più amari e lamentosi, allo sconosciuto che lei adorava nella sua devozione segreta; e, la sera della partenza della giovane parente, che aveva atteso tanto a lungo con desiderio, questo sentimento faceva sanguinare più che mai il suo cuore inasprito, perché Elvira, invece di parlare con lui, taceva da più di un’ora, seduta al tavolo da pranzo, occupata da un piccolo lavoro a maglia.
Era avvenuto che Piachi, pochi giorni prima, avesse chiesto di una scatola che conteneva delle piccole lettere d’avorio, che erano servite per insegnare l’alfabeto a Nicolò quando era bambino; il vecchio aveva pensato, poiché ormai non servivano più a nessuno, di regalare a un bambinello del vicinato. La cameriera che era stata incaricata di cercarle, in mezzo a molte altre vecchie cose, non era riuscita a trovare altro che le sei lettere che formavano il nome «Nicolò»; probabilmente perché alle altre, che avevano un rapporto meno diretto con il ragazzo, si era fatta meno attenzione e, in una circostanza qualsiasi, erano state gettate via. Quando Nicolò prese in mano le lettere, che si trovavano sul tavolo da vari giorni, e, con il gomito appoggiato sul desco, si mise a giocherellarci, covando i suoi tetri pensieri, gli venne fuori per caso – egli stesso se ne stupì, quanto non si era mai stupito in vita sua – la combinazione che formava il nome «Colino». Nicolò, che non aveva mai pensato a fare l’anagramma del suo nome, gettò, di nuovo in preda a folli speranze, uno sguardo timido e incerto a Elvira, che sedeva al suo fianco. Il nesso che gli era stato rivelato fra le due parole gli parve più di una semplice coincidenza; rifletté, reprimendo la sua gioia, al significato della strana scoperta, e, levare le mani dalla tavola, aspettò con il cuore in gola il momento in cui Elvira avrebbe alzato gli occhi e scorto il nome, che era là in piena vista.
L’attesa non lo deluse. Non appena Elvira, in un momento d’ozio, ebbe notato la posizione delle lettere, e si fu chinata su di esse, ignara e sopra pensiero, per leggerle, perché era un po’ miope, il suo sguardo sfiorò, con una strana angoscia, il volto di Nicolò, che la fissava con apparente indifferenza; riprese il lavoro, con una espressione malinconica che non si può descrivere, e, credendosi inosservata, lasciò cadere in grembo, con un soave rossore, una lacrima, e poi altre ancora. Nicolò, che osservava tutti quei moti dell’animo senza guardarla, non dubitava più che, dietro quella trasposizione di lettere, ella nascondesse il suo nome. La vide scompigliare le lettere, con un gesto soave, e le sue selvagge speranze raggiunsero il culmine della certezza quando lei si alzò, mise da parte il lavoro a maglia e disparve nella sua camera da letto. Voleva già alzarsi e seguirvela, quando entrò Piachi e, alla sua domanda dove fosse Elvira, una cameriera rispose che non si sentiva bene e si era messa a letto. Piachi, senza dimostrare grande turbamento, si volse e andò a vedere che cosa faceva; e quando, un quarto d’ora dopo, ritornò con la notizia che non sarebbe venuta a cena, senza aggiungere altro, Nicolò credette di aver trovato la chiave di tutte le scene enigmatiche di cui era stato testimone.
Il mattino seguente, mentre era occupato a riflettere, con gioia perversa, sull’utilità che sperava di trarre dalla sua scoperta, ricevette un biglietto da Saveria, in cui lei lo pregava di raggiungerla perché aveva qualcosa di interessante da dirgli a proposito di Elvira. Attraverso il vescovo che la manteneva, Saveria era in rapporti strettissimi con i frati del convento dei Carmelitani; e poiché sua madre andava a confessarsi al convento, Nicolò non dubitava che Saveria fosse riuscita a farsi rivelare, sulla storia segreta dei suoi sentimenti, dei particolari che corroborassero le sue innaturali speranze. Ma come fu sgradevolmente strappato, dopo un saluto stranamente beffardo di Saveria, ai pensieri in cui si cullava, quando lei lo fece accomodare sorridendo sul divano su cui era seduta, e gli disse che doveva rivelargli che l’oggetto dell’amore di Elvira era un morto, che già da dodici anni riposava nella tomba. Alvise, marchese del Monferrato, al quale uno zio di Parigi, presso il quale era stato educato, aveva dato il soprannome di «Collin», trasformato poi in Italia, scherzosamente, in «Colino», era l’originale del ritratto che egli aveva scoperto nella nicchia, dietro la tenda di seta rossa, in camera di Elvira: il giovane aristocratico genovese che, durante la sua fanciullezza, l’aveva così nobilmente salvata dalle fiamme, ed era morto per le ferite ricevute in quell’occasione. Ma, aggiunse, lo pregava di non fare uso di quel segreto, che le era stato confidato, sotto il sigillo della più assoluta discrezione, da una persona che non avrebbe avuto il diritto di rivelarglielo, nel convento dei Carmelitani. Nicolò, sul viso del quale si alternavano il pallore e il rossore, l’assicurò che non aveva nulla da temere e, del tutto incapace com’era di nascondere, davanti alle occhiate maliziose di Saveria, l’imbarazzo in cui l’aveva gettato quella rivelazione, addusse il pretesto di un lavoro urgente da sbrigare, prese, con uno sgradevole tremito del labbro superiore, il cappello, la salutò e uscì.
Umiliazione, lussuria e vendetta si unirono allora per covare l’azione più orrenda che sia mai stata compiuta. Egli sentiva che soltanto con l’inganno avrebbe potuto raggiungere l’anima pura di Elvira e non appena Piachi, che si recava in campagna per qualche giorno, gli lasciò libero il campo, si preparò a mettere in opera il piano diabolico che aveva escogitato. Si procurò lo stesso vestito con il quale, pochi mesi prima, era apparso di notte a Elvira, ritornando di nascosto dal Carnevale, indossò mantello, colletto e cappello piumato di foggia genovese, identici a quelli che portava il ritratto, si introdusse di soppiatto, poco prima dell’ora del riposo, in camera di Elvira, coperse con un panno nero il ritratto della nicchia e attese, con il bastone in mano, nella stessa identica posizione del giovane patrizio, l’adorazione di Elvira.
Reso perspicace dalla sua infame passione, aveva fatto bene i suoi calcoli; perché, non appena Elvira, che era entrata poco dopo, quando si fu svestita, con gesti lenti e silenziosi, tirò, come faceva abitualmente, la cortina di seta che chiudeva la nicchia e lo vide, gridò: «Colino! Amore mio!» e cadde svenuta sul pavimento di legno. Nicolò uscì dalla nicchia; restò fermo per un attimo, immerso nella contemplazione della sua bellezza, rimirando la sua dolce figura, che di colpo impallidiva sotto il bacio della morte; ma subito la sollevò, poiché non c’era tempo da perdere, fra le sue braccia, e la portò, dopo aver tirato via il panno nero davanti al quadro, sul letto che stava nell’angolo della stanza. Fatto questo, andò a chiudere a chiave la porta, ma la trovò già chiusa; e, sicuro che, anche quando avesse ripreso i sensi, non avrebbe opposto resistenza alla sua fantastica apparizione, che aveva tutte le apparenze del soprannaturale, ritornò verso il giaciglio e cercò di risvegliarla con baci ardenti sul petto e sulle labbra. Ma la Nemesi, che segue da vicino il delitto, volle che Piachi, che il meschino credeva lontano per parecchi giorni, dovesse ritornare inaspettatamente a casa proprio in quel momento. Egli si avvicinò silenziosamente lungo il corridoio, poiché credeva Elvira già addormentata, e, avendo sempre con sé la chiave, entrò improvvisamente, senza essere annunciato dal minimo rumore, nella stanza.
Nicolò si alzò in piedi, come colpito dal fulmine, si gettò, non potendo mascherare in alcun modo la sua ribalderia, ai piedi del vecchio, e implorò, promettendo che non avrebbe mai più levato gli occhi su sua moglie, il suo perdono. E anche il vecchio era incline a risolvere ogni cosa senza tumulto. Muto, quale l’avevano reso alcune parole di Elvira, che, tra le sue braccia, era tornata in sé, e aveva gettato sul meschino uno sguardo terribile, tirò le cortine del letto sul quale era distesa, staccò dalla parete lo scudiscio, aperse la porta e gli indicò la strada che doveva prendere immediatamente.
Ma questi, in tutto degno di Tartufo, quando vide che per quella via non c’era nulla da ottenere, saltò di colpo in piedi e dichiarò che toccava a lui, al vecchio, lasciare la casa, poiché egli era il legittimo proprietario, in base a documenti pienamente validi, e avrebbe ben saputo far valere i suoi diritti contro chicchessia!
Piachi non credeva ai propri occhi. Disarmato da quell’inaudita impudenza, depose lo scudiscio, prese il cappello e il bastone, corse da un vecchio amico avvocato, il dottor Valerio svegliò una domestica, che venne ad aprire, e, non appena fu entrato in camera dell’amico, cadde svenuto ai piedi del suo letto, prima di aver pronunciato una parola.
Il dottor Valerio, che accolse in casa propria lui e poi anche Elvira, corse, il mattino seguente, a chiedere l’arresto del diabolico furfante, che aveva dalla sua non pochi vantaggi; ma, mentre Piachi muoveva le sue leve inerti, per spogliarlo degli averi che a suo tempo gli aveva intestato, questi, redatto un lascito generale, corse dai suoi amici, i frati Carmelitani, e chiese la loro protezione contro il vecchio pazzo, che voleva cacciarlo. In breve, poiché acconsentì a sposare Saveria, della quale il vescovo voleva sbarazzarsi, la malvagità vinse, e il Governo, per intromissione dell’alto prelato, emanò un decreto con il quale riconfermava la proprietà a Nicolò, e vietava a Piachi di molestarlo.
Piachi, che proprio il giorno prima aveva sepolto Elvira morta per i postumi di una violenta febbre provocata dagli eventi di quella notte, sospinto da un doppio dolore andò a casa con il decreto in tasca e, con la forza che gli dava il suo furore, si gettò su Nicolò, più debole di costituzione, e gli sfracellò la testa contro il muro. La gente di casa se ne accorse soltanto a fatto compiuto; lo trovarono con il capo di Nicolò fra le ginocchia, mentre gli ficcava in bocca il decreto. Fatto questo si alzò consegnò tutte le sue armi, fu messo in prigione, processato e condannato a morte per impiccagione.
Nello Stato della Chiesa vige una legge per la quale nessun colpevole di un delitto può essere messo a morte senza aver ricevuto l’assoluzione. Piachi, quando venne il giorno dell’esecuzione, rifiutò ostinatamente l’assoluzione. Dopo aver esperito invano tutti i mezzi previsti dalla religione per fargli sentire la colpevolezza del suo gesto, sperarono di atterrirlo e indurlo al pentimento con la vista della morte che l’attendeva, e lo condussero al patibolo. Qui c’era un sacerdote che gli descrisse con una voce da Ultimo Giorno, tutti gli orrori dell’Inferno, dove la sua anima stava per discendere, mentre un altro, tenendo in mano l’Ostia consacrata, il santo mezzo di riconciliazione, gli faceva le lodi delle dimore della pace eterna.
«Vuoi tu avere parte del beneficio della redenzione?», chiesero entrambi. «Vuoi ricevere la comunione?».
«No», rispose Piachi.
«Perché no?».
«Non voglio essere beato. Voglio scendere nel fondo più basso dell’Inferno. Voglio ritrovare Nicolò, che non può essere in cielo, e riprendere la mia vendetta, che qui ho potuto soddisfare solo in parte!».
E così dicendo salì la scala e invitò il boia a compiere il suo ufficio. In breve, ci si vide costretti a sospendere l’esecuzione e a riportare in carcere l’infelice, che la legge proteggeva. Per tre giorni consecutivi lo stesso tentativo fu ripetuto, sempre con lo stesso esito. Quando anche il terzo giorno dovette ridiscendere la scala senza essere appeso alla forca, Piachi levò le braccia con espressione truce e maledisse la legge disumana che non voleva farlo andare all’Inferno. Invocò tutta la schiera dei diavoli perché lo prendesse, giurò che il suo unico desiderio era di essere giustiziato e dannato, e assicurò che avrebbe strangolato il primo prete che gli si fosse parato d’innanzi, pur di rimettere le mani su Nicolò all’Inferno!
Quando le sue parole furono riferite al Papa, egli ordinò di giustiziarlo senza l’assoluzione; nessun prete l’accompagnò, e fu impiccato in silenzio sulla Piazza del Popolo.

Paolo Brunati, Delle sparizioni

Sarebbe bellissimo morire come se si fosse spariti. Che a un certo punto non si sente più parlare di te e la mancanza di notizie continua. Essere, come si dice, morto, ma non con tutto quel cadavere ingombrante e repulsivo nei piedi: fuso nell’aria, evaporato, vanito, estinto.
È tutt’altro che rendersi latitante, come chi dice “Vado un momento dal tabaccaio” e mai più ritorna (la tavola era già tutta apparecchiata), non è come un missing, che i parenti si rivolgono alla televisione.
È un rarefarsi progressivo nella propria stessa casa, misteriosamente. A volte non si è presenti a pranzo, o si ha l’aria distratta (“Ma a cosa pensi…?”), o ci si alza prima degli altri.
A volte si lascia il letto vuoto, le camicie pendono a lungo intatte nell’armadio, compaiono molto meno fazzoletti e mutande da lavare. Non perché si sia più sporchi ma perché si sporca meno, questo vallo a far capire. Son riluttanti a lasciarti sparire, continuano a volerti lavare la roba.
È un dato di fatto, me ne accorgo, che si ha sempre meno bisogno di questo e di quello. Parlare pochissimo, sempre meno, e dire sempre soltanto cose di repertorio, come un pappagallo decrepito. Compiacersi invece sempre di più di neologismi, parole inventate di sana pianta e anagrammi, e calembours. Sparisce con te pure l’idioma, si frammenta, assume altre combinazioni.
Stare sempre di più fuori, ma non fare quasi mai le commissioni di cui si è incaricati, non imbucare le lettere per settimane, non aprire quelle che arrivano, non telefonare.
Una graduale ma costante via verso il dissolvimento dovrebbe essere la massima preoccupazione di un uomo responsabile. Evitare quel momento drammatico di rottura, quell’istante fatale così sgradevole, che mette in subbuglio la casa per più giorni.
Avviarsi verso la propria irreperibilità, ecco. Fino a che si accorgerebbero che di te non c’è più traccia, che non ricompari (“Da quanti giorni non si vede più il babbo? Io ho perso il conto”). Ma è normale. Fino a che non ci sarebbe più traccia di te definitivamente, nemmeno il classico laghetto sul pavimento di qualche cosa che aveva una forma ma si è sciolto. Essi ne proverebbero una sorpresa incredula uguale e contraria al lutto tradizionale. La sorpresa che si prova quando si trova per terra qualcosa di prezioso. Oppure come quella che provavi tu, da bambino, quando sotto Pasqua preparavi un nido di trucioli nascondendolo dietro un tendaggio e tutte le mattine andavi a vedere se c’era un uovo. E il miracolo della Deposizione, di trovare nel nido un uovo di zucchero foderato all’interno di cioccolato si avverava. Lo stesso dovrebbe essere per la Sparizione, un evento natale.
Non dar più segno, di detto e di fatto. Di lui non si sa più nulla. Come il poeta greco del V a.C. il cui ultimo frammento risale a… dopodiché non c’è più traccia, quindi possiamo ragionevolmente collocare la sua morte tra il…… e il…..

Paolo Brunati, Colloqui con il pesce sapiente, Miraggi edizioni

Daniele Ventre, Perché il modo in cui la scuola presenta l’epica è fuorviante, e perché ri-tradurre l’Odissea (Il Libraio.it)

Il modo in cui da sempre la scuola ha presentato ai giovani l’epica è fuorviante.
poemi epici sono in realtà una forma di intrattenimento, con una fortissima funzione educativa: in sostanza, sono i più remoti antenati di quello che oggi con il tipico inglesismo che piace a un certo mondo dell’informazione e della didattica, si chiamerebbe edutainment.
Nello stesso tempo, però, l’epica è figlia di una società contadina e pastorale primitiva, in origine priva di scrittura, in cui la tradizione orale è l’unico mezzo per trasmettere le conoscenze tecniche e giuridiche e i valori fondamentali necessari a una comunità per sopravvivere.
Miti e poemi epici, passando di bocca in bocca, raccontavano di dèi e di eroi: ma nel contempo le gesta raccontate contenevano mappe del cielo e della terra, norme legali e rituali, messaggi etici, cognizioni mediche, indicazioni dei tempi della caccia, della semina e della raccolta. A un livello più profondo, il mito è perciò il linguaggio tecnico delle comunità arcaiche.
Questa ricchezza di funzioni fa del mito, e dell’epica, un fenomeno a sé all’interno delle forme di espressione poetica. La semplicità dei miti li rende immediatamente accessibili; nello stesso tempo, il linguaggio straniante dell’epica, che è la forma originaria in cui il mito per lo più si tramanda, conferisce alle narrazioni degli eroi e degli dèi il tono di un racconto che si lega alle radici più profonde dell’esistenza umana. Il canto e la danza che spesso si legano alla forma epica del mito, accrescono il suo potere attrattivo.

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Le figurine di Radiospazio. L’abisso

– In ciò è la principale turpitudine! La dissolutezza non consiste negli atti fisici, qualunque eccesso fisico non corrompe: ma la corruzione, la vera corruzione consiste proprio nel liberarsi dalle relazioni morali verso la donna con la quale si hanno rapporti fisici. Ma questa liberazione io la consideravo come un merito. Mi ricordo di essermi una volta molto tormentato per non esser riuscito a pagare una donna che forse si era data a me per amore. Mi tranquillizzai soltanto quando le ebbi mandato del denaro, mostrando così che non mi consideravo affatto legato moralmente a lei… Non scuotete il capo come se foste d’accordo con me! Conosco questo trucco. Voi tutti, anche voi, nel migliore dei casi, se non siete una rara eccezione, voi avete le stesse idee che io avevo allora. Via, lasciamo andare, perdonatemi, ma ciò è orribile, orribile, orribile!
– Che cosa è orribile?
– L’abisso d’incoscienza in cui tutti viviamo riguardo alle donne e alle nostre relazioni con loro.

Lev TolstojSonata a Kreutzer, RLI

Monica Col, Arte Degenerata: Hitler contro Chagall, Picasso e tutti gli altri (Zetatielle)

Il 19 luglio 1937, a Monaco di Baviera, presso le Gallerie dell’Hofgarten dell’Istituto di Archeologia, in un secondo piano scelto apposta per le stanze buie e strette che non avrebbero per nulla valorizzzato le opere, si inaugura una mostra. La mostra è  Entartete KunstArte degenerata. Commissionata dal ministro per la Propaganda del regime nazista al pittore Adolf Ziegler.
L’obiettivo? Quello di additare e bandire opere di arte modernista e di artisti di fama internazionale come “insulto al sentimento tedesco”. Sarà forse che Hitler nutriva qualche rancore dopo aver tentato due volte, invano, di entrare all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Fatto sta che il Fhürer si fa promotore assoluto di un progetto volto allo sradicamento dell’”arte inutile”, almeno secondo il regime.
Attenzione questa è una mostra nata apposta per mostrare“, si legge sulla locandina. Mostrare sì…ma criticando, cioè per far vedere le opere e giudicarle inguardabili. Dai volantini pubblicitari dell’epoca si apprendono i criteri di questa mostra di Arte Degenerata. “Il regime nazista vuole sottolineare quanti soldi siano stati sprecati dallo stato per comprare opere prodotte dal degrado mentale, da fantasie malate e da presunti artisti. Di fatto veri incompetenti, premiati da cricche di ebrei e letterati che hanno fatto sprecare moltissimo denaro per questa arte mentre il popolo tedesco moriva di fame”.
Nel calderone dell’arte degenarata, esposte alla berlina finiscono “La Casa Blu (Blaues Haus) di di Marc Chagall, “Les Masque et la mort” di James Ensor, “La famille Soler” di Pablo Picasso. Seguono a ruota Munch, Grosz, Kandinsky e Paul Klee. Ma anche le correnti dell’espressionismo e del cubismo, del dadaismo e dell’ astrattismo. Troppe immagini surreali e colori troppo arditi. Sono incompatibili con la “razza pura”: una perversione. Un vero ostacolo sulla supremazia del mito della “magnifica bestia bionda” tedesca.
All’inaugurazione presenzia, ovviamente Hitler in persona insieme a Goebbels, che comunque, detto tra noi, apprezzava molto l’arte d’Avanguardia. Ma siccome la linea del partito era diversa, si stampa un bel sorriso sulla faccia e via, dietro al dittatore. Ma anche il pubblico, in realtà,sembra apprezzare molto questa mostra, che segue, solo di un giorno quella della “Grande rassegna d’Arte Germanica”, allestita con opere gradite ai nazisti.

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Edward Munch, Summer day

Giuseppe Berto, Un dito (frammento)

Trovo la moglie a letto un po’ pallida ma tanto contenta col professore ginecologo che è venuto a visitarla dopo il lavoraccio e dice quanto è stata brava questa piccola deliziosa signora, e io penso ma guarda un po’ sta’ a vedere che ha funzionato pure il parto indolore questa mia moglie è davvero capace di tutto, d’altra parte si vede che non sta nella pelle per l’elogio ricevuto dall’alto e quando quello se ne va finalmente vuole prendersi una mano mia e mi guarda commossa e mi dice ne voglio subito un’altra, e io come un lampo penso stai fresca che te ne faccio un’altra siamo mica matti per caso e vorrei dirle di calmarsi ma intanto mi viene in mente che se ha detto un’altra vuol dire che è nata una femmina e le dico è femmina vero, e lei sorridendo con occhi e bocca estenuati che sembra non abbia mai fatto altro che amarmi e amarmi senza darmi alcuna seccatura dice tu la volevi femmina, e poi dice però non ha gli occhi azzurri e i capelli biondi non sono stata brava abbastanza, e io le dico non fare la stupida e quasi quasi mi metto a piangere, per fortuna viene dentro una suora la quale saputo che io sono il padre si congratula fervidamente e dice che non si potrebbe ma se voglio dare un’occhiatina alla neonata me la fa dare, io per la verità non è che ne abbia gran voglia oggi o domani fa lo stesso secondo il mio intendimento anzi meglio domani che oggi dato che forse ancora per una notte si può far finta che non sia nata, però a quanto pare ci sono consuetudini abbastanza rigorose per i nuovi padri ed una di queste consiste nel guardare con compiacimento e commozione i nuovi figli sicché vado in corridoio seguendo la suora e quella mi fa segno di aspettare e poco dopo mi porta mia figlia, vestita a trine di mussola come una principessa ma per il resto del tutto simile agli altri neonati dell’universo che non sono certo belli, anzi direi sono proprio brutti e congestionati e mia figlia di sicuro non fa eccezione, però noto che ha le mani bianche con dita lunghissime chissà mai se è normale che abbia le dita tanto lunghe essendo appena nata comunque se non è normale tanto meglio mia figlia deve pur avere qualche segno di eccellenza dopotutto, perciò mi viene il compiacimento di rigore e desiderio di toccare una di quelle mani per sentire anche come sia la pelle di questo essere tuttora in bilico sull’estraneità per ciò che mi riguarda, ed ecco che lei non so come mi afferra un dito non è che un piccolo mostriciattolo che muove bocca e mani senza saperlo e tuttavia solo ad afferrarmi un dito ha stabilito con apparente naturalezza un rapporto anche affettivo indissolubile, mi ha preso insomma per tutta la mia vita collocandomi al suo servizio, un bell’affare a pensarci bene, per i prossimi vent’anni o anche venticinque se non di piú il mio lavoro e le mie fatiche sapranno dove andare a finire, con l’aiuto di Dio.

Giuseppe Berto, Il male oscuro, Neri Pozza

Gad Lerner, Se questo è uno Stato. Intervista a Primo Levi (1984) Doppiozero

https://www.doppiozero.com/se-questo-e-uno-stato-intervista-primo-levi?fbclid=IwAR1dc4iw-n4tAKaU8pJ_FMD0Bn6-jhRMrR6daJ8qjgFpem-X0_KwNz5lfeU

Francesca Rigotti, Specchio: storia simbolica di un’immagine (Doppiozero)

Lo specchio è un artefatto antico: ne sono stati trovati esemplari in tutto il mondo, alcuni dei quali risalenti al VI millennio a.C. Oltre allo specchio artefatto, prodotto dall’azione e dall’intenzione di qualcuno, c’è però anche lo specchio naturale, la superficie liquida, l’acqua. Noi che in genere non ci specchiamo mai sulla superficie dell’acqua potremmo considerare sfocata l’immagine che riflette, senza sapere che può dare invece risultati di altissimo nitore e grande precisione.

Ben lo sapeva il giovinetto Narciso, il cui mito ci viene subito alla mente se pensiamo al gesto di specchiarsi nell’acqua e alle sue, per Narciso, terribili conseguenze. Tutti conoscono Narciso, la cui struggente vicenda è narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Forse non tutti sanno però che il suo destino equoreo era in qualche modo predestinato dalla natura dei suoi genitori, un fiume (il Cefíso) e una ninfa acquatica, la cerulea Liríope (dagli occhi sfacciati, da lirós, sfacciato, e ops, opós, femm., occhio). Occhi sfacciati che la madre trasmise in eredità al figlio, dal momento che questi li usò in maniera sfacciata, per innamorarsi cioè della sua immagine riflessa nell’acqua di una fonte. Eppure l’indovino, il cieco Tiresia, interrogato dalla madre se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga vecchiaia, l’aveva avvertita. Ci arriverà, aveva risposto, «se non conoscerà se stesso» (si se non noverit, v. 348).

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/specchio-storia-simbolica-di-unimmagine