Le dirò una barzelletta, signor Ashland. Quando la seconda piccola luna dell’URSS – lo Sputnik 2 – salì al cielo con un cane nell’interno, si mormorò che quello che aveva dentro non fosse proprio un cane ma Prokhor Ivanoff, un industriale caseario che era stato arrestato per furto due giorni prima. Era solo una barzelletta, ma mi fece immaginare quale tremendo castigo sarebbe stato per un essere umano venire inviato lassù. Non riuscivo a smettere di pensarci. Me lo sognavo di notte, e sognavo che a essere punito ero stato io.
Kurt Vonnegut. Missili con equipaggio, in “Tutti i racconti”, Bompiani, Traduzione di Vincenzo Mantovani
Il cosiddetto “Inno della Perla” (in altre traduzioni “Canto della Perla”) si trova negli Atti apocrifi dell’apostolo Tommaso, una composizione gnostica di matrice iranica probabilmente composta nel terzo secolo dopo Cristo nella regione di Edessa, l’odierna Urfa, in Turchia. Esiste in una versione siriaca ed una greca; quella originale è la siriaca. Si tratta di un racconto di grande bellezza, in cui il mistero del messaggio trasmesso e la simbologia utilizzata, non appesantiscono il testo, che risulta di commovente semplicità.
L’Inno della Perla
Quando ero bambino e abitavo nel regno della casa di mio Padre e mi dilettavo della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato, i miei genitori mi mandarono dall’oriente, nostra patria, con le provviste per il viaggio. Delle ricchezze della nostra casa fecero un carico per me: esso era grande eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo. Mi tolsero il vestito di gloria che nel loro amore avevano fatto per me, e il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona, e fecero un patto con me e lo scrissero nel mio cuore perché non lo potessi scordare: “Quando andrai in Egitto e ne riporterai l’Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede del nostro regno”. Lasciai l’Oriente e mi avviai alla discesa, accompagnato da due messi reali, poiché il cammino era pericoloso e difficile ed io ero troppo giovane per un tale viaggio; oltrepassai i confini di Maishan, punto d’incontro dei mercati dell’Oriente, giunsi nella terra di Babel ed entrai nelle mura di Sarburg. Scesi in Egitto e i miei compagni mi lasciarono. Mi diressi deciso al serpente e mi stabilii vicino alla sua dimora in attesa che si riposasse e dormisse per potergli prendere la Perla. Poiché ero solo e me ne stavo in disparte, ero forestiero per gli abitanti dell’albergo. Pure vidi lì uno della mia razza, un giovane leggiadro e bello, figlio di re. Egli venne e si unì a me; io lo accolsi familiarmente e con fiducia e gli raccontai della mia missione. Io (egli?) lo (me?) avvertii di guardarsi dagli Egiziani e di evitare il contatto con gli impuri. Tuttavia mi vestii con i loro abiti, perché non sospettassero di me, che ero venuto da fuori per prendere la Perla, e non risvegliassero il serpente contro di me. Ma in qualche modo si accorsero che non ero uno di loro e cercarono di rendersi graditi a me; mi mescerono nella loro astuzia (una bevanda), e mi dettero da mangiare della loro carne; e io dimenticai la Perla per la quale i miei genitori mi avevano mandato. Per la pesantezza dei loro cibi caddi in un sonno profondo. I miei genitori avevano notato tutto quello che mi accadeva ed erano afflitti per me. Fu proclamato nel nostro regno che tutti dovevano presentarsi alle nostre porte. E i re e i grandi della Partia e tutti i nobili dell’Oriente formarono un piano perché io non fossi lasciato in Egitto. E mi scrissero una lettera firmata col nome di ciascuno dei grandi. “Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre signora dell’Oriente e da tuo fratello, nostro prossimo di rango, a te nostro figlio in Egitto. Svegliati e sorgi dal tuo sonno e intendi le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re: guarda chi hai servito in schiavitù. Poni mente alla Perla per la quale sei partito per l’Egitto. Ricordati del vestito di gloria, richiama il manto splendido, per indossarli e adornarti con essi, e il tuo nome possa essere letto nel libro degli eroi e tu divenga con tuo fratello, nostro delegato, erede nel nostro regno”. Come un messaggero era la lettera che il Re aveva sigillato con la mano destra contro i malvagi, i figli di Babel e i demoni ribelli di Sarb˘rg. Si levò in forma di aquila, il re di tutti gli alti, e volò finché discese vicino a me e divenne interamente parola. Al suono della sua voce mi svegliai e mi destai dal sonno; la presi, la baciai, ruppi il sigillo e lessi. Conformi a quanto era stato scritto nel mio cuore si potevano leggere le parole della mia lettera. Mi ricordai che ero figlio di re. Mi ricordai della Perla per la quale ero stato mandato in Egitto e cominciai a incantare il terribile serpente sibilante. Lo indussi al sonno invocando il nome di mio Padre, il nome del nostro prossimo in rango e quello di mia madre la regina d’Oriente. Presi la Perla e mi volsi per tornare a casa da mio Padre. Mi spogliai del loro vestito sordido e impuro e lo abbandonai nella loro terra; diressi il mio cammino onde giungere alla luce della nostra patria, l’Oriente. Trovai la lettera che mi aveva ridestato davanti a me sul mio cammino; e come mi aveva svegliato con la sua voce, ora mi guidava con la sua luce che brillava dinanzi a me; e con la voce incoraggiava il mio timore e col suo amore mi traeva. E andai avanti. I miei genitori mandarono incontro a me a mezzo dei loro tesorieri, a cui erano stati affidati, il vestito di gloria che avevo tolto e il manto che doveva coprirlo. Avevo dimenticato il suo splendore, avendolo lasciato da bambino nella casa di mio Padre. Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati eppure ancora uno per l’eguaglianza della forma. E l’immagine del Re dei Re era raffigurata dappertutto su di esso. E vidi anche vibrare dappertutto su di esso i movimenti della gnosi. Vidi che stava per parlare e percepii il suono delle canzoni che mormorava lungo la discesa: “Sono io che ho agito nelle azioni di colui per il quale sono stato allevato nella casa di mio Padre, ed ho sentito in me stesso che la mia statura cresceva in corrispondenza delle sue fatiche”. E con i suoi movimenti regali si offerse tutto a me e dalle mani di quelli che lo portavano si affrettò perché potessi prenderlo; e anch’io ero mosso dall’amore a correre verso di esse per riceverlo. E mi protesi verso di lui, lo presi, e mi avvolsi nella bellezza dei suoi colori. E gettai il manto regale intorno a tutta la mia persona. Così rivestito, salii alla porta della salvezza e dell’adorazione. Inchinai la testa e adorai lo splendore di mio Padre che me lo aveva mandato, i cui comandi avevo adempiuto perché anch’egli aveva mantenuto ciò che aveva promesso. Mi accolse gioiosamente ed ero con lui nel suo regno, e tutti i suoi servitori lo lodarono con voce d’organo, cantando che egli aveva promesso che avrei raggiunto la corte del Re dei Re e avendo portato la mia Perla sarei apparso insieme a lui”.
I teologi erano particolarmente parsimoniosi e ordinati; per non consumare gli stivali, se li toglievano e li appendevano ad un bastone che portavano sulle spalle, soprattutto se c’era fango. Allora, rimboccatisi i calzoni fino al ginocchio, schizzavano baldanzosamente coi piedi nelle pozzanghere. Non appena intravedevano un cascinale, lasciavano subito la strada maestra e, avvicinatisi a una piccola casa costruita più decentemente delle altre, si mettevano in fila davanti alle finestre e iniziavano a cantare a squarciagola. Il padrone della casa, qualche vecchio cosacco contadino, li ascoltava a lungo appoggiato su entrambe le mani, poi singhiozzava a calde lacrime e diceva, rivolto a sua moglie: «Moglie! Quello che canta costui dev’essere molto profondo; portagli del lardo e qualcos’altro che abbiamo in casa!»
L’azione si svolge negli anni Cinquanta, in una Comacchio tenebrosa e umida che stenta a uscire dal dopoguerra. Nonostante la depressione in cui giace la città, i comacchiesi sono afflitti da un problema terribilmente futile: i parabrezza delle loro automobili sono butterati, corrosi da innumerevoli cicatrici. Colpa dell’immensa nube di mosquitos che sommerge la zona? Delle esalazioni della palude, o di cos’altro? L’oziosa questione acquista consistenza quando una florida adultera muore a causa di un incidente causato da un parabrezza avariato. Altre morti tragiche e delittuose affiorano dalle paludi. Il caso Comacchio; fuoriesce dalla bizzarra cronaca locale e arriva a Roma, sulle scrivanie dei potenti; sembra infatti che i crimini nati dall’oscuro inconscio comacchiese vadano a intrecciarsi con i progetti di sviluppo metanifero della zona, che interessano sia il Governo italiano che quello americano. Fra questi due poli – il microscopico (e un po’ nevrotico) local e il misterioso global – si snoda una vicenda ricca di personaggi e di colpi di scena che, a dispetto dell’ ostentata matrice noir, percorre le vie del paradosso e del comico.
L’azione si svolge negli anni Cinquanta, in una Comacchio tenebrosa e umida che stenta a uscire dal dopoguerra. Nonostante la depressione in cui giace la città, i comacchiesi sono afflitti da un problema terribilmente futile: i parabrezza delle loro automobili sono butterati, corrosi da innumerevoli cicatrici. Colpa dell’immensa nube di mosquitos che sommerge la zona? Delle esalazioni della palude, o di cos’altro? L’oziosa questione acquista consistenza quando una florida adultera muore a causa di un incidente causato da un parabrezza avariato. Altre morti tragiche e delittuose affiorano dalle paludi. Il caso Comacchio; fuoriesce dalla bizzarra cronaca locale e arriva a Roma, sulle scrivanie dei potenti; sembra infatti che i crimini nati dall’oscuro inconscio comacchiese vadano a intrecciarsi con i progetti di sviluppo metanifero della zona, che interessano sia il Governo italiano che quello americano. Fra questi due poli – il microscopico (e un po’ nevrotico) local e il misterioso global – si snoda una vicenda ricca di personaggi e di colpi di scena che, a dispetto dell’ ostentata matrice noir, percorre le vie del paradosso e del comico.
Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta Alberto Gozzi ed il fratello (maggiore) Luigi si inventarono, molto prima che il teatro di narrazione avesse il successo che ha avuto, un “Teatro Racconto” che a quello è simile anche etimologicamente e linguisticamente ma con il quale più che una relazione diretta di filiazione o fratellanza ha un rapporto che definirei di ‘cuginanza’, una confluenza ‘divergente’ per usare un paradosso. Ciò che caratterizza, diversificandolo, il “Teatro Racconto”, infatti, non è tanto la volontà di narrare la narrazione in scena, quanto quella di mostrare consapevolmente il meccanismo che precede, genera e struttura, tra semantica e sintassi, quella narrazione in scena. Forse in questo è mutuato più dalla lingua del radiodramma, integrando però l’ambiente sonoro e musicale che prevalentemente costituisce l’accadimento di quello, con l’elemento della visione teatrale (theaomai) attraverso la presenza in scena, che non è mai neutrale, come non è mai neutrale ad esempio un documentario rispetto all’evento che apparentemente descrive. In “Mosquitos”, ultimo lavoro di Alberto Gozzi, che a quel teatro racconto felicemente ritorna e che dopo l’esordio a Torino è andato in scena nel piccolo ma confortevole teatro Garage di Genova (in fondo ricorda talora proprio uno studio di registrazione radiofonico), tutti quegli elementi ‘epici’, e anche di modalità espressiva si fanno espliciti, con l’aggiunta però di un’altra essenziale grammatica, quella della relazione, appunto in presenza contestuale, dell’attrice protagonista e del drammaturgo regista. È una relazione, che si nutre anche ma non soprattutto di elementi esistenziali, ovvero, per così dire affettivamente, di storie condivise, ma che, come i due poli di un circuito elettrico attivato all’apertura del sipario, produce una energia empatica, tra di loro e tra loro e il pubblico, assai singolare ed in grado di trasportare con efficacia moltiplicata il significare profondo del racconto stesso. Una sorta di corrente elettrica alternata che si auto-alimenta nel fluire tra il gesto del regista, quasi un ‘direttore d’orchestra’, e la recitazione in voce e corpo dell’attrice, la brava Alessandra Frabetti, quasi scandita questa dall’uso, alternato appunto, del microfono per la parte ‘raccontata’ e della voce viva (e Carmelo Bene ci ha insegnato quanto incida il mezzo con cui la voce dell’attore è ‘diffusa’) per i dialoghi che il racconto porta incastonati come iconiche e ironiche gemme. Un racconto degli anni cinquanta (antico ormai) che suggerisce il modo in cui la realtà veniva percepita e comunicata nelle famiglie e nelle comunità nei tempi, che sembrano così lontani, in cui la virtualità del web non ci aveva ancora sottratto alla relazione fisicamente psicologica con l’altro, per rinchiudere ciascuno in una solitudine in cui si decanta il nostro male di vivere, come nella palude fognaria che scorre sotto Comacchio (lì si sviluppa il racconto), comicamente abitata da strane anguille, extra-mondane ma ancora capaci di ‘giudizio’ sul loro mondo e sul mondo degli uomini e delle donne ‘di sopra’. Eppure, ed è la forza di questo teatro-racconto, in esso precipita la nostra modernità più inquietante, dalla crisi climatica anticipata, in una comica epidemia di parabrezza segnata da un tragico incidente, da acidi moscerini (i “mosquitos” appunto) che vivono tra sbuffi di metano, alla crisi molto politica rappresentata in un potere incapace di sottrarsi a meccanismi di imprigionamento sociale, all’oscura presenza del male, incredibilmente ‘corazzato’ in un ironico distanziamento, che il pittore pedofilo e omosessuale incarna quasi suo malgrado. Ultima ma non ultima, la questione della diseguaglianza di genere di cui riporta, in una sorta di “Amarcord” tristemente felliniano, i prodromi, in una società in cui il femminile è ancora scisso tra la ‘Madonna’ e la ‘puttana’ e che l’ironica trama della scrittura lascia trasparire in espressioni e apprezzamenti oggi forse considerati non “politicamente corretti” ma comunque, e chissà se non proprio per questo, lasciati sostanzialmente immodificati. Se ne fa carico proprio Alessandra Frabetti, attrice di qualità e apprezzata maestra di recitazione in varie importanti scuole, dalla Iolanda Gazzero dove ha insegnato molti anni alla Civica Accademia Teatrale Nico Pepe di Udine, ed altre che non è il caso di elencare, capace di interpretarli al meglio in voce e mimica, una mimica che qualche volta si fa quel ballo tanto amato in Romagna, e così di costruire o ri-costruire intorno a sé una calviniana ‘scenografia assente’. Bel teatro per concludere, nella scrittura di Alberto Gozzi che lo dirige coadiuvato dalla fonica Lisa Lopresti, e nella recitazione di Alessandra Frabetti. Ci auguriamo abbia una vita intensa di approdi in molte altre città. A Genova in unica serata il 10 maggio di fronte a un pubblico che ha mostrato di apprezzare molto.
MOSQUITOS di Alberto Gozzi, con Alessandra Frabetti. Fonica Lisa Lopresti
Talvolta anche gli autori più corrosivi sveleniscono il loro ingegno satirico e lo orientano verso una dimensione più meditativa. Di Jonathan Swift satirico è proverbiale la politicamente scorrettissima Modesta proposta, che per esteso recita Modesta proposta per impedire che i bambini della povera gente siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli utili alla comunità. Com’è noto, la proposta consiste nel trasformare i piccoli in cibo per creare un circuito economicamente e gastronomicamente virtuoso. Meno conosciute, forse in quanto meno provocatorie, sono le Meditazioni su un manico di scopa, brillante e dolente esercitazione sull’età dell’uomoneri.
Il povero manico che oggi vedete ingloriosamente giacere in quell’angolo dimenticato, io so che un giorno fu fiorente in una foresta; era pieno di linfa, pieno di foglie, pieno di rami. Ora l’uomo tenta invano di gareggiare con la natura, legando quel fastello di ramoscelli secchi al suo arido tronco; col risultato che ora esso è il rovescio di quello che era un tempo: un albero capovolto con i rami a terra e le radici per aria; maneggiato da una qualunque donnetta, è destinato a eseguire il suo faticoso lavoro, per capriccio della sorte deve pulire le altre cose e sporcare se stesso; infine, ridotto a un moncherino dalle serve, viene buttato fuori dalla porta o condannato come ultimo uso ad accendere il fuoco. Quando io mi accorsi di ciò, dissi fra me: certamente l’uomo è un manico di scopa. La natura lo ha creato forte e vigoroso, con i capelli in testa, poi l’ascia dell’intemperanza gli ha tagliato via i verdi rami e lo ha ridotto un arido tronco. Ma una scopa è il simbolo di un albero che sta in piedi sulla testa: mentre un uomo che cosa è se non una creatura capovolta, con la testa al luogo dei piedi, un essere che striscia in terra, eppure si erge, con tutti i suoi difetti, a universale riformatore e raddrizzatore dei torti, e che invece fruga in ogni sudicio angolo della natura, prendendo intensamente parte proprio a quelle porcherie che pretende di spazzar via? I suoi ultimi giorni sono spesi al servizio delle donne, e generalmente delle meno degne. Finché, ridotto al moncone, come la sua sorella scopa, non sarà messo a calci fuori dalla porta, o adoperato per accendere il fuoco, al quale altri possono scaldarsi.
Jonathan Swift, Meditazioni su un manico di scopa Archinto, a cura di A. Brilli
Le specialità di Milone erano le canzonette sentimentali, le più famose, quelle che normalmente commuovono e inteneriscono; ma in bocca sua quelle canzonette non commuovevano bensì facevano ridere perché lui sapeva renderle ridicole, in una maniera tutta sua, spiacevole e triste. Io non so che ci avesse quell’uomo: o che in gioventù qualche donna gli avesse fatto un torto; oppure che fosse nato a quel modo, con un carattere così, da prender gusto a mettere alla berlina le cose buone e belle; fatto sta che non era un semplice caratterista; no, lui ci metteva non so che rabbia e ci voleva tutta l’ottusità della gente mentre mangia per non accorgersi che non era ridicolo ma semplicemente penoso. Soprattutto superava se stesso quando si trattava di rifare le mossette, le smorfie e i vezzi femminili. Che fa una donna, sorride civettuola? e lui, da sotto la falda del cappello, abbozzava un ghigno sguaiato da baldracca. Batte, come si dice, un poco l’anca? e lui si metteva a far la danza del ventre spingendo in fuori la natica quadrata e massiccia come un pacco. Fa la voce dolce? e lui stringendo la bocca, ne tirava fuori una vocetta flautata, alla melassa, addirittura stomachevole. Non aveva, insomma, misura, passava sempre il segno, diventava scurrile, ripugnante. A tal punto che io spesso mi vergognavo, perché un conto è accompagnare con la chitarra un cantante e un conto tener bordone a un pagliaccio. E poi ricordavo di aver suonato non molto tempo addietro quelle stesse canzoni, cantate sul serio da un bravo artista; e mi faceva pietà vederle ridotte a quel modo, irriconoscibili e indecenti. Glielo dissi, una volta, mentre trottavamo per le strade, da un ristorante all’altro. “Ma che ti hanno fatto le donne a te?” Al solito, dopo aver fatto il buffone, era distratto e tetro, come se avesse avuto chissà che pensieri per la testa. “A me,” disse, “non mi hanno fatto niente.” “Dico così,” spiegai, “perché a prenderle in giro ci metti una passione.” Questa volta lui non rispose e il discorso finì lì.
Alberto Moravia, Il pagliaccio, Racconti romani, Mondadori
Oggi le religioni stanno trasformandosi da magnifici sistemi cosmologici e di pensiero, da straordinari contenitori di poesia, letteratura, modi di vivere, arte di relazionarsi, in identità sempre piú politiche. Religioni che avevano fino a poco tempo fa convissuto senza problemi, ignorandosi e accettando la non traducibilità di una fede in un’altra, oggi diventano il germe dell’intolleranza perché sono investite del compito di «dare un’identità» ai propri appartenenti. Non che la storia sia priva di guerre di religione. Anzi, sappiamo bene quanto sangue è stato versato per cause “sante” a questa o a quella religione. Quello che sta cambiando oggi nel mondo, con l’accelerazione della mobilità e la mondializzazione, è che gli spazi di indifferenza che rendevano possibili certe convivenze tra fedeli di diverse religioni sono saltati. Quello che in un lavoro di alcuni anni fa ho chiamato il «malinteso», che rendeva possibile la convivenza, l’idea che lasciare in pace l’estraneità dell’altro garantisse la propria6. L’ebraismo è quasi sparito dal Maghreb con l’eccezione del Marocco. I cristiani soffrono persecuzioni in Medio Oriente e in moltissime altre parti del mondo, i musulmani sono vissuti in India come un’immensa minoranza scomoda e pericolosa. È ciò che abbiamo visto avvenire negli ultimi anni anche all’induismo; un sistema di vita che fino a qualche decennio fa non amava nemmeno essere definito religione e che oggi è diventato qualcosa da contrapporre a qualcos’altro. Lo stesso è successo al buddhismo, che si sta rivelando in molte regioni del Sud-Est asiatico una molla di violenza nei confronti di chi non appartiene alla stessa identità. E l’islam ovviamente non è da meno, in questo contrapporsi di mondi a mondi che improvvisamente avvertono il proprio sistema di vita e di organizzazione come qualcosa di minacciato dagli altri sistemi. Il mondo cristiano non ha molto da insegnare in questo campo, se non la speranza che gli stessi errori coltivati nel passato anche recente vengano superati da altri sistemi di fede come qualcosa che non può avere a che fare con un senso universale dell’umanità. Le religioni diventano qualcosa da contrapporre, una bandiera dietro la quale si nasconde una debolezza di identità nazionale, o semplicemente la caduta di un modello, quello di Stati plurireligiosi e pluriconfessionali. (Erano Paesi retti da una idea imperiale del cosmopolitismo, dall’impero ottomano a quello austro-ungarico a quello inglese, ma oggi, saltati gli imperi, il nazionalismo ha preso le forme della religione e il cosmopolitismo sembra un sogno impossibile). Perché la preghiera, allora? Appunto perché, se si va nel minuto quotidiano, se si osservano le pratiche di pietà della gente, ci si rende conto che la preghiera è un anelito comune, al di là delle differenze teologiche e ideologiche (e politiche). Pregare significa invocare la divinità fuori o dentro di noi perché ci venga incontro e migliori le nostre vite. Si tratti di monoteismi o di politeismi, si tratti di animismi o di culto degli antenati, pregare significa rivolgersi a una presenza o a piú presenze al di fuori di noi, stabilendo una reciprocità (dispari il piú delle volte) fondamentale per motivare il nostro stare al mondo. Nel proprio carattere «vocativo» di addressing, la preghiera costituisce il principio di alterità. Non solo c’è qualcosa al di fuori di me, ma c’è qualcuno al di fuori di me. Il tu della preghiera sospende l’ego all’attesa di un senso corale e di una posizione dell’io stesso come molto piú ampio di sé. I casi ancora esistenti al mondo di culti e santuari comuni a piú religioni (dall’Etiopia all’India, da Bali a Giava, alla Cina) dimostrano che quando si tratta dell’urgenza della fede nelle impellenze quotidiane gioca piú un’idea di “risonanza” comune che quella di appartenenza. Se si chiede la guarigione del proprio figlio, la salvezza da una calamità, un ristoro nelle difficoltà o una illuminazione in un momento oscuro, è la pietà popolare a mescolarsi alle pietà popolari adiacenti.
Nei cupi anni Cinquanta si dipana un noir che nasce da una futile constatazione: i parabrezza delle auto di Comacchio si usurano con una velocità allarmante. Colpa dei moscerini? Della palude? Delle esalazioni metanifere? Verrebbe da dire: “chi se ne importa”, se al fenomeno non facesse seguito una serie di morti inquietanti che chiama in causa il governo De Gasperi, la CIA e una quantità di enti più o meno reali, prima di giungere a una soluzione inimmaginabile.
Una sera mi telefonò mia figlia, dicendomi che voleva cambiar vita.
«Non ti so dicendo che sono una vittima, papà… Sono solo una ragazza con due bambini e un fannullone buono a niente che vive con me. Non sono diversa da un sacco di altre donne. Non ho mica paura di lavorar sodo. Tutto quello che chiedo è un’opportunità di farlo. È l’unica cosa che chiedo al mondo… Posso fare a meno di un sacco di cose, ma finché non mi si offre una possibilità è dei bambini che mi preoccupo… Se ce la faccio ad arrivare all’estate, i miei problemi sono finiti, però mi occorre un piccolo aiuto, papà… Ehi, papà, mi ascolti?»Decisi di mandarle un tot al mese, ma avrei tanto voluto che quel figlio di puttana che viveva con lei non potesse mettere le mani su un’arancia o su una fetta di pane comprate coi miei soldi. Ma non c’era verso. Dovevo continuare a mandar soldi senza star lì a preoccuparmi troppo se quell’impiastro avrebbe intinto il pane nelle mie uova.
Nei cupi anni Cinquanta si dipana un noir che nasce da una futile constatazione: i parabrezza delle auto di Comacchio si usurano con una velocità allarmante. Colpa dei moscerini? Della palude? Delle esalazioni metanifere? Verrebbe da dire: “chi se ne importa”, se al fenomeno non facesse seguito una serie di morti inquietanti che chiama in causa il governo De Gasperi, la CIA e una quantità di enti più o meno reali, prima di giungere a una soluzione inimmaginabile.