Narrativa. David Foenkinos, Il custode del museo e il capolavoro (frammento)

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne

Antoine aveva deciso, senza chiedere il permesso, di spostare leggermente la sua sedia per osservare con comodo il viso di Jeanne Hébuterne. Così, nonostante la folla, riusciva a contemplarla per molte ore al giorno. Gli piaceva parlarle e immaginava che fra loro si stesse stabilendo un legame. A volte, di notte, lei tornava nei suoi sogni come per guardarlo a sua volta. Tutto questo formava, in certo modo, una conversazione di sguardi.
Antoine si domandava se non fosse troppo triste essere imprigionata così in un quadro. Dopotutto, alcuni credono nella reincarnazione o nella metempsicosi; sarebbe stato così strano che un quadro conservasse le vibrazioni della persona ritratta? Sicuramente c’era una parte di Jeanne in quella tela. Gli storici hanno spesso parlato della sua bellezza, di quel viso che sconvolse Modigliani. Lui, che era abituaro a dipingere delle giovani donne, spesso nude, fu trafitto da quella grazia inedita. Lei fu la sua musa, la donna della sua vita, quella che non dipinse mai nuda. Jeanne aveva il portamento di un grande cigno etereo, un languore che traspariva dal suo sguardo, una incommensurabile malinconia. Ogni giorno, e sempre di più, Antoine sarebbe stato attratto dal potere di quella tela. Con Jeanne le ore volavano.

David Foenkinos, Verso la bellezza, Folio

Le figurine di Radiospazio. Nasi misteriosi

laurence sterne

La locandiera, che non riusciva a staccare gli occhi dal naso del forestiero, bisbigliò al marito: «Per santa Radegonda! È ben più grosso che una dozzina di nasi messi insieme. Non è un nobile esemplare?»
«È un’impostura, mia cara, è un naso finto.»
«È un naso vero.»
«È fatto di abete, sento odor di trementina. »
«Non vedi che ha un porro in cima? »
«È un naso morto. »
«È un naso vivo; vivo come me, e voglio toccarlo. »
«Ho fatto voto a san Nicola, – disse il forestiero, «che nessuno toccherà il mio naso fino a…» Qui si interruppe e alzò gli occhi al cielo.
«Fino a quando? »
«Nessuno lo toccherà, ribadì lo sconosciuto, «fino a quell’ora. »
«Quale ora? »
«Mai, mai, finché non sarò giunto a…», esclamò il forestiero.
«Per amore del cielo, dove? »
Il forestiero ripartì senza aggiunger parola.

In ricordo di Carlo Cecchi. Video. 3′

https://www.youtube.com/watch?v=yQDehxKXZOI

Purtroppo, on line esiste una documentazione molto scarsa del lavoro di Carlo Cecchi, uno dei grandi registi e attori dal dopoguerra a oggi. Vi proponiamo questo frammento da Lavoro di vivere di Hanoch Levin, che è poco, troppo poco per rendere giustizia al personaggio Cecchi, ma almeno lo ricorderà a quanti hanno avuto la fortuna di vederlo in teatro

Witold Gombrowicz, Verginità (Racconto) *****

Niente è più artificioso delle descrizioni di giovani ragazze e delle ricercate similitudini create per l’occasione. Labbra come ciliege, seni come roselline, oh, se bastasse comprare un po’ di fiori e di frutta al negozio! E se le labbra avessero effettivamente il sapore di una ciliegia matura, chi mai avrebbe il coraggio di amare? Chi mai si farebbe tentare da una caramella, ossia da un dolce bacio? Basta, silenzio! È un segreto, un tabù, non parliamo troppo delle labbra. Il gomito di Alicja, visto attraverso il prisma dei sentimenti, a volte era una cuspide verginale bianca e liscia che confluiva nelle tonalità più calde del braccio, a volte, invece, quando il suo braccio penzolava languido, era una fossetta dolce e rotonda, un quieto cantuccio, la cappella laterale del suo corpo. A parte questo, Alicja somigliava a qualunque altra figlia di un maggiore dell’esercito a riposo, cresciuta da una madre amorevole in un cottage di periferia. Come loro, anche lei si accarezzava a volte il gomito sovrappensiero, come loro anche lei aveva imparato presto a scavare col piedino nella sabbia… Ma non importa…
La vita di una ragazza adolescente non è paragonabile alla vita di un ingegnere o di un avvocato, e neppure alla vita di una casalinga, di una moglie e di una madre. Prendiamo, per esempio, la nostalgia e il brusio del sangue, incessante come il ticchettio di un orologio. Qualcuno ha detto che non c’è nulla di più strano dell’essere seducenti.
Non è facile proteggere una creatura la cui ragion d’essere è affascinare; Alicja, tuttavia, era ben protetta dal canarino Fifì, dalla madre, la moglie del maggiore, e dal pincher Bibi, cheportava al guinzaglio nelle passeggiate pomeridiane. Il complotto di questi animali da compagnia in difesa di Alicja era assai curioso. «Bibi» cinguettava il canarino «Bibi, cagnolino, fa’ la guardia alla nostra padroncina. Su due zampe! Su due zampe! Caccia via i cattivi pensieri. Attento all’ombrello, è così pigro, assicurati che protegga bene la nostra amata padroncina dal sole!»
Una bella sera d’agosto Alicja stava passeggiando al tramonto per il vialetto del giardino, divertendosi a scavare con la punta dell’ombrello dei forellini rotondi nella ghiaia. Il giardino, piccolo ma gradevole, era circondato da un muro ricoperto di rose rampicanti; un vagabondo sdraiato al sole sul muretto staccò un pezzo di mattone e lo lanciò contro Alicja. Colpita alla scapola, la ragazza barcollò e per poco non cadde. Stava già per gridare quando notò che il suo persecutore non tradiva né rabbia né soddisfazione, ma la colpiva di nuovo alla schiena con un altro pezzo di mattone. Il volto del bruto esprimeva solo la pigrizia della siesta pomeridiana, indifferenza e cinismo, perciò A licja gli accennò un sorriso con le labbra tremanti di dolore, dopodiché il vagabondo saltò giu dal muro e scomparve, mentre lei tornò a casa ripetendo:
«Gli ho sorriso…».
«Alicja! Alicja!» la chiamò la signora S., sua madre. «Alicja, la merenda!»
«Arrivo, mamma» rispose è licja.
«Perché fai tutti questi rumori mentre bevi, bambina mia? Qualcuno ha mai visto bere il tè in questo modo?»
«È perché è molto caldo» rispose Alicja.
«Alicja, non mangiare quel pezzo di pane che è caduto a terra.»
«È per risparmiare, mamma.»
«Guarda Bibi come fa il bravo e reclama il suo panino col burro. Non ti vergogni di essere così egoista, bambina mia? Oh, oh, perché hai pestato la zampetta del cagnolino? Cos’hai oggi, ti è saltata la mosca al naso? Che ti è successo?»
«Ah, sono così distratta» disse Alicja con aria sognante.
«Mamma, perché gli uomini portano i pantaloni? Anche noi donne abbiamo le gambe. E, mamma, perché gli uomini portano i capelli corti? Li tagliano perché… perché… sono costretti a farlo oppure perché  vogliono farlo?»
«Non starebbero bene con i capelli  lunghi, Alicja.»
«E, mamma, perché agli uomini importa che gli stiano bene?»
E così dicendo nascose nella manica il cucchiaino d’argento con cui stava bevendo il tè. «Perché?» diceva la signoraS. «E tu perché ti fai i boccoli?
«Perché il mondo sia più bello e il sole doni a tutti i suoi raggi.»
Ma Alicja si era già alzata ed era uscita in giardino. Tirò fuori il cucchiaino dalla manica e lo guardò indecisa.
«L’ho rubato» sussurrò stupida. «L’ho rubato! E ora che ne faccio?» Alla fine lo sotterrò sotto un albero. Ah, se Alicja non fosse stata colpita da un sasso non avrebbe rubato il cucchiaino. Alle donne forse non piacciono le misure estreme nella vita esteriore, ma interiormente sono capaci di portare fino al limite ogni situazione, se vogliono.
Nel frattempo il maggiore S., un uomo robusto e corpulento, apparve sulla porta di casa gridando: «Alicja! Domani arriva il tuo fidanzato, è tornato dal suo viaggio in Cina!».
Alicja si era fidanzata quattro anni prima, quando aveva solo diciassette primavere.

«Signorina» aveva farfugliato il giovanotto «permette che questa manina sia mia?»«In che senso?» aveva domandato la ragazza.

«Sto chiedendo la sua mano, Alicja» aveva balbettato il giovane amante.

 «Non vuole mica che mi tagli la manina?» aveva detto l’ingenua ragazza arrossendo.

«Quindi non vuole fidanzarsi con me?»

«Oh sì» aveva replicato la ragazza «ma a una sola condizione: mi dia la sua parola che non pretenderà mai nessuna parte del mio corpo, è un’assurdità!»

«Che meraviglia!» aveva esclamato lui. «Non sa quanto è incantevole. Inebriante!»

E aveva trascorso l’intera serata vagando per le strade e ripetendo:

«Lo ha inteso alla lettera, pensava che io… volessi prendermi la sua mano come si prende una fetta di torta. Da gettarsi ai suoi piedi!».

Era senza dubbio un giovanotto molto attraente, le labbra vermiglie spiccavano su’incarnato chiaro e il suo animo non era affatto da meno rispetto alla sua bellezza fisica. Quanto è ricco e multiforme l’arrivo umano!

Alcuni erigono la propria morale sulla rettitudine, altri sulla bontà, ma l’alfa e l’omega di Pawel, il suo fondamento e il suo apice, erano la verginità. Essa costituiva il principio base della sua anima e intorno a essa si avviluppavano tutti gli altri suoi istinti superiori. Anche Chateaubriand riteneva che la verginità fosse una cosa perfetta e, sospirando, diceva: «Così la verginità, risalendo dall’ultimo anello della catena degli esseri fino all’uomo, passa presto dall’uomo agli angeli, e dagli angeli a Dio, ove si perde. Dio brilla per sempre unico negli spazi dell’eternità, come il sole, sua immagine, nel tempo».

Se Pawel era innamorato di Alicja, il motivo era che il gomito, le manine e i piedini della ragazza erano più verginali del normale, forse per merito della natura o forse grazie alle premurose cure dei suoi genitori; Alicja gli sembrava la verginità fatta persona.

«Una vergine» aveva pensato. «Non capisce niente. La cicogna. No, è troppo bello per essere vero, da gettarsi ai suoi piedi!»

E passando accanto al mattatoio aveva aggiunto: «Forse crede che anche i vitellini li porti già belli e pronti la cicogna?. .. E che l’arrosto di vitella arrivi direttamente sul tavolo della mamma? Oh, sublime! Come si fa a non amarla?».

Come si fa a non tessere le lodi del Creatore?! Inconcepibile! Che incanto la natura, se in questa valle di lacrime ammette una cosa come la verginità. La verginità: una categoria a só stante di creature chiuse, isolate, inconsapevoli, separate dal mondo per mezzo di una sottile parete. Tremano in trepidante attesa, sospirano a fondo, sfiorano le cose senza penetrarle, sono diverse da tutto ciò che le circonda, chiuse a chiave dall’oscenità, sigillate, e non solo per modo di dire, non è vuota retorica, ma un vero e proprio sigillo, buono come qualunque altro. Una combinazione sconvolgente di fisica e metafisica, di astrazione e concretezza, da un piccolo dettaglio puramente corporeo sgorga un intero mare di idealismo e di portenti in netto contrasto con la nostra triste realtà.

Quando Alicja mangia l’arrosto di vitella non sa nulla, non sospetta nulla, lo mangia con la stessa innocenza che mette in ogni altra cosa, dalla mattina alla sera. Una volta non aveva forse detto “ragnetto” invece di “ragno”, un ragnetto sta mangiando i moscerini? Incantevole! Innocente in salotto, in sala da pranzo, nella sua cameretta dietro la tendina bianca e nel gabin. .. Silenzio! Che pensiero orribile! Serrò la mascella e il suo viso Premette nervosamente. «No, non» sussurrò. «Lei quelle cose non le fa, non ne sa nulla, altrimenti non potrebbe esserci un Dio nell’alto dei cieli.» Ma sentì che stava mentendo. «In ogni caso, quelle cose avvengono al di fuori di lei, in quei momenti lei è assente nello spirito, avvengono in maniera automatica.

«Sì, ma a ogni modo è un pensiero orribile!

«Ah! E io? Io che penso a queste cose, che sono capace di pensare a cose simili, che non chiudo occhi e orecchie di fronte a questo orrore, ma lo osservo con la mente? Che meschinità! Non è colpa sua, ma mia, sono corrotto e sporco e non so tacere nello spirito. Dal canto mio non sono forse debitore di un po’ di inconsapevolezza alla sua verginità? Sì, per amare degnamente una vergine bisogna essere vergini e inconsapevoli noi stessi, altrimenti non c’è alcun idillio.

«Dunque desidero essere vergine, ma come posso fare? Non sono una vergine. Certo, potrei circondarmi di nero, di digiuni e di vesti talari come un prete o un monaco e praticare l’astinenza sessuale, ma cosa otterrei? Monaci e preti sono forse vergini? No, niente affatto, il segreto della verginità maschile si cela altrove. Prima bisogna serrare bene gli occhi e poi affidarsi all’istinto. Sento che l’istinto mi indicherà la via. Non me lo so spiegare, ma così come l’istinto mi suggerisce che le sue orecchie sono più verginali del suo naso, che il dolce declivio delle spalle lo è più delle orecchie e il pollice lo è meno dell’indice, cosi come posso valutare ogni dettaglio della sua figura sotto questo aspetto, allo stesso modo l’istinto mi indicherà la via per conseguire la verginità maschile ed essere degno di Alicja.»

È veramente necessario dilungarci su dove lo abbia portato l’istinto? Dopo tutto, ognuno di noi ha sperimentato qualcosa di simile tra il tredicesimo e il quattordicesimo anno di età. I suoi genitori volevano che diventasse un commerciante, ma lui era indeciso tra altre due professioni: il soldato e il marinaio. È vero, la professione militare implica cieca disciplina e dure brandine, in compenso è lo spazio a mancare. Invece i marinari, privi della compagnia del sesso opposto, non hanno eguali in quanto a spazio, natura e libertà. Inoltre, l’acqua di mare è salata. La nave, ondeggiando lievemente, li conduce in paesi lontani, tra palme fantastiche e uomini di colore, in un mondo irreale come quello che Alicja e le sue coetanee sognano nei loro candidi lettini. Non per niente queste terre lontane sono dette vergini, terre in cui gli uomini portano le trecce, dove le orecchie, appesantite da cerchi di metallo, si allungano fino alle scapole e le divinità divorano schiavi o neonati sotto un baobab, mentre l’intera popolazione si abbandona a contorsioni rituali.
Baciarmi strofinandosi i nasi, come si usa fare presso le tribù selvagge, non è forse una cosa presa di sana pianta dalle fantasie di un’innocente testolina sognante? Pawel aveva trascorso molti anni in quelle terre. Lo aveva colpito il fatto che lì le vergini non indossassero ne gonne ne camicette, ma avessero tutto di fuori. «Che schifo. ..» aveva pensato. «Questa cosa uccide ogni fascino… A dire il vero, già il colore della pelle pregiudica la questione. Quando si è neri, rossi o gialli, non c’è niente da fare, con la gonna o senza, non si può aspirare al titolo di vergine.»

«Tu Moni-Buatu» aveva detto a una donna di colore «tu nuda…tu non arrossisci…nera, grottesca, quando sorridi mostri tutti i denti, non puoi capire il divino imbarazzo dell’innocenza che, facciata di stoffa, volta pavida la testa.

«Gonna, camicetta, ombrellino, cinguettio, sacra ingenuità dettata dall’istinto, una beatitudine, ma non per me. Essendo un uomo, non posso coprimi con le braccia nó vergognarmi con innocenza. Al contrario, l’onore, il coraggio, la dignità, la laconicità sono gli attributi della verginità maschile.

Nei confronti del mondo, però, dovrei mantenere una certa ingenuità maschile, analoga all’ingenuità verginale. Devo abbracciare tutto con sguardo limpido. Devo mangiare la lattuga. La lattuga è più verginale del ravanello. Chissà perché? Forse perché il ravanello ha un sapore più aspro. Ma allora il limone è ancora meno verginale del ravanello.

«Anche sul fronte maschile esistono segreti meravigliosi, questioni chiuse con sette sigilli: lo stendardo, la morte

sotto lo stendardo. Che altro? La fede è un grande mistero, la fede cieca. L’ateo è come una donna di facili costumi accessibile a tutti. Dovrei elevare qualcosa al livello del mio ideale, amarla, crederci ciecamente ed essere pronto a sacrificare la mia vita per lei, ma cosa? Qualunque cosa. L’importante è avere un ideale. Io, una vergine virile, sigillata dal suo ideale!»

Ed ecco che ora, dopo quattro anni di assenza, passeggiava con la fidanzata per i sentieri del giardino. Formavano una bella coppia. La signora S. li osservava deliziata dalla finestra ricamando un tovagliolo, mentre Bibi inseguiva sul prato gli uccellini che fuggivano pigolando dalla sua linguetta rossa.

«Sei cambiata» disse il giovanotto con aria triste «non cinguetti più come un tempo e non agiti più la manina. . .»

«Ma no, ma no, ti amo sempre allo stesso modo» replicò Alicja distratta.

«Ecco, vedi? Un tempo non avresti mai detto che mi ami. Questo non me l’aspettavo da te, Alicja, che dicessi una cosa simile, che la tua lingua e le tue labbra pronunciassero queste parole prive di pudore. Sembri inquieta, agitata, non è che per caso hai l’angina?»
«Ti amo, è solo che.. .»
«Solo cosa?»
«Prometti che non riderai di me?»
«Lo sai che io non rido mai. Sorrido soltanto, e sempre con un sorriso luminoso.»
«Spiegami cosa significa l’amore e cosa significo io.»
«Oh, è tanto che aspetto questo momento» esclamò. «Cosa significa l’amore? Siediti su questa panchina.

«Quando i nostri progenitori, istigati da Satana, assaggiarono l’albero della conoscenza in paradiso, come sai, iniziarono i guai. Signore! supplicavano le persone, concedici almeno un briciolo della purezza e dell’innocenza perdute. Dio osservava impotente quella turba e non aveva idea di dove o come collocare la Purezza e l’Innocenza in quel sudicio branco. Allora creò una vergine, ricettacolo di innocenza, la chiuse ermeticamente e la mandò tra la gente, che si infiammò di nostalgica bramosia per lei.»

«E le donne sposate?»

«Le donne sposate non sono nulla, sono solo una fandonia, una bottiglia aperta, evaporata.»

«E dimmi, perché gli uomini lanciano sassi contro le vergini?»
«Che cosa, Alicja?»
«Mi è successo varie volte» disse  Alicja arrossendo «che un uomo incontrato per strada, quando nessuno guardava… mi lanciasse un sasso.»
«Ma che dici!» affermò Pawel stupito. «Mai sentito nulla del genere» sussurrò. «Ma come? Ti ha lanciato un sasso?»
«Ha preso un sasso o un grosso mattone e me l’ha tirato contro. Mi ha fatto male» sussurrò Alicja a bassa voce.

«Non… non è niente… Probabilmente erano solo persone cattive. .. Lo avranno fatto per divertimento o per migliorare la mira. Non pensarci più.»

«Ma perché le vergini devono sorridere quando succede?» insisteva Alicja.

«Perché sorridono? In che senso? Che vai dicendo, piccola? Ti è successo spesso, è Alicja?»
«Oh, molto spesso, quasi tutti i giorni, quando ero da sola o con Bibi.»
«E le tue amiche?»
«Anche loro se ne lamentano. Non si può fare a meno di sorridere» continuò pensierosa «anche se fa male.»
«Originale» pensò Pawel tornando a casa. «Inquietante, persino brutale. Lanciare un sasso contro una vergine, non ho mai sentito una cosa simile.

È pur vero, però, che queste cose vengono tenute nascoste. e Alicja stessa ha detto che le capita solo quando nessuno guarda. Brutale, sì, ma allo stesso tempo incantevole. Perché? Perché è istintivo. Sono commosso e stranamente eccitato. Oh, il mondo verginale, il mondo dell’amore è pieno di queste magiche bizzarrie. Estranei che si sorridono per strada, qualcuno che accarezza il gomito di un altro, un sorriso tra le lacrime o un bacio scambiato strofinandosi i nasi non sono affatto meno strani del lancio di una pietra.

Può darsi che esista un intero codice di segni convenuti di cui io, soggiornando stabilmente tra i selvaggi in Cina e in Africa, non so nulla.

«La verginità si distingue per il fatto che tutto assume un significato diverso da quello che ha nella realtà. Per un uomo verginale il lancio di una pietra non rappresenta una pietra dello scandalo come la più delicata delle carezze sulla guancia. Un uomo normale, una donna normale fuggirebbero urlando, lei invece ha sorriso per motivi insondabili. Un uomo normale penserebbe solo a fuggire dal campo di battaglia e, per quanto possibile, a salvarsi la pelle; per me, invece, l’onore e lo stendardo, il vessillo, ossia, per essere più precisi, uno straccio colorato che si agita al vento, è tutto.

«Una monarchia è più verginale di una repubblica, perché cela più misteri dei loquaci membri del parlamento. Un monarca — celebrato, puro, immacolato, privo di responsabilità — è una vergine, ma in misura minore anche un generale è una vergine.

«Oh, sacro mistero della vita, oh, miracolo dell’esistenza, nel ricevere i tuoi doni non sarò certo io a chiederti di mostrarmi le mani. Al contrario, solo un umile inchino con la testa, un respiro profondo, deferenza e gratitudine, panteismo e contemplazione, non analisi dalle conseguenze disastrose. Verginità e mistero sono una cosa sola, guardiamoci bene dal sollevare il sacro velo.»

Anche Alicja, dal canto suo, si era messa a riflettere.

«Com’è strano il mondo! Nessuno risponde mai in maniera diretta, ma sempre per mezzo di simboli. Non si riesce mai a sapere nulla. Pawel naturalmente mi ha raccontato una favoletta. Sono circondata da simboli e favolette, come se tutti complottassero contro di me. Il paradiso, Dio… chissà se anche questo non è stato inventato apposta per me, per noi giovani signorine. Sono convinta che tutti fingano e sentano, che sia tutto un complotto. Anche mamma è in combutta con Pawel. Mi piace bere il tè facendo rumore e pestare la coda ai cagnolini… Oh sì… Religione, dovere, virtù, ma a me sembra che oltre a questo, come dietro a un paravento, esistano delle mosse, dei gesti ben definiti, che ogni parola solenne porti a un gesto ben definito e a un punto ben definito.

«Ah, me lo immagino! Tutti indossano i vestiti e si comportano in maniera gentile ma, quando rimangono da soli, gli uomini lanciano pietre contro le donne e le donne sorridono, perché provano dolore. E poi rubano. .. Non ho forse rubato io stessa un cucchiaino d’argento, sotterrandolo in giardino perché non sapevo che farmene? La mamma ogni tanto legge ad alta voce dei furti sul giornale, ora capisco che vuol dire. Rubano, bevono il tè facendo rumore, pestano le zampe ai cani e in generale si comportano male e questo è l’amore, mentre le vergini sono tenute all’oscuro di tutto perché il mondo sia più gradevole. Sono tutta un fremito.»

Alicja a Pawel:
Pawel! Le cose stanno diversamente da come dici tu. Ho una strana smania addosso. Ieri ho sentito la mamma dire a papà che i disoccupati “si moltiplicano” orribilmente, che girano “mezzi nudi”, che mangiano avanzi disgustosi e che il numero di furti, risse e rapine cresce a vista d’occhio. Dimmi tutto, dimmi che significa, perché mangiano quegli “avanzi”, perché girano “mezzi nudi”? Pawel, ti supplico, voglio sapere finalmente come stanno le cose, tua per sempre, Alicja.

Pawel ad Alieja:
Mia amata! Ma cosa ti frulla in quella testolina* Ti imploro sul nostro amore, non fare più pensieri simili. È vero, cose del genere esistono, ogni tanto si vedono, ma rimuginandoci sopra rischiamo facilmente di perdere la verginità. E allora che succederà* La verità insita nella purezza è infinitamente superiore al sudiciume della realtà! Meglio restare inconsapevoli, meglio vivere nell’innocenza, vivere con il nostro istinto giovanile e verginale, ed evitare di dirigere la mente dove non serve, come mi è successo una volta in passato quando ti ho conosciuta. La consapevolezza imbruttisce, l’inconsapevolezza abbellisce, tuo per sempre, Pawel.

«L’istinto» pensava Alicja, «l’istinto sì… ma cosa vuole l’istinto, cosa voglio io? Non lo so… morte, oppure mangiare qualcosa di aspro. Non avrò pace finché… Sono cosi inconsapevole, ho una benda sugli occhi, come dice Pawel, da far paura L’istinto, il mio istinto verginale mi indicherà la via!»

Il giorno dopo disse al fidanzato, che stava contemplando in estasi il suo gomito:

« Pawel a volte ho delle fantasie così selvagge!».

«Tanto meglio, mia cara, è proprio ciò che mi aspettavo da te» rispose lui. «Dopo tutto cosa saresti senza capricci e fantasie? Adoro questa pura irragionevolezza!»
«Non puoi averne altre, inconsapevole  come sei» replicò lui. «Più strana e selvaggia è la fantasia, e maggiore sarà l’ardore con cui la realizzerò, fiorellino mio. Cedendole, renderò omaggio alla tua e alla mia verginità.»

«Ma vedi… in realtà è un po’ diverso… Io perlomeno ho come una strana smania addosso. Dimmi… anche tu… come gli altri.. . hai mai rubato qua1cosa?»

«Per chi mi hai preso, Alicja? Che significano queste parole? Potresti mai amare anche solo per un istante un uomo che si è macchiato di un simile misfatto? Ho sempre cercato di essere degno di te e di rimanere puro, ovviamente nel mio ambito maschile.»
«Non lo so, non lo so, Pawel, ma dimmi, e sii sincero però, te ne prego, dimmi, hai mai, sai, imbrogliato qualcuno, o l’hai morso, o sei andato in giro… mezzo nudo, o ti sei appisolato su un muretto, o hai picchiato qualcuno, o hai mai leccato o mangiato qualche schifezza?»

«Piccola mia! Ma che vai dicendo? Che ti salta in mente? Alicja, rifletti. .. Dovrei leccare o imbrogliare? E il mio onore? Sei forse impazzita?»

«Ah, Pawel» disse Alicja «che splendida giornata, non c’è nemmeno una nuvola, bisogna ripararsi gli occhi dal sole con la mano.»

Immersi nella conversazione, fecero il giro della casa e si ritrovarono davanti alla cucina dove, su un mucchio di immondizia, giaceva un osso abbandonato da Bibi con ancora attaccati dei brandelli di carne rosa.

«Guarda, Pawel, un osso!» disse Alicja.

«Andiamo via» disse Pawel. «Andiamocene, qui ci sono solo cattivi odori e schiamazzi delle sguattere. No, è licja, mi stupisco che in quella dolce testolina siano potuti nascere pensieri simili.»

«Aspetta, Pawel, aspetta, non andiamo via, non ancora, forse Bibi non ha finito di rosicchiarlo… Pa Pawel… ah, non so neppure io come mi sento. . . Pawel.»

«Cosa c’è, tesoro, ti senti male? Forse l’afa ti ha spostata, fa così caldo.»

«Macché, certo che no. . . Guarda come ci osserva, come se volesse morderci, divorarci. Mi ami molto?»

Si fermarono davanti all’osso che Bibi annusò e leccò evocando vecchi ricordi.

«Se ti amo? Ti amo così tanto che forse solo in cima ai monti si potrebbe trovare un amore simile.»

«Ma io vorrei tanto che tu rosicchiassi, cioè che noi rosicchiassimo insieme l’osso che sta in mezzo alla spazzatura. Non guardarmi, sto arrossendo» e si strinse a lui «non guardarmi ora.»

«Cosa? L’osso? Cosa hai detto, Alicja?»

«Pawel» disse Alicja stringendosi a lui «quel sasso, sai, mi ha suscitato una strana inquietudine. Non voglio sapere niente, non dirmi niente, ma sono stanca di questo giardino, e delle rose, e del muretto, e del candore del mio vestito ah, non lo so, forse vorrei avere le spalle livide… Il sasso mi ha sussurrato, ha sussurrato alle mie spalle che dietro quel muretto c’è qualcosa e io quel qualcosa lo mangerò, lo rosicchierò in quell’osso, lo rosicchieremo insieme, Pawel, tu con me, io con te, devo farlo, devo» insistette con veemenza «altrirrienti sarò costretta a morire giovane!»

Pawel era sbigottito.

«Piccola mia, a che ti serve un osso? Sei impazzita! Se proprio ci tieni, fatti dare un osso fresco di brodo.»

«Ma si tratta proprio di questo, deve essere quello della pattumiera!» gridò Alieja battendo il piedino. «E di nascosto, nel timore che la cuoca ci scopra!» E di punto in bianco scoppiò una lite, languida e accaldata come la calura del sole di luglio che si apprestava a tramontare. «Ma Alicja, è disgustoso, fetido, bleah, ho la nausea, è qui che la cuoca getta via l’acqua sporca dei piatti!» «L’acqua sporca? Anche io ho la nausea e mi sento svenire, ma ho voglia anche di acqua sporca. Credimi, quell’osso si può rosicchiare, Pawel, si può mangiare di sicuro! Lo fanno tutti quando nessuno guarda, lo sento.» Litigarono a lungo. «È disgustoso!» «È oscuro, strano, misterioso, indecente e delizioso!» «Alicja!» gridò infine Pawel sfregandosi gli occhi «per l’amor del cielo… inizio ad avere dei dubbi. Ma come? Sogno o son desto? Non voglio fare altre domande, Dio ce ne scampi, non sono curioso, ma Alicja, stai forse scherzando, mi stai prendendo in giro? Che ti è successo? Un sasso, dici?

È possibile che ti abbiano lanciato dei sassi e che questo… ti abbia fatto venire una voglia malsana di rosicchiare un osso? Ma è una cosa troppo selvaggia, troppo… sporca, no, io rispetto le tue fantasie, ma questo non è più un istinto verginale, è una cosa inventata su due piedi.»

«Su due piedi?» ribatté Alicja. « Pawel, i miei piedi non sono verginali? L’hai detto tu stesso che bisogna chiudere gli occhi, senza riflettere, in silenzio, in maniera ingenua e pura, oh, Pavel, svelto, guarda come splende il sole e quel versetto sta strisciando lentamente sulla foglia, ho come una smania addosso! Credimi, lo fanno tutti, solo noi. .. solo noi non lo sappiamo! Ah, tu credi che nessuno abbia mai ma io ti dico che la sera i sassi fischiano come pioggia scrosciante, tanto che non si riesce a chiudere occhio e, all’ombra degli alberi, si rosicchiano gli ossi e altri avanzi, affamati e mezzi nudi! Questo è amore, è amore.»

«Ah! Sei impazzita!»<

«Smettila!» gridò Alicja tirandolo per la manica. «Vieni, andiamo dall’osso!»

«Giammai! Per nulla al mondo!»

E forse per la disperazione l’avrebbe persino colpita! Ma in quell’istante sentirono come un tonfo e un gemito dietro al muro. Si precipitarono a vedere e sporsero la testa tra le rose rampicanti:
«Cosa è stato?» sussurrò Paweł. D’un tratto un altro sasso fendette l’aria e colpì la ragazza alla nuca. La giovane cadde, ma scattò subito in piedi e balzò dietro all’albero, mentre da qualche parte in lontananza sentirono un uomo gridare: «Te la faccio vedere io! Non finisce qua! Vedrai! Ladra!». L’aria era soave, ardente, in mezzo alla natura calò il silenzio, uno di quei trepidi «Cosa è stato?» sussurrò Paweł. D’un tratto un altro sasso fendette l’aria e colpì la ragazza alla nuca. La giovane cadde, ma scattò subito in piedi e balzò dietro all’albero, mentre da qualche parte in lontananza sentirono un uomo gridare: «Te la faccio vedere io! Non finisce qua! Vedrai! Ladra!». L’aria era soave, ardente, in mezzo alla natura calò il silenzio, uno di quei trepidi e profumati abbandoni…

«No, no… Non è possibile…»

«L’hai visto tu stesso… Vieni, l’osso ci sta aspettando, andiamo dall’osso! Lo rosicchieremo insieme, ti va? Insieme! Io con te, tu con me! Guarda, ce l’ho già in bocca! E ora tu! Ora tu!»

[1933]

Minneapolis, lotta e solidarietà. Una città unita contro l’occupazione (Il manifesto)

«Sono tutti incazzati». Mike ha 65 anni e il dono della sintesi. Arrivi in città e ti accorgi subito che non c’è da discutere. Non ci sono favorevoli e contrari, a Minneapolis. Sono tutti d’accordo, l’intervento delle squadre dell’Ice – Immigration and custom enforcement – gli assassini di Renee Nicole Good, è un’occupazione violenta e ostile della città.

Non è di notte, ma di giorno che ti accorgi che le strade sono sotto assedio, quando dovresti riconoscerle nei gesti quotidiani. Invece non c’è quasi nessuno in giro, i locali sono vuoti, le poche persone fuori di casa sono per lo più bianche, impegnate in funzioni che nulla hanno a che fare con la normalità urbana: sorveglianza, monitoraggio, protezione informale della comunità immigrata. Se la città si muove, lo fa per difendersi.

Leggi l’intero articolo: https://ilmanifesto.it/lotta-e-solidarieta-una-citta-unita-contro-loccupazione

Le figurine di Radiospazio. Furfanti e poliziotti

Un capo della polizia che aveva veduto un poliziotto picchiare un furfante si mostrò molto indignato e avvertì il subalterno che non avrebbe mai più dovuto agire a quel modo, se non voleva rimetterci il posto. « Non siate troppo severo con me, » disse il poliziotto sorridendo; «lo picchiavo con un bastone pieno di crusca. » « Eppure, » continuò il capo della polizia, « si tratta di cosa sgradevole; anche se non gli avete fatto male. » « Ma, » disse il poliziotto, « era un furfante di stoppa. »*
Nel cercar di esprimere la propria soddisfazione il capo della polizia allungò la mano destra con tale violenza che si ruppe la pelle dell’ascella e una quantità di segatura scese dalla ferita. Era falso anche il capo della polizia.

Ambrose Bierce, Poliziotto e furfante

La strana storia della begonia di Sigmund Freud

Come il dono di una pianta ha aiutato Emma Freud a conoscere finalmente il suo bisnonno

Questa è la mia storia con la begonia. Sono pronipote di Sigmund dal 1962 e, attraverso quella linea di sangue, avevo ben poco da mostrare. Ma attraverso una lunga catena di gratitudine, gentilezza, amicizia (e lussuria), una piccola pianta verde e viola mi ha radicato nel terriccio del mio passato. Alla fine, sono stati amici e sconosciuti a permettermi di superare la distanza ereditata dai miei parenti passati e a presentarmi alla mia strana e riservata famiglia.
La mia talea ha appena propagato il suo primo nuovo germoglio. La trasmetterò con amore.

Leggi il racconto:
https://observer.co.uk/news/first-person/article/emma-freud-sigmund-freuds-begonia?fbclid=IwY2xjawPIgsxleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe9frpeiS14Qxg15k330aUnCZJV_3e2vjudLxlrBj9co9lDFb0Yo2JU9-5jdM_aem_h9bShr-zZhUd2m7APTiG4Q

Umberto Eco, Prepararsi al trapasso

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. […] Cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

[…] È naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

Umberto Eco, ‘Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo’, La bustina di Minerva, L’Espresso, 1997.

Le figurine di Radiospazio. Scrittori pensionati (o pensionati scrittori). (Frammento)

Richard non stava leggendo con spirito critico. Si limitava a correggere gli errori per il tipografo.

Disse: – Ecco una frase d’apertura che ti prende per il bavero. Il caldo era sofoccante.

Balfour Cohen si avvicinò e sbirciò sopra la spalla di Richard. Sorrise con indulgenza e disse: – Ah, sí. Questo è il suo secondo romanzo.

– Abbiamo pubblicato noi il primo?

– Sí. – Come cominciava? Lasciami indovinare. Faceva un fredo canne.

Di nuovo Balfour sorrise con indulgenza.

– Probabilmente la storia è buona.

Richard andò avanti a leggere: Doveva sceliere. Vincere, riusirci, sarebbe stato incredulo. Ma fallire, fare fischio, sarebbe stato sdegnoso!

– Quello che non capisco, – disse Richard, – è che cos’abbia questa gente contro i dizionari. Forse non sanno nemmeno di non conoscere l’ortografia.

Mentre diceva queste parole, si accorse che stava sudando, e persino piangendo. Un’altra cosa che non capiva era perché dovesse correggere l’ortografia. Dico, perché preoccuparsi? A chi poteva importare? Nessuno avrebbe mai letto quella roba, tranne l’autore e la mamma dell’autore. – Sono sbalordito che abbia scritto giusto il titolo.

– Com’è intitolato? – domandò Balfour.

Un altro dono dal genio. Di Alexander P. O’Boye. Sempre che abbia scritto giusto il suo nome. Come si chiamava il primo?

– Un momento –. Balfour batté qualche tasto. – Un dono dal genio, – disse.

– Cristo, quanti anni ha?

– Indovina, – disse Balfour.

– Nove, – disse Richard.

– Veramente ne ha quasi settanta.

– Penoso, no? Ma che cosa gli è preso? Voglio dire, ha tutte le rotelle a posto?

– Molti dei nostri autori sono in pensione. Questo è uno dei servizi che offriamo. Devono pur avere qualcosa da fare.

Martin Amis, L’informazione, Einaudi

Rodolfo Wilcock, La lettrice

Una grossa gallina occupa l’appartamento; è così grossa che ha già diroccato qualche uscio, nel tentativo di passare da una stanza all’altra. Non che sia molto irrequieta, tuttavia; è una gallina intellettuale, e trascorre quasi tutto il suo tempo a leggere. Infatti è consulente della casa editrice A.; l’editore le spedisce tutti i romanzi che appaiono all’estero, e la gallina li legge, pazientemente, con l’occhio destro, perché non può leggere con tutt’e due allo stesso tempo: quello sinistro rimane chiuso, sotto la bella palpebra grigia vellutata. Di tanto in tanto, la gallina borbotta qualcosa, perché la stampa è troppo piccola per lei; oppure fa clo-clo e sbatte le ali, ma nessuno può dire se lo fa dal piacere o dalla noia. Comunque, quando un libro non le piace, la gallina intellettuale se lo mangia; poi la casa A. manda un ispettore a raccogliere gli altri – che lei lascia sparsi per tutta la casa – e li pubblica. Questo ha dato origine in passato a qualche equivoco: libri che venivano ritrovati dietro un armadio, quando già erano stati pubblicati da un altro editore, con deplorevole successo. Ciò nondimeno, è la gallina più autorevole dell’industria libraria. Non sappiamo come disfarcene; oltre a far crollare le porte ci sporca le stanze, e la domestica minaccia di andarsene se non va via la gallina. Eppure è un animale così intelligente, i suoi giudizi sono così esatti, le sue abitudini così miti: alle sei di sera sale sul suo divano, si appollaia, chiude gli occhi e si addormenta, senza dare più noia a nessuno; non si muove nemmeno per fare i suoi bisogni. Al mattino ci alziamo e la troviamo già nella sala da pranzo, intenta a leggere l’ultimo russo in Siberia, l’ultimo sudamericano. E non ha mai fatto un uovo.

Rodolfo Wilcock, Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi

Agota Kristof, La vendetta

– Entri, dottore. Sí, è qui. Sí, l’ho chiamata io. Mio marito ha avuto un incidente. Sí, credo che sia grave. Anzi, molto grave. Bisogna andare di sopra. È in camera da letto. Da questa parte. Scusi il letto sfatto. Sa, quando ho visto tutto quel sangue mi sono un po’ agitata. Mi chiedo dove troverò il coraggio di pulire. Credo che alla fine andrò a stare da un’altra parte. Questa è la stanza, venga. È lí, accanto al letto, sul tappeto. Ha una scure piantata nella testa. Vuole visitarlo? Sí, lo visiti pure. Un incidente davvero stupido, non trova? È caduto dal letto nel sonno, ed è caduto su quella scure. La scure sí, è nostra. Di solito sta in salotto, accanto al caminetto, la usiamo per tagliare la legna. Perché era accanto al letto? Non ne ho idea. Dev’essere stato lui ad appoggiarla al comodino. Forse aveva paura dei ladri. Casa nostra è piuttosto isolata. Dice che è morto? Ho subito pensato che fosse morto. Ma mi sono detta che era meglio farlo vedere da un dottore. Vuole telefonare? Ah, certo, all’ambulanza, vero? Alla polizia? Perché alla polizia? È stato un incidente. È caduto dal letto, su una scure, tutto qua. È strano, sí. Ma ci sono una quantità di cose che accadono cosí, stupidamente. Oh! Crede forse che la scure accanto al letto ce l’abbia messa io, perché ci cadesse sopra? Mica potevo prevedere che sarebbe caduto dal letto! Magari crede anche che l’abbia spinto, e che poi mi sia addormentata tranquillamente, finalmente sola nel nostro grande letto, senza lui che russa, senza sentire il suo odore! Ma insomma, dottore, non andrà a pensare una cosa del genere, non può… È vero, ho dormito bene. Erano anni che non dormivo cosí. Mi sono svegliata alle otto. Ho guardato dalla finestra. C’era vento. Le nuvole, bianche, grigie, tonde, giocavano davanti al sole. Ero contenta, e pensavo che con le nuvole non si può mai sapere. Potevano disperdersi – correvano talmente forte – o potevano addensarsi e caderci addosso sotto forma di pioggia. Per me era indifferente. La pioggia mi piace molto. Del resto stamattina mi sembrava tutto splendido. Mi sentivo alleggerita, liberata da un fardello che per tanto tempo…

Agota Kristof, La vendetta, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. La morte della nonna

A. – Come sta? B. – Non troppo bene. È appena morta mia nonna. A. – Anche la mia è morta. Molto tempo fa. Era una donna molto dolce… (Segue un lungo racconto dettagliato. Poi i due uomini si separano. Più tardi, B. incontra C.) C. – Allora, ci sono novità? B. – Non belle, stamattina è morta mia nonna. C. – La mia sarà morta circa dieci anni fa, il cuore, credo… Le volevo molto bene. Lei… (Segue un lungo racconto dettagliato. Poi i due uomini si separano. Più tardi, B. incontra D.: stessa storia, poi incontra E, F, G… ogni volta la stessa storia. Alla fine, B. incontra X.) X. – Come va? B. – Come va. Ho saputo di tua nonna, povero amico mio. So quel che vuol dire. È morta anche la mia, non più tardi di un’ora fa, emorragia cerebrale… (Segue un lungo e dettagliato racconto.)

Éric Chevillard, L’Œuvre posthume de Thomas Pilaster, Les éditions de Minuit