Pavel Florenskij, L’infanzia recondita

Il baraccone, e i burattini, e i bambini che circondavano il teatrino, tutto s’è fuso in un’unica opera d’arte, anzi in qualche cosa di più, dove al di là della volontà premeditata degli esecutori risuonava la voce profetica dell’anima, e le forze misteriose della natura facevano capolino. Parole che in altre occasioni passerebbero di certo inosservate, in questo contesto, pronunciate dai volti dei burattini, acquistano un peso inaspettato e i detti popolari sembrano davvero condensare in sé la saggezza della vita. I pupazzi, fatti di stracci, pezzi di legno e cartapesta, si animano percettibilmente e si comportano in maniera autonoma: non si limitano a seguire le movenze della mano che li governa, ma la dirigono. Hanno i loro desideri e le loro predilezioni; in un certo senso è chiaro che forze particolari agiscono attraverso loro. Tale sensazione nasce dalla recitazione, ma finisce poi con l’attecchire nel profondo delle nostre esistenze, confinando ora con la magia, ora col mistero.

Isolati dalla quotidianità da uno steccato insieme al coro degli spettatori, i burattinai intensificano il potenziale delle forze misteriose che agiscono in loro grazie a un isolamento ulteriore: quello del proprio baraccone. Indossando sulle loro mani le fattezze del burattino e permettendo così all’intelligenza della mano di assumere un volto proprio, la emancipano dalla sottomissione all’intelletto, rendendo quest’ultimo di converso organo ausiliario della mano. La mano diventa corpo, veicolo e mezzo di espressione di forze altre, ignote alla nostra coscienza feriale. Nel teatro dei burattini operano infatti gli espedienti fondamentali della magia imitativa, la quale nasce sempre dalla recitazione, comincia sempre con l’imitare e stuzzicare forze ignote che, una volta evocate, raccolgono la sfida, colmando il ricettacolo loro offerto. Naturalmente, nessuno si lascia ingannare da quest’illusione. Il teatro dei burattini ha una grande virtù: quella di non essere illusionistico. Ma, pur non essendo “come la realtà” (e senza volerlo neppure sembrare), i burattini danno vita veramente a una nuova realtà. La quale entra nello spazio che è stato liberato apposta per lei, colmando la cornice “vacante” della vita. Il coro degli spettatori si unisce nel burattino e mediante il burattinaio lo nutre delle sue emozioni profonde, che nella quotidianità non trovano posto. Ciò che possediamo di più caro e recondito è la nostra infanzia, viva in noi, ma sottratta al nostro sguardo come da una cortina. Abbiamo finito col dimenticare questa vicinanza originaria con tutto ciò che esiste, questa passata comunione con la vita della natura. Ce ne siamo scordati, ma l’infanzia continua a vivere in noi e, in momenti ben precisi, rinvivisce inaspettatamente. Così, gli psicologi americani hanno dimostrato che il processo psicologico della conversione altro non è che un ritorno all’infanzia, un riaffiorare degli strati più profondi della personalità, formatisi nei primi anni di vita: “Se non vi ravvederete (ossia se non rivolgerete all’indietro la vostra personalità) e non sarete come fanciulli (ovvero non fanciulli in generale, bensì proprio quei fanciulli che siete stati una volta), non potrete entrare nel regno dei cieli”. E il regno dei cieli è “la pace e la gioia dettata dall’azione dello Spirito Santo”. Cosicché l’armonia spirituale rivelatasi improvvisamente al momento della conversione, vive in quegli stessi recessi della personalità che il burattino desta in noi. Il teatro dei burattini è un focolare alimentato dall’infanzia che si cela in noi. Esso, a sua volta, risveglia e chiama all’azione il palazzo addormentato della favola. Un tempo uniti in questo paradiso, ora ci ritroviamo divisi, giacché questo paradiso stesso è sparito alla nostra vista. Ma attraverso il teatro dei burattini noi torniamo a vedere, benché indistintamente, l’Eden perduto e a comunicare gli uni con gli altri in ciò che possediamo di più prezioso e che in genere nascondiamo come un segreto non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Scintillante ai raggi del sole al tramonto, il teatro si apre come una finestra sull’infanzia eternamente viva.

Pavel Florenskij, Stratificazioni: Scritti sull’arte e la tecnica, Diabasis.

Le figurine di Radiospazio. Mobili d’epoca

La gente si arreda la casa in stile antico, si circonda di mobili che appartengono a un’epoca ormai sepolta da secoli che non le è per nulla congeniale, e questo basta a farla vivere nella menzogna, pensavo. In realtà la gente è talmente debole rispetto alla propria epoca che si sente costretta a circondarsi di mobili di un’epoca da tempo passata, da tempo scomparsa, da tempo morta e sepolta, e si può dire che lo fa per tenersi a galla, pensavo, ed è quindi sempre segno di uno stato di orrenda debolezza quando la gente si arreda la casa con mobili di epoche passate e non con i mobili della propria epoca, della quale non riesce a sopportare la durezza e la brutalità, pensavo. La gente si circonda di mollezza, la mollezza del passato da cui è scomparsa ogni contraddizione, penso.

Thomas Bernhard, A colpi d’ascia: Una irritazione, Adelphi,
Traduzione A. Grieco, R. Colorni

Claudio Magris, Sulla scogliera (Nazione indiana)

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“Una madre redarguisce il figlio, un bambino di quattro o cinque anni che gioca con un’incantevole coetanea — nera come l’ebano, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si sono sistemati un po’ più lontano — sparando con una pistola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protesta, dicendo che allora bisogna rimproverare pure la bambina. “Quale bambina?” chiede la madre, che non la vede perché si è nascosta dietro un albero. “Quella che parla che non si capisce niente,” risponde lui, evidentemente colpito dal fatto che la piccola chiami le cose in modo per lui incomprensibile e un po’ arrabbiato di scoprire che esse possano avere altri nomi.”

Leggi il resto dell’articolo: https://www.nazioneindiana.com/2018/07/26/sulla-scogliera/

Roberta Errico, L’Italia in mano ai cretini (The Vision)

“Nel 1954 Ennio Flaiano, scrisse il racconto breve “Un marziano a Roma”. Il racconto, inserito nell’antologia di aforismi Diario notturno, è un ironico avvertimento rivolto ai suoi contemporanei e alle generazioni future: ci annunciò la fragilità della modernità e il cinismo della società dei consumi. Flaiano nacque a Pescara nel 1910 ma, per sua stessa ammissione come scrisse nel libro postumo La solitudine del satiro, fu un italiano atipico. Non si sentiva legato alla città in cui era nato, aveva scelto Roma per vivere: la raggiunse nel 1922 e lì morì nel 1972. Non si sentiva né fascista né comunista né democristiano.”

Leggi il resto dell’articolo: https://thevision.com/cultura/flaiano-cultura-italia/

Friedrich Schiller, Intelletto v/s Immaginazione

Mi pare che la causa della tua lagnanza stia nella costrizione imposta dall’intelletto alla tua immaginazione. Cercherò di rendere con un paragone un pensiero appena accennato. Sembra che non sia bene, risulti anzi svantaggioso per l’opera creatrice dello spirito, che l’intelletto esamini con troppo rigore, per così dire già alle porte, le idee che affluiscono. Considerata da sola, un’idea può essere del tutto insignificante e molto avventata, ma diventerà forse importante grazie a un’idea successiva; forse, unita in un certo modo ad altre, che possono sembrare altrettanto insignificanti, potrà costituire una concatenazione funzionale. Tutto ciò non può essere giudicato dall’intelletto, se esso non trattiene l’idea fino a vederla unita alle altre. In una mente creatrice l’intelletto ritira le sue guardie dalle porte, le idee irrompono alla rinfusa e solo allora esso le vede nel loro insieme. Voi, signori critici, o quale altro sia il nome che vi date, vi vergognate o temete la frenesia momentanea passeggera, che si trova in tutti i veri creatori e la cui maggiore o minore durata distingue l’artista che pensa dal sognatore. Da ciò le vostre lagnanze di sterilità, perché rifiutate troppo presto e sceverate troppo rigorosamente.

Lettera di Schiller a Körner, 1 dicembre 1788, citata da Freud nell’Interpretazione dei sogni

Le figurine di Radiospazio, Gli occhi della madre

Picasso, Madre e figlio

In piedi, sentì che qualcosa gli si posava sulla testa, sulle spalle, sulle mani; lo attraversava da parte a parte; lo rifaceva diverso da quello che era diventato con pena e fatica; lo riduceva di nuovo al punto di partenza: era lo sguardo muto della madre. Si fermò, appoggiandosi allo stipite: mai aveva sentito un’impressione così intollerabile di prepotenza e di aggressione. Si volse come contro qualcuno: ma non trovò che gli occhi della madre, due occhi dolci e sconfinati, messi lì come da un tempo immemorabile…

Vitaliano Brancati, Anni perduti, in “Tutti i racconti”, Mondadori

Witold Gombrowicz, In occasione della pubblicazione di un libro

Forse passerà inosservato, ma sicuramente qualche amico si sentirà obbligato a dirmi una o due frasi di quelle che si dicono sempre quando un autore pubblica un libro. Vorrei chiedere loro di non dire nulla… Sì, tacete, ve lo chiedo per favore… se ci tenete proprio a dire che vi è piaciuto quando mi incontrate muovete semplicemente l’orecchio destro. Se vi toccate quello sinistro capirò che non vi è piaciuto, se vi toccate il naso vorrà dire che il vostro giudizio e così-così. Con un lieve e discreto cenno della mano vi ringrazierò per il riguardo dimostrato nei confronti della mia opera e così, evitando situazioni imbarazzanti e ridicole, ci intenderemo in silenzio. Tanti saluti a tutti.

Witold Gombrowicz, Prefazione a Ferdydurke, Einaudi, Traduzione Cataluccio

Lawrence Ferlinghetti, Sfide per giovani poeti

Inventate un nuovo linguaggio che tutti possano capire. Arrampicatevi sulla Statua della Libertà. Cercate di raggiungere l’irraggiungibile. Baciate lo specchio e scrivete quello che vedete e udite. Ballate con i lupi e contate le stelle, incluse le invisibili.

Siate ingenui, innocenti, non-cinici, come se foste appena atterrati sulla terra (come in realtà siete, come in realtà noi tutti siamo), sbalorditi da quello su cui siete stati scagliati. Scrivete quotidianamente. Siate reporter dallo spazio esterno, che inoltra dispacci a qualche supremo caporedattore che creda alla rivelazione totale dei fatti e abbia scarsa tolleranza per le stronzate. Scrivete un poema infinito sulla vostra vita sulla terra o altrove. Leggete fra le righe dei discorsi della gente. Evitate le provincia, mirate l’universo. Pensate soggettivamente, scrivete oggettivamente.

Costruite pensieri lunghi in frasi brevi. Non frequentate laboratori di poesia, ma se lo fate, andateci non per apprendere “come” ma per imparare “cosa” (Cosa è importante scrivere). Non prostratevi davanti a critici che non abbiano scritto essi stessi grandi capolavori. Resistete molto, obbedite meno. Liberate segretamente ogni essere in gabbia che vedete. Scrivete brevi poesie con voce d’uccelli. Rendete le vostre liriche davvero liriche. Il canto degli uccelli non è fatto da macchine. Date alla vostra poesia ali per volare sulle cime degli alberi. Il detto di William Carlos Williams “Non idee se non nelle cose” va bene per la prosa, ma stende un peso morto sul lirismo, dal momento che le “cose” sono morte. Non contemplatevi l’ombelico in poesia pensando che il resto del mondo penserà sia importante.

Ricordate tutto, non dimenticate nulla. Lavorate su una frontiera, se riuscite a trovarne una. Frequentate poeti che pensano. Sono difficili da trovare. Coltivate la dissidenza ed il pensiero critico. “Il primo pensiero è il pensiero migliore” è forse un detto che non fa al caso della più grande poesia. Il primo pensiero potrebbe essere il pensiero peggiore. Cosa vi preoccupa? Cosa avete in mente? Aprite la bocca e smettete di mangiarvi le parole. Non abbiate una mente talmente aperta che il cervello vi cada giù. Mettete in discussione tutto e tutti. Siate sovversivi, mettendo in dubbio costantemente la realtà e lo status quo. Siate poeti, non affaristi. Non soddisfate, non assecondate, specialmente, un possibile pubblico, lettori, redattori o editori. Uscite allo scoperto, fuori dall’armadio. È buio lì dentro. Aprite le tende, spalancate le imposte, alzate il tetto, svitate le serrature delle porte ma non buttate via le viti. Impegnatevi in qualcosa al di fuori di voi. Siate militanti. O Estatici. Essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeti a quaranta vuol dire essere poeti. Siate entrambe le cose. Svegliatevi e fate pipì, il mondo è in fiamme!

È la poesia che aneliamo svegliandoci nel buio fitto di problematiche che rischiano di annientarci.La poesia è data dall’immaginazione. Poesia è nel sole del mattino, nelle notti in bianco, in un clochard. Una poesia deve cantare e volare via con noi, altrimenti è prosa. Come un vaso di rose una poesia non dovrebbe essere spiegata. È fatta di frammenti di sogni e grida lontane, poesia è un faro sul mare, è la nudità in un giardino segreto.Dietro una poesia ci può essere un mondo intero.La poesia è un pensiero da guanciale dopo il rapporto. La poesia è fatta di pensieri notturni. La poesia risuona della risata della giovinezza. È luce nella notte. C’è poesia nel riecheggio del barrito degli elefanti, nella corsa misurata di una tartaruga. La poesia vede gli angeli danzare. La poesia è un lamento, una risata. La poesia è il culmine dell’immaginazione. Il poeta reinventa la realtà con l’immaginazione. C’è poesia quando si ha un’emozione dall’impasto di emozioni. Un poeta è grande quanto il suo recepire. La poesia non è silenzio che manca di intensità, e non c’è inganno se è autentica. La poesia è credo. Il credo è poesia. Poesia è nel tranquillo ormeggio di una barca. La poesia è uno sguardo attento al mondo. Poesia è anche l’impotenza verso l’ineluttabile. La poesia è uno stimolo intimo. È una musica armonica, senza stridii. È un raggio dorato che illumina solo nude menti e cuori, talvolta inconsapevoli. La poesia rispecchia follie o meraviglie. La poesia è uno scavo nell’inconscio. La poesia nelle sue sfaccettature..poesia d’amore, di rivalsa o di dolore è pur sempre un canto. Poesia è il fulgore dato dalla luce interiore. La poesia è incomparabile intelligenza lirica perché si innalza oltre linee facilmente tangibili. La poesia esula da una visione realistica e scorticando l’ignoto penetra in una soglia di verità… che è l’auspicio che ci facciamo tutti perché è il bisogno che abbiamo tutti.

Lawrence Ferlinghetti, First read at the Seventeenth Annual San Francisco High School Poetry Festival, February 3, 2001

Le figurine di Radiospazio. Le piramidi

Un commerciante di Coblenza era riuscito a realizzare il sogno della sua vita, quello di visitare le piramidi di Gizeh; tuttavia la visita fu una grande delusione. Per vendicarsi, il commerciante di Coblenza fece pubblicare su tutti i giornali più importanti, intere pagine di annunci, nei quali esortava i futuri visitatori dell’Egitto a diffidare delle piramidi, ma soprattutto della famosa piramide di Cheope che lo aveva deluso ancor più profondamente delle altre. Con tutti questi annunci, il commerciante di Coblenza ha dato fondo in brevissimo tempo al proprio patrimonio ed è finito nella misera più totale. Quanto ai turisti diretti in Egitto, logicamente, gli annunci del commerciante di Coblenza non avevano avuto su di essi l’effetto sperato: al contrario, il numero di coloro che hanno visitato l’Egitto quest’anno è addirittura raddoppiato rispetto a quello dei visitatori dell’anno scorso.

Le figurine di Radiospazio. Amore in pasticceria

La vidi per la prima volta Nella Galleria Subalpina a Torino. Ero entrato per pigliare una water, che mi aiutasse a digerire la colazione e mi desse appetito pel pranzo.
Lei  era con un’altra signora, io la osservavo con discrezione e l’ammiravo. Aveva i capelli neri, il viso bianco e gli occhi vivaci, incisivi… Quanto alla bocca era un poema.
La vidi nel momento in cui l’apriva per introdurci, con due ditini che parevano due foglie di rosa accartocciate, un marron glacé. Il marron glacé  era dei più grossi, e naturalmente lei  apriva la bocca a tutta forza come se gridasse;
«Aiutoooo!!»
Se avesse potuto vederla Giotto proprio in quel momento là! Sarebbe andato a nascondersi lui e il suo o, che doveva essere uno sgorbio, al confronto di quella rotondità di bocca.
E che denti! E che freschezza!
Quando il marron glacé fu spacciato, le foglie di rosa accartocciate afferrarono una brioche , poi un petit four, poi un crocque en bouche , e l’uno dopo l’altro fecero scomparir tutto nel gelato di fragola.
Il croque en bouche  fu il colpo di grazia pel mio cuore. Lo zucchero cristallizzato che avvolgeva lo squisito chicco, scricchiolava sotto quei dentini bianchi… cri, cric, cric…
Ah, quel cric, cric! La soda water  mi salì alla testa, mi andò in gola a traverso, nell’eccesso della commozione. Tossii, tossii fino a diventare violetto. Il pasticciere mi picchiava pietosamente dei pugni sulla schiena, ed intanto udivo la signora che era con lei  che diceva:
«Sbrighiamoci, è l’ora del pranzo!»

Che Santa Lucia le conservi la vista! L’ora del pranzo! Ah! Era un tesoro quella fanciulla che andava a pranzo dopo quel preludio di pasticceria, con accompagnamento di vermouth.

Neppure negli incubi più stravaganti delle mie digestioni laboriose, avevo mai sognato una donna di stomaco forte come quella giovinetta. Per tutta la sera, per tutta la notte, l’ebbi sempre in mente.

Due gioielli di Palazzeschi (2 febbraio 1885 – 17 agosto 1974) a cinquant’anni dalla sua scomparsa

Piccolo gioiello sentimentale

Come a quella povera piccina piacevano i fiori! una cosa straordinaria!  
Ma non poteva averne che pochi e di rado: che infelicità! Quando ne sentiv parlare, la grossa madre sbuffava:
I fiori sono delle spese inutili. Una famiglia non può permettersi il lusso di gettar denaro in simili buggerate!
Per due belle rose sarebbe andata a letto senza cena.
Morì, la piccola sentimentale. Ora la madre le porta in cimitero, ogni settimana, i più bei fiori che si possano trovare, che si conoscano. E sospira. I suoi fiori! Come a quella povera piccina piacevano i fiori! Una cosa straordinaria

Piccolo gioiello gastronomico

La signora Baronessa, dopo aver spilluzzicato sopra un filetto di aringa affumicata, una fetta di jambon, un po’ di burro e caviale, qualche funghetto sott’olio e un carciofino, si dette a sorseggiare con inimitabile sapienza e invidiabile gusto, una tazza di squisito consommé. Gustò poi dello storione a lesso in salsa maionese ch’era una galanteria; e un rifreddo in bella vista composto di lepre e cacciagione diversa: quaglia, fagiano, pernice e fegato d’oca grasso tartufato che faceva venire l’acquolina in bocca a guardarlo. A tal punto non le spiacque una buona fetta di bue sanguinolento che si struggeva in bocca, inghirlandato di certi pisellini teneri crogiuolati nel prosciutto. Quindi dunque, con avvedutezza da maestra scelse il bel cosciotto di un tacchino arrosto che si sarebbe potuto mangiare con le labbra, e contornato di tartine con butirro triffola e fegato di maiale.
Infine, per aver trovato una mosca nella zuppa inglese… licenziò il cuoco.

Le figurine di Radiospazio. La Duse

Pietroburgo, 16 marzo 1891,
Torno dall’aver assistito al debutto dell’attrice italiana Eleonora Duse nella Cleopatra di Shakespeare. Io non so l’italiano, ma ha recitato così bene che m’è parso di capire ogni parola. Un’artista meravigliosa. Non avevo mai visto nulla di simile. Guardavo la Duse e mi sentivo stringere il cuore all’idea che siamo costretti a formarci il temperamento su certe attrici legnose come la N. e simili, che noi chiamiamo grandi per non averne mai vedute di migliori. Guardando la Duse ho capito perché il teatro russo è così noioso.

Le figurine di Radiospazio. Insalate

Su una foglia appassita di insalata dove non restano che rimpianti da rimasticare, posso al massimo trovar ragioni di compiacimento. Il passato non nutre. Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascer statua, e sono solo una lumaca nel guscio. Virtù, coraggio, qualità positive, capacità di meditazione, cultura. Contro tutte queste parole sono andata a sbattere a braccia conserte – e mi ci sono spezzata. Ci sono donne che barano, donne che soffrono. Un tempo piacevano, e si cancellano gli anni. Io i miei li proclamo, perché non sono piaciuta mai, perché sempre conserverò i miei capelli da bambina.