Le figurine di Radiospazio, Gli occhi della madre

Picasso, Madre e figlio

In piedi, sentì che qualcosa gli si posava sulla testa, sulle spalle, sulle mani; lo attraversava da parte a parte; lo rifaceva diverso da quello che era diventato con pena e fatica; lo riduceva di nuovo al punto di partenza: era lo sguardo muto della madre. Si fermò, appoggiandosi allo stipite: mai aveva sentito un’impressione così intollerabile di prepotenza e di aggressione. Si volse come contro qualcuno: ma non trovò che gli occhi della madre, due occhi dolci e sconfinati, messi lì come da un tempo immemorabile…

Vitaliano Brancati, Anni perduti, in “Tutti i racconti”, Mondadori

Witold Gombrowicz, In occasione della pubblicazione di un libro

Forse passerà inosservato, ma sicuramente qualche amico si sentirà obbligato a dirmi una o due frasi di quelle che si dicono sempre quando un autore pubblica un libro. Vorrei chiedere loro di non dire nulla… Sì, tacete, ve lo chiedo per favore… se ci tenete proprio a dire che vi è piaciuto quando mi incontrate muovete semplicemente l’orecchio destro. Se vi toccate quello sinistro capirò che non vi è piaciuto, se vi toccate il naso vorrà dire che il vostro giudizio e così-così. Con un lieve e discreto cenno della mano vi ringrazierò per il riguardo dimostrato nei confronti della mia opera e così, evitando situazioni imbarazzanti e ridicole, ci intenderemo in silenzio. Tanti saluti a tutti.

Witold Gombrowicz, Prefazione a Ferdydurke, Einaudi, Traduzione Cataluccio

Lawrence Ferlinghetti, Sfide per giovani poeti

Inventate un nuovo linguaggio che tutti possano capire. Arrampicatevi sulla Statua della Libertà. Cercate di raggiungere l’irraggiungibile. Baciate lo specchio e scrivete quello che vedete e udite. Ballate con i lupi e contate le stelle, incluse le invisibili.

Siate ingenui, innocenti, non-cinici, come se foste appena atterrati sulla terra (come in realtà siete, come in realtà noi tutti siamo), sbalorditi da quello su cui siete stati scagliati. Scrivete quotidianamente. Siate reporter dallo spazio esterno, che inoltra dispacci a qualche supremo caporedattore che creda alla rivelazione totale dei fatti e abbia scarsa tolleranza per le stronzate. Scrivete un poema infinito sulla vostra vita sulla terra o altrove. Leggete fra le righe dei discorsi della gente. Evitate le provincia, mirate l’universo. Pensate soggettivamente, scrivete oggettivamente.

Costruite pensieri lunghi in frasi brevi. Non frequentate laboratori di poesia, ma se lo fate, andateci non per apprendere “come” ma per imparare “cosa” (Cosa è importante scrivere). Non prostratevi davanti a critici che non abbiano scritto essi stessi grandi capolavori. Resistete molto, obbedite meno. Liberate segretamente ogni essere in gabbia che vedete. Scrivete brevi poesie con voce d’uccelli. Rendete le vostre liriche davvero liriche. Il canto degli uccelli non è fatto da macchine. Date alla vostra poesia ali per volare sulle cime degli alberi. Il detto di William Carlos Williams “Non idee se non nelle cose” va bene per la prosa, ma stende un peso morto sul lirismo, dal momento che le “cose” sono morte. Non contemplatevi l’ombelico in poesia pensando che il resto del mondo penserà sia importante.

Ricordate tutto, non dimenticate nulla. Lavorate su una frontiera, se riuscite a trovarne una. Frequentate poeti che pensano. Sono difficili da trovare. Coltivate la dissidenza ed il pensiero critico. “Il primo pensiero è il pensiero migliore” è forse un detto che non fa al caso della più grande poesia. Il primo pensiero potrebbe essere il pensiero peggiore. Cosa vi preoccupa? Cosa avete in mente? Aprite la bocca e smettete di mangiarvi le parole. Non abbiate una mente talmente aperta che il cervello vi cada giù. Mettete in discussione tutto e tutti. Siate sovversivi, mettendo in dubbio costantemente la realtà e lo status quo. Siate poeti, non affaristi. Non soddisfate, non assecondate, specialmente, un possibile pubblico, lettori, redattori o editori. Uscite allo scoperto, fuori dall’armadio. È buio lì dentro. Aprite le tende, spalancate le imposte, alzate il tetto, svitate le serrature delle porte ma non buttate via le viti. Impegnatevi in qualcosa al di fuori di voi. Siate militanti. O Estatici. Essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeti a quaranta vuol dire essere poeti. Siate entrambe le cose. Svegliatevi e fate pipì, il mondo è in fiamme!

È la poesia che aneliamo svegliandoci nel buio fitto di problematiche che rischiano di annientarci.La poesia è data dall’immaginazione. Poesia è nel sole del mattino, nelle notti in bianco, in un clochard. Una poesia deve cantare e volare via con noi, altrimenti è prosa. Come un vaso di rose una poesia non dovrebbe essere spiegata. È fatta di frammenti di sogni e grida lontane, poesia è un faro sul mare, è la nudità in un giardino segreto.Dietro una poesia ci può essere un mondo intero.La poesia è un pensiero da guanciale dopo il rapporto. La poesia è fatta di pensieri notturni. La poesia risuona della risata della giovinezza. È luce nella notte. C’è poesia nel riecheggio del barrito degli elefanti, nella corsa misurata di una tartaruga. La poesia vede gli angeli danzare. La poesia è un lamento, una risata. La poesia è il culmine dell’immaginazione. Il poeta reinventa la realtà con l’immaginazione. C’è poesia quando si ha un’emozione dall’impasto di emozioni. Un poeta è grande quanto il suo recepire. La poesia non è silenzio che manca di intensità, e non c’è inganno se è autentica. La poesia è credo. Il credo è poesia. Poesia è nel tranquillo ormeggio di una barca. La poesia è uno sguardo attento al mondo. Poesia è anche l’impotenza verso l’ineluttabile. La poesia è uno stimolo intimo. È una musica armonica, senza stridii. È un raggio dorato che illumina solo nude menti e cuori, talvolta inconsapevoli. La poesia rispecchia follie o meraviglie. La poesia è uno scavo nell’inconscio. La poesia nelle sue sfaccettature..poesia d’amore, di rivalsa o di dolore è pur sempre un canto. Poesia è il fulgore dato dalla luce interiore. La poesia è incomparabile intelligenza lirica perché si innalza oltre linee facilmente tangibili. La poesia esula da una visione realistica e scorticando l’ignoto penetra in una soglia di verità… che è l’auspicio che ci facciamo tutti perché è il bisogno che abbiamo tutti.

Lawrence Ferlinghetti, First read at the Seventeenth Annual San Francisco High School Poetry Festival, February 3, 2001

Le figurine di Radiospazio. Le piramidi

Un commerciante di Coblenza era riuscito a realizzare il sogno della sua vita, quello di visitare le piramidi di Gizeh; tuttavia la visita fu una grande delusione. Per vendicarsi, il commerciante di Coblenza fece pubblicare su tutti i giornali più importanti, intere pagine di annunci, nei quali esortava i futuri visitatori dell’Egitto a diffidare delle piramidi, ma soprattutto della famosa piramide di Cheope che lo aveva deluso ancor più profondamente delle altre. Con tutti questi annunci, il commerciante di Coblenza ha dato fondo in brevissimo tempo al proprio patrimonio ed è finito nella misera più totale. Quanto ai turisti diretti in Egitto, logicamente, gli annunci del commerciante di Coblenza non avevano avuto su di essi l’effetto sperato: al contrario, il numero di coloro che hanno visitato l’Egitto quest’anno è addirittura raddoppiato rispetto a quello dei visitatori dell’anno scorso.

Le figurine di Radiospazio. Amore in pasticceria

La vidi per la prima volta Nella Galleria Subalpina a Torino. Ero entrato per pigliare una water, che mi aiutasse a digerire la colazione e mi desse appetito pel pranzo.
Lei  era con un’altra signora, io la osservavo con discrezione e l’ammiravo. Aveva i capelli neri, il viso bianco e gli occhi vivaci, incisivi… Quanto alla bocca era un poema.
La vidi nel momento in cui l’apriva per introdurci, con due ditini che parevano due foglie di rosa accartocciate, un marron glacé. Il marron glacé  era dei più grossi, e naturalmente lei  apriva la bocca a tutta forza come se gridasse;
«Aiutoooo!!»
Se avesse potuto vederla Giotto proprio in quel momento là! Sarebbe andato a nascondersi lui e il suo o, che doveva essere uno sgorbio, al confronto di quella rotondità di bocca.
E che denti! E che freschezza!
Quando il marron glacé fu spacciato, le foglie di rosa accartocciate afferrarono una brioche , poi un petit four, poi un crocque en bouche , e l’uno dopo l’altro fecero scomparir tutto nel gelato di fragola.
Il croque en bouche  fu il colpo di grazia pel mio cuore. Lo zucchero cristallizzato che avvolgeva lo squisito chicco, scricchiolava sotto quei dentini bianchi… cri, cric, cric…
Ah, quel cric, cric! La soda water  mi salì alla testa, mi andò in gola a traverso, nell’eccesso della commozione. Tossii, tossii fino a diventare violetto. Il pasticciere mi picchiava pietosamente dei pugni sulla schiena, ed intanto udivo la signora che era con lei  che diceva:
«Sbrighiamoci, è l’ora del pranzo!»

Che Santa Lucia le conservi la vista! L’ora del pranzo! Ah! Era un tesoro quella fanciulla che andava a pranzo dopo quel preludio di pasticceria, con accompagnamento di vermouth.

Neppure negli incubi più stravaganti delle mie digestioni laboriose, avevo mai sognato una donna di stomaco forte come quella giovinetta. Per tutta la sera, per tutta la notte, l’ebbi sempre in mente.

Due gioielli di Palazzeschi (2 febbraio 1885 – 17 agosto 1974) a cinquant’anni dalla sua scomparsa

Piccolo gioiello sentimentale

Come a quella povera piccina piacevano i fiori! una cosa straordinaria!  
Ma non poteva averne che pochi e di rado: che infelicità! Quando ne sentiv parlare, la grossa madre sbuffava:
I fiori sono delle spese inutili. Una famiglia non può permettersi il lusso di gettar denaro in simili buggerate!
Per due belle rose sarebbe andata a letto senza cena.
Morì, la piccola sentimentale. Ora la madre le porta in cimitero, ogni settimana, i più bei fiori che si possano trovare, che si conoscano. E sospira. I suoi fiori! Come a quella povera piccina piacevano i fiori! Una cosa straordinaria

Piccolo gioiello gastronomico

La signora Baronessa, dopo aver spilluzzicato sopra un filetto di aringa affumicata, una fetta di jambon, un po’ di burro e caviale, qualche funghetto sott’olio e un carciofino, si dette a sorseggiare con inimitabile sapienza e invidiabile gusto, una tazza di squisito consommé. Gustò poi dello storione a lesso in salsa maionese ch’era una galanteria; e un rifreddo in bella vista composto di lepre e cacciagione diversa: quaglia, fagiano, pernice e fegato d’oca grasso tartufato che faceva venire l’acquolina in bocca a guardarlo. A tal punto non le spiacque una buona fetta di bue sanguinolento che si struggeva in bocca, inghirlandato di certi pisellini teneri crogiuolati nel prosciutto. Quindi dunque, con avvedutezza da maestra scelse il bel cosciotto di un tacchino arrosto che si sarebbe potuto mangiare con le labbra, e contornato di tartine con butirro triffola e fegato di maiale.
Infine, per aver trovato una mosca nella zuppa inglese… licenziò il cuoco.

Le figurine di Radiospazio. La Duse

Pietroburgo, 16 marzo 1891,
Torno dall’aver assistito al debutto dell’attrice italiana Eleonora Duse nella Cleopatra di Shakespeare. Io non so l’italiano, ma ha recitato così bene che m’è parso di capire ogni parola. Un’artista meravigliosa. Non avevo mai visto nulla di simile. Guardavo la Duse e mi sentivo stringere il cuore all’idea che siamo costretti a formarci il temperamento su certe attrici legnose come la N. e simili, che noi chiamiamo grandi per non averne mai vedute di migliori. Guardando la Duse ho capito perché il teatro russo è così noioso.

Le figurine di Radiospazio. Insalate

Su una foglia appassita di insalata dove non restano che rimpianti da rimasticare, posso al massimo trovar ragioni di compiacimento. Il passato non nutre. Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascer statua, e sono solo una lumaca nel guscio. Virtù, coraggio, qualità positive, capacità di meditazione, cultura. Contro tutte queste parole sono andata a sbattere a braccia conserte – e mi ci sono spezzata. Ci sono donne che barano, donne che soffrono. Un tempo piacevano, e si cancellano gli anni. Io i miei li proclamo, perché non sono piaciuta mai, perché sempre conserverò i miei capelli da bambina.

Le figurine di Radiospazio. Rapporti inspiegabili

«Tutt’a un tratto ho cominciato a dargli ai nervi, ma tu pensa, gli do ai nervi, basta che muova un dito e gli do ai nervi, ti rendi conto, dare ai nervi al tuo capo sette ore al giorno, non mi sopporta, si vede proprio che evita di guardarmi, sette ore! e se per caso mi vede, distoglie gli occhi come scottato. Sette ore! Non so neanche io» «Certe volte mi viene voglia di buttarmi in ginocchio e di gridare: “Mi scusi signor Drozdowski, mi scusi!” Ma di che? Non lo fa mica per cattiveria, il fatto è che gli do realmente ai nervi, i colleghi mi consigliano di non fiatare, di farmi vedere il meno possibile, ma come si fa a farsi o a non farsi notare se si sta insieme per sette ore al giorno nella stessa stanza? Basta che mi schiarisca la gola, o che sposti una mano, perché gli venga l’orticaria. Non sarà per caso che puzzo?».

Witold Gombrowicz, Cosmo, Il Saggiatore

Narrativa. David Foenkinos, Il custode del museo e il capolavoro (frammento)

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne

Antoine aveva deciso, senza chiedere il permesso, di spostare leggermente la sua sedia per osservare con comodo il viso di Jeanne Hébuterne. Così, nonostante la folla, riusciva a contemplarla per molte ore al giorno. Gli piaceva parlarle e immaginava che fra loro si stesse stabilendo un legame. A volte, di notte, lei tornava nei suoi sogni come per guardarlo a sua volta. Tutto questo formava, in certo modo, una conversazione di sguardi.
Antoine si domandava se non fosse troppo triste essere imprigionata così in un quadro. Dopotutto, alcuni credono nella reincarnazione o nella metempsicosi; sarebbe stato così strano che un quadro conservasse le vibrazioni della persona ritratta? Sicuramente c’era una parte di Jeanne in quella tela. Gli storici hanno spesso parlato della sua bellezza, di quel viso che sconvolse Modigliani. Lui, che era abituaro a dipingere delle giovani donne, spesso nude, fu trafitto da quella grazia inedita. Lei fu la sua musa, la donna della sua vita, quella che non dipinse mai nuda. Jeanne aveva il portamento di un grande cigno etereo, un languore che traspariva dal suo sguardo, una incommensurabile malinconia. Ogni giorno, e sempre di più, Antoine sarebbe stato attratto dal potere di quella tela. Con Jeanne le ore volavano.

David Foenkinos, Verso la bellezza, Folio