Thomas Bernhard, L’ammirazione

L’uomo dotato di autentico intelletto non conosce l’ammirazione, prende atto, rispetta, considera, e questo è tutto. La gente entra in tutte le chiese e in tutti i musei come se portasse sulle proprie spalle un sacco pieno di ammirazione, per questa ragione tutti hanno sempre quella disgustosa andatura da gobbi che in effetti ha chiunque entri in un museo o in una chiesa. Non ho mai visto una persona entrare in una chiesa o in un museo in tutta scioltezza, ma la cosa più disgustosa è osservare la gente a Cnosso o ad Agrigento, quando è giunta alla meta del suo viaggio all’insegna dell’ammirazione, perché questa gente non viaggia se non all’insegna dell’ammirazione. L’ammirazione rende ciechi, rende ottuso colui che ammira. La maggior parte della gente, una volta intrappolata nell’ammirazione non se ne libera più, e questo già la rende ottusa. La maggior parte della gente rimane ottusa per tutta la vita solo perché ammira. Non c’è niente da ammirare, niente, assolutamente niente. Dato però che la stima e il rispetto sono troppo difficili, la gente si limita ad ammirare, le torna più comodo ammirare. L’ammirazione è più facile del rispetto e della stima, lo stato di ammirazione è la prerogativa degli idioti. Solo l’idiota ammira, l’uomo intelligente non ammira, l’uomo intelligente rispetta, stima, capisce, e basta. Ma per rispettare, per stimare, per capire, ci vuole ingegno, e la gente non ha ingegno, dei perfetti imbecilli che sono in effetti del tutto privi di ingegno si spingono fino alle piramidi e si aggirano tra le colonne siciliane e si fermano davanti ai templi persiani inondando di ammirazione se stessi e la propria ottusità. Lo stato di ammirazione è uno stato di deficienza mentale, quasi tutti vivono in questo stato di deficienza mentale.

Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. L’ipocrisia degli artisti

Gli artisti sono i più ipocriti di tutti, addirittura più ipocriti dei politici, dunque gli artisti dell’arte sono ancora più ipocriti degli artisti dello Stato. Infatti quest’arte si rivolge sempre all’Onnipotente e ai potenti, e volge le spalle al mondo il che la rende infame. È un’arte miserabile e nient’altro, questa. Perché i pittori dipingono dal momento che già c’è la natura? Eppure anche l’opera d’arte più straordinaria è solo un misero tentativo, completamente assurdo e vano, di imitare, o addirittura di scimmiottare la natura. Che cos’è il volto della madre di Rembrandt, da lui dipinto, di fronte al volto vero di mia madre?

Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi

Demented Burrocacao, La scena dark romana degli anni Ottanta. Un’intervista a Dino Ignani, storico fotografo della controcultura capitolina

 L’ 11 settembre 2024 ha aperto al Museo Di Roma in Trastevere una mostra fotografica imperdibile: Dark Portraits di Dino Ignani, ormai un simbolo della Roma goth. Ignani è il fotografo che ha documentato nei primi anni Ottanta la diffusione del movimento dark nella capitale, attraverso i volti dei giovani che – pionieri del movimento – abbracciavano uno stile di vita all’epoca considerato “strano”, come ci confessa lo stesso fotografo, ma che evocava un gusto estetico dirompente che non poteva passare inosservato e che, infatti, è stato poi assorbito anche nei piani alti dello stile e della moda. Detto questo, Ignani è un vero e proprio Maestro della fotografia: dai reportage sociali alle foto dei poeti, fino appunto a questi “ritratti dark”, gli scatti del nostro si riconoscono subito, proprio come potremmo riconoscere la voce di Peter Murphy dei Bauhaus alle prime note di una canzone. Non a caso io stesso, durante il mio periodo dark, non potevo non essere attratto da quelle foto così dirette, che con il loro bianco e nero andavano al sodo senza tecnicismi inutili, portando alla luce quella umanità che da sempre permea la sua opera, a tutti gli effetti un megafono del movimento dark italiano, sia ai suoi inizi che successivamente.

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Thomas Bernhard, La cena artistica

Ripetei più volte fra me e me le parole il mondo artistico, e anche la vita artistica, ma in realtà queste parole le dissi ad alta voce e in modo tale che le persone nella sala da musica non potevano non sentirmi, e in effetti mi sentirono perché a un tratto guardarono verso di me, ossia guardarono dalla sala da musica verso l’anticamera senza in effetti potermi vedere, in quanto loro mi avevano sentito dire, e poi ripetere più volte, le parole la vita artistica e il mondo artistico, e io intanto pensavo che cosa hanno significato per me allora, e che cosa, in fondo, significano ancora oggi questi concetti di mondo artistico e di vita artistica, più o meno tutto, pensavo adesso nella bergère, e com’è di cattivo gusto, da parte degli Auersberger, chiamare la loro cena, o meglio il loro pranzo serale, come si dice a Vienna, cena artistica. Come sono caduti in basso gli Auersberger e i loro simili, pensavo nella bergère, questi Auersberger che da tempo ai miei occhi, da decenni ormai, hanno fatto bancarotta sul piano artistico e, in generale, sul piano intellettuale, e dunque, in effetti, anche sul piano umano. Eppure tutte quelle persone nella sala da musica avevano certamente sentito quando io avevo detto mondo artistico e vita artistica, ma l’avevano sentito come se io avessi detto cena artistica alla maniera degli Auersberger, e a prescindere dal tono di voce con cui avevo detto mondo artistico e vita artistica, quelle persone non avevano notato nient’altro, non avevano capito niente del significato che aveva avuto per me pronunciare le parole vita artistica e mondo artistico nel momento in cui le avevo pronunciate. Tutte quelle persone, in effetti, erano un tempo artisti o quanto meno talenti artistici, pensavo adesso nella bergère, mentre ora non sono altro tutti quanti che un’unica marmaglia artistica che non ha più niente in comune con l’arte e dunque con l’artistico, proprio come la cena dei coniugi Auersberger. Tutti quegli individui che in effetti un tempo sono stati artisti o quanto meno esseri artistici, pensavo nella bergère, adesso non sono nient’altro che larve e gusci di quello che sono stati un tempo; mi basta ascoltare quello che dicono, mi basta guardarli in faccia, mi basta entrare in contatto con le loro creazioni, e sento la stessa cosa che sento adesso nei confronti di questo pranzo serale, di questa cena artistica di pessimo gusto. Che cosa è venuto fuori da tutte quelle persone in questi trent’anni, pensavo, che cosa hanno fatto di se stessi tutti quegli individui in questi trent’anni. E che cosa ho fatto io di me stesso in questi trent’anni, pensavo. In ogni caso è deprimente ciò che quelle persone hanno fatto di se stesse in questi trent’anni, e altrettanto deprimente è ciò che ho fatto io di me stesso, pensavo, da tutto quell’insieme di fortunate circostanze e situazioni di allora tutte quelle persone hanno tratto circostanze e situazioni deprimenti, pensavo nella bergère, tutto esse hanno trasformato in qualcosa di profondamente e interamente deprimente, tutta la loro fortuna in una depressione unica, pensavo nella bergère, così come io stesso della mia fortuna ho fatto una depressione unica. Perché senza dubbio tutte quelle persone sono state un tempo, ciò significa allora, ossia trenta o vent’anni fa, persone fortunate, e ora invece sono soltanto persone deprimenti, così come anch’io in ultima analisi sono ormai soltanto una persona deprimente e sfortunata, pensavo nella bergère. Hanno trasformato una fortuna unica in una catastrofe unica, pensavo nella bergère, una grande speranza in una grande disperazione. Perciò, guardando nella sala da musica, non guardavo nient’altro che la disperazione, pensavo nella bergère, nient’altro che una disperazione esistenziale, e nient’altro, per così dire, che una disperazione artistica, la verità è questa.

Thomas Bernhard, A colpi d’ascia. Una irritazione, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. Cuori sensibili

Quando riaprii gli occhi, vidi una donna seduta vicina alla lampada. Era talmente platinata che la sua testa pareva una fruttiera d’argento.
«Come si sente?»
Anche la voce era dolce e bella.
«Magnificamente. A parte la mascella mezzo staccata.»
«Cosa s’aspettava, signor Carmady, orchidee?»
«Così conosce il mio nome?»
«Dormiva sodo, e hanno avuto tutto il tempo per frugarle le tasche. Hanno fatto tutto, tranne che imbalsamarla.»
Potevo muovermi desso, ma non molto: avevo i polsi dietro la schiena ammanettati.
«Non so, lei mi piace, signor Carmady. Anche se ha una faccia che pare una pizza.»
«Pazienza. Che ora è?»
«Le dieci e diciassette, ha un appuntamento?
«Dove sono i ragazzi? A scavarmi la fossa?»
«Non starei in pensiero per loro. Torneranno.»
«Non ne dubito.»
«Spero che non le facciano del male. Odio il sangue.»

“La vita è ricordarsi di un risveglio”. Sandro Penna e il trattamento del “romantico”

L’uomo che siede su questo letto sfatto con un libro aperto in mano è uno dei grandi poeti del secolo XX. Quando vedrete il video  scoprirete intorno a Sandro Penna un ambiente di oggetti sparsi e accatastati, come si conviene a un autore che modellò il suo cosmo sui frammenti . Uomo schivo, che ai cenacoli letterari preferiva i ragazzi incontrati nelle sue peregrinazioni, Penna sfoglia e legge. Legge male, finalmente (penso alle voci laccate degli attori), legge i versi, “come sono scritti”; “ci sono dei dicitori”, ricorda, “che non fanno sentire gli a capo”. La sua voce è sgraziata, priva di compunzione e di falso trasporto, tira via. Sono arrivati quelli della televisione e bisogna sbrigare la faccenda al più presto (chissà se gli avranno dato un misero gettone, speriamo di sì, dal momento che Penna era, coerentemente, poverissimo). Questo è un video da non perdere; nella sua completa noncuranza, l’autore fa giustizia di tutti i sussieghi della tv kitsch, delle trasmissioni culturali, delle divulgazioni ministeriali, e perfino (più importante di tutto) del mito del poeta. Nel suo understatement (del tutto fisiologico) spiccano per contrasto i suoi versi, refrattari a qualunque manipolazione, nella loro perfezione dalle striature dantesche.:

Ecco il fanciullo acquatico e felice.
Ecco il fanciullo gravido di luce
più limpido del verso che lo dice.
Dolce stagione di silenzio e sole
e questa festa di parole in me.

Le figurine di Radiospazio. Calcoli astrusi

Il professore: – Mi stia a sentire, signorina, se lei non riesce  capire i principi della matematica, come potrà mai riuscire a calcolare a mente quanto fa – e questo è il meno che si chiesa a un ingegnere medio – quanto fa, ad esempio, 3 miliardi 755 milioni 988.251, moltiplicati per 5 miliardi 162 milioni 330.508?
L’allieva: – Fa 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.508
Il professore: – Non mi pare. Deve fare 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.509.
L’allieva: –    No…508…
Il professore: – (calcola mentalmente) Sì, ha ragione… il prodotto è giusto… Quintilioni, quadrilioni, trilioni, miliardi, milioni… 164.508. Ma come lo sa lei, se non conosce i principi del ragionamento aritmetico?
L’allieva: – È semplicissimo. Sapendo di non potermi fidare del mio ragionamento, ho imparato a memoria tutti i risultati possibili di tutte le moltiplicazioni possibili.     
Il professore: – Ma sono infiniti…
L’allieva: –    Ci sono riuscita lo stesso.
Il professore: – Beh, è una bella impresa.

Luigi Pirandello, La macchina dell’alienazione

Il direttore, secondo la lunghezza della scena, mi dice approssimativamente il numero dei metri di pellicola che abbisognano, poi grida agli attori: – Attenti, si gira! E io mi metto a girar la manovella. Potrei farmi l’illusione che, girando la manovella, faccia muover io quegli attori, press’a poco come un sonatore d’organetto fa la sonata girando il manubrio. Ma non mi faccio né questa né altra illusione, e séguito a girare finché la scena non è compiuta; poi guardo nella macchinetta e annunzio al direttore: – Diciotto metri, – oppure: – trentacinque. E tutto è qui. Un signore, venuto a curiosare, una volta mi domandò: – Scusi, non si è trovato ancor modo di far girare la macchinetta da sé? Vedo ancora la faccia di questo signore: gracile, pallida, con radi capelli biondi; occhi cilestri, arguti, barbetta a punta, gialliccia, sotto la quale si nascondeva un sorrisetto, che voleva parer timido e cortese, ma era malizioso. Perché con quella domanda voleva dirmi: – Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo? Sorrisi e risposi: – Forse col tempo, signore. A dir vero, la qualità precipua che si richiede in uno che faccia la mia professione è l’impassibilità di fronte all’azione che si svolge davanti alla macchina. Un meccanismo, per questo riguardo, sarebbe senza dubbio più adatto e da preferire a un uomo. Ma la difficoltà più grave, per ora, è questa: trovare un meccanismo, che possa regolare il movimento secondo l’azione che si svolge davanti alla macchina. Giacché io, caro signore, non giro sempre allo stesso modo la manovella, ma ora più presto ora più piano, secondo il bisogno. Non dubito però, che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La macchinetta – anche questa macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.
(…)
Viva la Macchina che meccanizza la vita! Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che prodotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare. Per la loro fame, nella fretta incalzante di saziarle, che pasto potete estrarre da voi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto? È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni.

Luigi Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio Operatore, Rizzoli

Pavel Florenskij, L’infanzia recondita

Il baraccone, e i burattini, e i bambini che circondavano il teatrino, tutto s’è fuso in un’unica opera d’arte, anzi in qualche cosa di più, dove al di là della volontà premeditata degli esecutori risuonava la voce profetica dell’anima, e le forze misteriose della natura facevano capolino. Parole che in altre occasioni passerebbero di certo inosservate, in questo contesto, pronunciate dai volti dei burattini, acquistano un peso inaspettato e i detti popolari sembrano davvero condensare in sé la saggezza della vita. I pupazzi, fatti di stracci, pezzi di legno e cartapesta, si animano percettibilmente e si comportano in maniera autonoma: non si limitano a seguire le movenze della mano che li governa, ma la dirigono. Hanno i loro desideri e le loro predilezioni; in un certo senso è chiaro che forze particolari agiscono attraverso loro. Tale sensazione nasce dalla recitazione, ma finisce poi con l’attecchire nel profondo delle nostre esistenze, confinando ora con la magia, ora col mistero.

Isolati dalla quotidianità da uno steccato insieme al coro degli spettatori, i burattinai intensificano il potenziale delle forze misteriose che agiscono in loro grazie a un isolamento ulteriore: quello del proprio baraccone. Indossando sulle loro mani le fattezze del burattino e permettendo così all’intelligenza della mano di assumere un volto proprio, la emancipano dalla sottomissione all’intelletto, rendendo quest’ultimo di converso organo ausiliario della mano. La mano diventa corpo, veicolo e mezzo di espressione di forze altre, ignote alla nostra coscienza feriale. Nel teatro dei burattini operano infatti gli espedienti fondamentali della magia imitativa, la quale nasce sempre dalla recitazione, comincia sempre con l’imitare e stuzzicare forze ignote che, una volta evocate, raccolgono la sfida, colmando il ricettacolo loro offerto. Naturalmente, nessuno si lascia ingannare da quest’illusione. Il teatro dei burattini ha una grande virtù: quella di non essere illusionistico. Ma, pur non essendo “come la realtà” (e senza volerlo neppure sembrare), i burattini danno vita veramente a una nuova realtà. La quale entra nello spazio che è stato liberato apposta per lei, colmando la cornice “vacante” della vita. Il coro degli spettatori si unisce nel burattino e mediante il burattinaio lo nutre delle sue emozioni profonde, che nella quotidianità non trovano posto. Ciò che possediamo di più caro e recondito è la nostra infanzia, viva in noi, ma sottratta al nostro sguardo come da una cortina. Abbiamo finito col dimenticare questa vicinanza originaria con tutto ciò che esiste, questa passata comunione con la vita della natura. Ce ne siamo scordati, ma l’infanzia continua a vivere in noi e, in momenti ben precisi, rinvivisce inaspettatamente. Così, gli psicologi americani hanno dimostrato che il processo psicologico della conversione altro non è che un ritorno all’infanzia, un riaffiorare degli strati più profondi della personalità, formatisi nei primi anni di vita: “Se non vi ravvederete (ossia se non rivolgerete all’indietro la vostra personalità) e non sarete come fanciulli (ovvero non fanciulli in generale, bensì proprio quei fanciulli che siete stati una volta), non potrete entrare nel regno dei cieli”. E il regno dei cieli è “la pace e la gioia dettata dall’azione dello Spirito Santo”. Cosicché l’armonia spirituale rivelatasi improvvisamente al momento della conversione, vive in quegli stessi recessi della personalità che il burattino desta in noi. Il teatro dei burattini è un focolare alimentato dall’infanzia che si cela in noi. Esso, a sua volta, risveglia e chiama all’azione il palazzo addormentato della favola. Un tempo uniti in questo paradiso, ora ci ritroviamo divisi, giacché questo paradiso stesso è sparito alla nostra vista. Ma attraverso il teatro dei burattini noi torniamo a vedere, benché indistintamente, l’Eden perduto e a comunicare gli uni con gli altri in ciò che possediamo di più prezioso e che in genere nascondiamo come un segreto non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Scintillante ai raggi del sole al tramonto, il teatro si apre come una finestra sull’infanzia eternamente viva.

Pavel Florenskij, Stratificazioni: Scritti sull’arte e la tecnica, Diabasis.

Le figurine di Radiospazio. Mobili d’epoca

La gente si arreda la casa in stile antico, si circonda di mobili che appartengono a un’epoca ormai sepolta da secoli che non le è per nulla congeniale, e questo basta a farla vivere nella menzogna, pensavo. In realtà la gente è talmente debole rispetto alla propria epoca che si sente costretta a circondarsi di mobili di un’epoca da tempo passata, da tempo scomparsa, da tempo morta e sepolta, e si può dire che lo fa per tenersi a galla, pensavo, ed è quindi sempre segno di uno stato di orrenda debolezza quando la gente si arreda la casa con mobili di epoche passate e non con i mobili della propria epoca, della quale non riesce a sopportare la durezza e la brutalità, pensavo. La gente si circonda di mollezza, la mollezza del passato da cui è scomparsa ogni contraddizione, penso.

Thomas Bernhard, A colpi d’ascia: Una irritazione, Adelphi,
Traduzione A. Grieco, R. Colorni

Claudio Magris, Sulla scogliera (Nazione indiana)

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“Una madre redarguisce il figlio, un bambino di quattro o cinque anni che gioca con un’incantevole coetanea — nera come l’ebano, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si sono sistemati un po’ più lontano — sparando con una pistola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protesta, dicendo che allora bisogna rimproverare pure la bambina. “Quale bambina?” chiede la madre, che non la vede perché si è nascosta dietro un albero. “Quella che parla che non si capisce niente,” risponde lui, evidentemente colpito dal fatto che la piccola chiami le cose in modo per lui incomprensibile e un po’ arrabbiato di scoprire che esse possano avere altri nomi.”

Leggi il resto dell’articolo: https://www.nazioneindiana.com/2018/07/26/sulla-scogliera/

Roberta Errico, L’Italia in mano ai cretini (The Vision)

“Nel 1954 Ennio Flaiano, scrisse il racconto breve “Un marziano a Roma”. Il racconto, inserito nell’antologia di aforismi Diario notturno, è un ironico avvertimento rivolto ai suoi contemporanei e alle generazioni future: ci annunciò la fragilità della modernità e il cinismo della società dei consumi. Flaiano nacque a Pescara nel 1910 ma, per sua stessa ammissione come scrisse nel libro postumo La solitudine del satiro, fu un italiano atipico. Non si sentiva legato alla città in cui era nato, aveva scelto Roma per vivere: la raggiunse nel 1922 e lì morì nel 1972. Non si sentiva né fascista né comunista né democristiano.”

Leggi il resto dell’articolo: https://thevision.com/cultura/flaiano-cultura-italia/

Friedrich Schiller, Intelletto v/s Immaginazione

Mi pare che la causa della tua lagnanza stia nella costrizione imposta dall’intelletto alla tua immaginazione. Cercherò di rendere con un paragone un pensiero appena accennato. Sembra che non sia bene, risulti anzi svantaggioso per l’opera creatrice dello spirito, che l’intelletto esamini con troppo rigore, per così dire già alle porte, le idee che affluiscono. Considerata da sola, un’idea può essere del tutto insignificante e molto avventata, ma diventerà forse importante grazie a un’idea successiva; forse, unita in un certo modo ad altre, che possono sembrare altrettanto insignificanti, potrà costituire una concatenazione funzionale. Tutto ciò non può essere giudicato dall’intelletto, se esso non trattiene l’idea fino a vederla unita alle altre. In una mente creatrice l’intelletto ritira le sue guardie dalle porte, le idee irrompono alla rinfusa e solo allora esso le vede nel loro insieme. Voi, signori critici, o quale altro sia il nome che vi date, vi vergognate o temete la frenesia momentanea passeggera, che si trova in tutti i veri creatori e la cui maggiore o minore durata distingue l’artista che pensa dal sognatore. Da ciò le vostre lagnanze di sterilità, perché rifiutate troppo presto e sceverate troppo rigorosamente.

Lettera di Schiller a Körner, 1 dicembre 1788, citata da Freud nell’Interpretazione dei sogni