Raphaël Meltz, Piccoli pionieri del cinema

1913

Oggi, nel corridoio: a Hélène viene un’idea. Hélène si mette all’opera, e il fratellino la osserva, ammirando come sempre la sua energia,  le smorfiette che gli fa spesso quand’è concentrata e incrocia il suo  sguardo, i bacetti che gli dà quando lui va a rannicchiarsi tra le sue  braccia, una coccola che la madre non è del tutto capace di dargli  – oggi a Hélène viene l’idea di prendere il treppiede regolabile e i  5,8 chili della cinepresa, di metterli nella carrozzina di famiglia e di  spingere la carrozzina nel corridoio girando la manovella: filmando.  In realtà sta inventando il travelling, o carrellata, mettere la cinepresa  su un carrello per filmare in movimento, lo inventa come un bambino inventa un mondo, senza pensare che sia difficile: è solo un  mondo, dopotutto – solo un mondo.  Hélène, metodica, ha accorciato le gambe del treppiede perché la  cinepresa non sia troppo alta; ha fatto una prova in corridoio, prima nel lato corto della L, chissà se riuscirò a girare la manovella e a  spingere la carrozzina contemporaneamente, il padre le permette di  filmare al massimo un metro al giorno, c’è un contatore meccanico  che riparte da zero a ogni bobina, siccome Hélène non filma da quattro giorni oggi ha diritto a quattro metri, poco più di un minuto,  non è il caso di sprecarlo filmando le prove: si faranno senza girare.  Pensa di chiedere a Gabriel di spingere la carrozzina mentre lei gira  la manovella, ma è un po’ rischioso, e poi soprattutto vuole filmare  il fratellino: è lui il soggetto del film nel corridoio, del movimento di macchina, filmare il fratello che cammina nel corridoio. Filmare un  movimento in movimento.  Deve presto rinunciare all’idea di percorrere l’intero corridoio, l’angolo è troppo stretto per far passare sia la carrozzina che lei intenta  a girare la manovella; il lato lungo della L basterà, è sufficiente per  mostrare la camminata di Gabriel, Hélène è tutta contenta, Gabriel si  merita un bacio e ascolta con attenzione quello che la sorella gli chiede di fare: camminare lentamente, molto lentamente, nel corridoio,  e alla fine, una volta arrivato in fondo, girarsi e guardare in camera.  Per Hélène, è ovviamente più complicato: deve camminare alla stessa  velocità del fratello (la cinepresa ha la messa a fuoco fissa; il diaframma è regolato sulla luce fioca ma sufficiente del corridoio, Hélène ha  imparato a farlo, i valori vanno da 1 a 8, si sceglie a seconda delle  condizioni di luce dell’ambiente), spingere la carrozzina con la mano  sinistra e con la destra girare la manovella che si trova nella parte  anteriore della cinepresa, un grosso blocco nero con sopra un piccolo rettangolo che fa da mirino, ma Hélène non ci guarderà dentro,  l’angolo è sufficientemente ampio perché suo fratello venga ripreso  per intero. Fanno una prova. Va abbastanza bene, Gabriel cammina  molto lentamente, Hélène lo aiuta dicendogli di rallentare ancora,  di pensare a una lumaca, a una tartaruga, gli parla e contemporaneamente conta i secondi e quando Gabriel arriva in fondo si gira e fa  quel sorrisino timido che ripeterà, quasi allo stesso modo, durante  ogni prova, fino al momento di girare: quaranta secondi di camminata nel corridoio, Gabriel si gira e sorride – e subito torna indietro  verso la cinepresa ed Hélène si arrabbia perché stava ancora girando  dovevi aspettare scricciolo sei troppo impaziente. Devi aspettare che  dica stop Gaby. Insomma!  Nonostante tutto, Hélène è contenta: non vede l’ora di raccontare  ai genitori quello che ha fatto e soprattutto di vedere il film, restano  ancora sei o sette metri di pellicola, con un po’ di fortuna Adrien  filmerà Claire in giardino o una passeggiata nel bosco e così svilupperanno la pellicola prima di partire per Honfleur.
Ma Hélène non vedrà il film. La settimana successiva, mentre corre  per strada, impaziente, gioiosa, inciampa, batte la testa, commozione  cerebrale. 
Ha avuto un incidente ed è morta. Capisci tesoro? 
È morta. 
Aveva undici anni.

Raphaël Meltz, 24 volte la verità, Prehistorica editore, Traduzione Alice Laverda

Le figurine di Radiospazio. Buona politica 1870

Buone finanze, buona politica. Volete conoscere lo stato di un paese? guardate le sue finanze. Le sole condizioni finanziarie fanno le rivoluzioni. Oggidì (1870) in Italia non si vogliono economie, e si crede di cancellare il deficit imponendo nuove tasse – rubando il pane del povero col tassare le lire 600 di reddito, mentre si lasciano le spese di rappresentanza ai prefetti per far ballare gli aristocratici che possono ballare benissimo a casa loro. Ma il signor Sella pensa di riempire i vuoti crescendo le tasse, senza riflettere che la forza di un paese dà fino a un certo segno, come, nell’agricoltura, la fruttibilità di un terreno; e, in conclusione, facendo come chi chiudesse una fossa colla terra tolta da un’altra.

Virginia Woolf, Lasciatemi per sempre qui

…”Qual è la frase per la luna? E la frase per l’amore? Che nome daremo alla morte? Non lo so. Avrei bisogno della lingua speciale degli amanti, dei monosillabi che usano i bambini quando entrano in una stanza e trovano la madre che cuce e raccolgono da terra un avanzo di lana colorata, una piuma, una striscia di chintz. Ci vuole un urlo, un grido. Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato, non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false.Ho chiuso con le frasi. Quant’è meglio il silenzio: la tazzina del caffè, il tavolo. Quanto sto meglio seduto da solo come l’uccello solitario che allarga le ali sul palo. Lasciatemi per sempre qui tra questi semplici oggetti, la tazzina del caffè, il coltello, la forchetta, cose che sono se stesse, come io sono io. Non venite a infastidirmi coi vostri cenni per farmi capire che è l’ora di chiudere e andarsene. Volentieri darei tutto il denaro che ho purché non mi disturbiate; lasciatemi seduto da solo, in silenzio.

Virginia Woolf, Le Onde, Einaudi, Traduzione Nadia Fusini

Le figurine di Radiospazio. Padri e figli

In questa vita terrena il padre fisico comunica al figlio la natura, ma non gli dà la propria vita né il suo proprio essere, giacché il figlio ha una vita e un essere diversi da quelli del padre. Lo si capisce da quanto segue: il padre può morire e il figlio vivere, oppure il figlio può morire e il padre vivere. Se avessero entrambi una sola vita e un solo essere, dovrebbero necessariamente vivere o morire insieme, dato che la vita e l’essere di entrambi sarebbero uno solo. Ma non è così. Perciò ciascuno di essi è estraneo all’altro, sono separati l’un l’altro nella vita e nell’essere.

Meister Eckhart, I sermoni  tedeschi, Adelphi

Cinema. I grandi finali. Il settimo sigillo

https://www.youtube.com/watch?v=7IIOpG0PZrQ

Nell’Europa medievale imperversa la peste. Il nobile cavaliere Antonius Block sta tornando a casa, in Svezia, dopo aver partecipato alla Crociata in Terra Santa per dieci anni, accompagnato dal suo scudiero. Fermatosi a riposare su una spiaggia, il cavaliere trova ad attenderlo la Morte, È giunto il suo momento, deve morire. La Morte accetta una dilazione, il tempo di una partita a scacchi.
La partita si dipana durante le peregrinazioni di Antonius Block e del suo scudiero in un mondo devastato dalla peste, fra processioni di flagellanti, spettacoli teatrali, streghe al rogo, ladri di cadaveri.
Block si imbatte in una famigliola di saltimbanchi teatranti in fuga, ignari che stanno per essere ghermiti dalla morte. Il cavaliere accetta il suo destino, e per salvarli distrae la Morte giocando un’ultima manche. La Morte gli dà scacco matto, ma la famigliola è salva.

Il film si chiude con una visione del saltimbanco Jof.

Witold Gombrowicz, La morte del verme

Ripensava a quanto era successo, a quei piedi indifferenti congiunti su quel corpo palpitante in una crudeltà perpetrata in comune. Crudeltà? Ma si era davvero trattato di crudeltà? O non piuttosto di ordinaria amministrazione, un verme schiacciato così, senza motivo, solo perché ci capita sul cammino, uno dei tanti che uccidiamo ogni giorno? No, non si poteva parlare di crudeltà: casomai di incoscienza, che scruta con occhi infantili le buffe convulsioni dell’agonia senza provarne dolore. Niente di grave. Ma per Federico? Certo ai suoi occhi quell’atto doveva essere apparso una mostruosità raccapricciante. Il dolore, il martirio sono altrettanto spaventosi nel corpo di un verme che in quello di un gigante, il dolore è «uno», totale e indivisibile come lo spazio: ovunque si manifesti è sempre ugualmente parossistico, raggiunge sempre i vertici della stessa assoluta atrocità. Per lui quindi quell’atto doveva essere stato a dir poco orrendo: quei due avevano provocato sofferenza, creato dolore, con le loro suole avevano trasformato la placida esistenza di quel verme in un inferno: come immaginare un crimine più infame, un peccato più grave di quello? Un peccato… Un peccato… Sì, era un peccato, ma, se lo era, era il loro peccato comune, e i loro piedi si erano congiunti insieme sul corpo convulso del verme… Sapevo a che cosa pensava quel pazzo di Federico. Pazzo! Pensava a loro due, pensava che quel lombrico l’avevano schiacciato «per lui». «Non farti imbrogliare. Non credere che tra noi due non ci sia niente… hai visto, no? Uno di noi ha schiacciato il verme… e subito l’altro l’ha imitato. L’abbiamo fatto per te. Per unirci nel peccato davanti a te e apposta per te.»

Witold Gombrowicz,Pornografia, Il Saggiatore. Edizione del Kindle.

Le figurine di Radiospazio. Il romanzo e gli spettri

Quello che mi piace della letteratura è il fatto di muovermi all’interno di schemi sconosciuti, senza sapere cosa cerco, cosa troverò; alla fine, a volte, alla fine, forse, appaiono dei soggetti, nati dalle derive casuali del mio subconscio e dall’esplorazione dei luoghi della finzione. Ma non ho deciso niente, seguito niente, costruito niente. Per scrivere un romanzo, c’è una sola condizione che accetto di definire, una sola: per scrivere un romanzo, devo essere capace di evocare gli spettri – quale altra definizione, migliore di questa, per fare gli scrittori bisogna saper evocare gli spettri.

Raphaël Meltz, 24 volte la verità, Preistorica

Cinema. I grandi finali. Ladri di biciclette (1948)

https://www.youtube.com/watch?v=J62Usj2L62A

Antonio ,il protagonista del film, vive con la famiglia a Roma ed è in attesa di un posto di lavoro che gli consenta di sopravvivere.
Quando finalmente gli si presenta l’occasione c’è un problema: gli hanno offerto il lavoro di attacchino per il quale è necessaria una bicicletta, che però non possiede; riesce comunque a procurarsene una scambiandola con un paio di lenzuola.
Il primo giorno di lavoro, la bicicletta gli viene rubata. Le ricerche sono vane.
Disperato, Antonio, accompagnato dal figlioletto, decide di rubare a sua volta una bicicletta incustodita.

Giulia Di Bella, Un esperimento degli anni ‘60 ci spiega perché, spesso, ci sentiamo impotenti di fronte alla realtà (The Vision)

Gli psicologi non fanno che ripeterlo: la realtà di oggi è troppo faticosa da vivere e gestire, soprattutto per le nuove generazioni. Mentre proliferano ansia da prestazione e paura del fallimento, tra eco-ansiaprospettive future incerte e aspettative della società sempre più alte, facciamo sempre più fatica a stare bene, e aumenta sia il numero di persone in psicoterapia, sia il numero di quelle che assumono psicofarmaci. Nonostante le possibili cure e terapie psicologiche e psichiatriche – che comunque in tanti purtroppo faticano a permettersi – vivere in un mondo non alla portata delle nostre energie e possibilità ci procura un profondo senso di impotenza che rischia di diventare parte di noi e che è stato identificato dallo psicologo statunitense Martin Seligman come “impotenza appresa”. Secondo Seligman sarebbe quello stato mentale che ci affligge quando, trovandoci di fronte a un problema di varia natura o entità, ci sembra di non essere in grado di affrontare la situazione facendo affidamento solo sulle nostre risorse. E questo accadrebbe perché, in passato, siamo stati oggetto di stimoli avversi senza avere la possibilità di porvi rimedio autonomamente. Chi ha vissuto questo genere di esperienze, di fronte a una qualunque situazione problematica può avvertire stress e ansia eccessivamente acuti, convincendosi di aver sempre bisogno di qualcuno che risolva i problemi al posto suo.

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/esperimento-seligman-impotenza-appresa/

Paolo Ferrucci, Alain Elkann scrive un romanzo su Ezra Pound. Il risultato? Imbarazzante (Pangea)

Per dire qualcosa di sensato sull’ultimo “romanzo” dell’arcinoto Alain Elkann, esponente della famiglia che da un secolo comanda l’Italia, grande seduttore di donne del jet-set e a tempo perso giornalista, docente, consigliere di ministri della Cultura e presidente di istituzioni, bisogna andare indietro di un anno: quando Elkann si trovò sciaguratamente a condividere una carrozza del treno Italo diretto a Foggia con un gruppo di giovinastri rumorosi che gli impedirono di «scrivere il diario con la penna stilografica», traumatizzandolo al punto da fargli raccontare l’accaduto al direttore di Repubblica, il quale, fiutando lo scoop, gli ordinò di farci un articoletto “pittoresco” che risultò una mezza cretinata scritta da un ragazzino di terza media, mettendo così in ridicolo l’intero giornale. Ne seguì una polemica ad ampio raggio, che si fece aspra quando il Comitato di redazione di Repubblica, in aperta polemica col direttore Maurizio Molinari, emanò un comunicato sindacale in cui si deprecava il classismo del pezzo di Elkann e si rivendicava l’impegno quotidiano dei giornalisti a favore della gente svantaggiata, e non dei ricconi sprezzanti come il padre del padrone del giornale. Per inciso, è notizia dei giorni scorsi che Molinari è stato infine esautorato dalla direzione di Repubblica proprio dal figliolo di Elkann, stanco dei risultati sempre peggiori nelle vendite e nel gradimento dei lettori.

Leggi l’intero articolo:
https://www.pangea.news/alain-elkann-il-silenzio-di-pound/

Le figurine di Radiospazio. Nella stalla

Una mosca, vagabondando nella stalla, si posò sul naso della mucca per rilassarsi un momento.
— Benvenuta — disse la mucca.
— È una notte magnifica per viaggiare — disse l’insetto.
— Strano, questo pizzicorino. Spostati un po’ più in su, per favore, che voglio leccarmi il muso.
La mosca si spostò. — Se tu fossi rimasta dov’eri — continuò la mucca — e io ti avessi colpito con la lingua, credo proprio che saresti bell’e andata.
— Non credo — sorrise la mosca. — Lo sai che mi muovo in fretta.
Al che la mucca, sorniona, si passò la lingua sul muso. Non vide muoversi l’insetto, ma già quello svolazzava sano e salvo a qualche centimetro dal suo naso.
— Hai visto? — disse la mosca.
— Ho visto — rispose la mucca, e scoppiò in un muggito di ilarità così improvviso e potente che l’insetto fu soffiato lontano da quella raffica, e non tornò mai più.

        

Le figurine di Radiospazio. I pericoli della lettura

Guai a lei se legge con più penetrazione del solito, si rovina il gusto per tutto ciò che legge. Qualsiasi cosa lei legga, questo qualcosa alla fine diventa ridicolo, alla fine non ha più alcun valore. Si guardi bene dall’affrontare con troppa penetrazione un’opera d’arte, diceva, si guasterà tutto, anche le cose più amate. Non guardi troppo a lungo un quadro, non legga un libro con troppa penetrazione, non ascolti un brano musicale con il massimo impegno, perché si rovinerebbe tutto e quindi anche ciò che di più bello e di più utile esiste nel mondo. Legga quello che le piace, ma non penetri l’opera fino in fondo, ascolti quello che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello che le piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo sempre osservato tutto fino in fondo, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo, avendo sempre letto tutto fino in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare, di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono storpiato tutto, in questo modo mi sono storpiato irreparabilmente tutta l’arte figurativa e tutta la musica e tutta la letteratura.

Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi