da quando ho sentito che la mamma ha preso, di tanto in tanto, l’abitudine di restarsene seduta in mezzo ai vostri due lettini, dopo che vi siete coricati, a leggervi qualche storia, non ho più pace se non vi racconto anch’io qualcosa, e cioè quello che mi è capitato ieri, ultima domenica d’Avvento, alle quattro passate.
Ero scesa in città, dalla nostra collina, a comperare candele per l’albero di Natale. Giù non v’era affatto tutto quel trambusto di vetture, cavalli e gente affannata che si nota, alla vigilia delle feste, da voi nella capitale. In cambio però, in queste stradine silenziose e nella tortuosa piazza del mercato, accanto al municipio, la cui fioca illuminazione viene ora solo scarsamente migliorata dalla luminaria dei tanti alberi di Natale che fanno capolino dietro le vetrine, ci si potrebbe immaginare più facilmente un prodigio: di veder sbucare di nascosto, tra i bambini presenti, un servo Ruprecht intento ad annotarsi i loro desideri, che riesca anche a sottrarre qua e là qualcosa dalle vetrine, per ficcarlo nel suo sacco capace e scomparire poi di nuovo, dietro le bancarelle di abeti, senza che nessuno, nemmeno stavolta, se ne accorga.
interpreti: Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Marco Intraia, Eleni Molos, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai regia di Alberto Gozzi
Cosa succede se una palla, calciata da un bimbo, entra in una stanza da una finestra lasciata aperta? L’incipit è banale ma lo sviluppo di questa breve storia è sorprendente. Zbigniew Rybczyński realizza un gioco di prestigio sorprendente, quello della contemporaneità dei racconti di cui sono portatori i personaggi che affollano la piccola stanzetta sulle note di un tango da cui è governata la loro assurda danza di vita.
* La definizione del video non è delle migliori ma ci sembra che sia ampiamente compensata dalla qualità dell’opera; abbiamo quindi scelto di pubblicarla ugualmente: questa versione è la migliore fra quelle reperibili in rete.
Un limpido pomeriggio invernale… Il gelo è compatto, scricchiola, e a Nadia, che mi tiene a braccetto, si coprono d’una brina argentea i riccioli delle tempie e la peluria sopra il labbro superiore. Stiamo su un alto poggio. Dai nostri piedi fino al suolo si stende un piano in pendio, nel quale il sole si guarda come in uno specchio. Accanto a noi, piccole slitte rivestite di panno rosso vivo. – Che ne dite, Nadia Petrovna? Scivoliamo giù? – No, vi supplico, non ne ho il coraggio. – Una volta soltanto. Vi assicuro che ce la caveremo. – Ho paura, troppa paura. Sento che potrei anche impazzire. – Vi supplico, non bisogna aver paura. Dovete assolutamente cercare di vincervi. – E va bene, ma una volta sola. La faccio sedere, pallida, tremante, nella slitta, la cingo col braccio e insieme con lei mi precipito nell’abisso. La slitta vola come un proiettile. L’aria solcata ci percuote in viso, urla, fischia negli orecchi, ci morde, ci pizzica dolorosamente, vuole strapparci la testa dalle spalle. Per la pressione del vento non s’ha la forza di respirare. Sembra che il diavolo in persona ci abbia avvinghiati con le zampe e urlando ci trascini all’inferno. Ecco, ecco, ancora un attimo e pare che saremo perduti! Mi avvicino all’orecchio della mia deliziosa compagne e le dico sottovoce: – Io vi amo, Nadia! — La slitta ricomincia a correre sempre più piano, il respiro cessa di venir meno, e noi finalmente siamo in fondo. Nadia è più morta che viva. – Giuro che non ci verro mai più, per nulla al mondo. – Non bisogna mai giurare. Soprattutto per una sciocchezza come questa. – Una sciocchezza? Per poco non son morta! Dopo un po’ di tempo ella torna in sé e mi guarda interrogativamente negli occhi: sono stato io a dirle quelle quattro parole, o le è solo sembrato di udirle nel frastuono del turbine? E io sto accanto a lei, fumo e osservo con attenzione il mio guanto. Ella mi prende sottobraccio, e noi passeggiamo a lungo attorno al poggio. L’enigma, evidentemente, non le dà pace. Sono state dette quelle parole o no? Sì o no? Sì o no? Oh, che giuoco su quel caro volto, che giuoco! – Sapete? – Che cosa? – Potremmo andare ancora una volta… giù in slitta. Saliamo per una scala sul poggio. Di nuovo io faccio salire la pallida, tremante Nadia nella slitta, di nuovo voliamo nella paurosa voragine, di nuovo urla il vento, e di nuovo, al momento della più forte e fragorosa volata della slitta, dico sottovoce: – Io vi amo, Nadia! Quando la slitta si arresta, Nadia fissa a lungo il mio viso, tende l’orecchio alla mia voce indifferente, e sul volto le sta scritto: «Ma di che si tratta? Chi ha pronunciato quelle parole, Lui, o m’è solo sembrato di udirle?» Questa incertezza l’inquieta, le fa scappare la pazienza. La povera fanciulla non risponde alle domande, si acciglia, ha le lacrime agli occhi. – Non dovremmo andare a casa? – Ma a me… a me piace questo scivolare… Per quel pomeriggio non scendiamo più con lo slittino, e l’enigma resta enigma. La mattina del giorno dopo ricevo un bigliettino: “Se oggi andrete allo sdrucciolo, passate da me. Nadia”. E da quel giorno comincio ad andare con Nadia quotidianamente allo sdrucciolo e , volando giù in slitta, pronuncio ogni volta sempre quelle stesse parole: – Io vi amo, Nadia! — Ben presto Nadia si abitua a questa frase. Vivere senza essa non può. Sospetti di pronunciarle siamo sempre noi due, io e il vento… Chi dei due le dichiari il suo amore ella non sa, ma ormai, a quanto pare, le è indifferente: da qualunque vaso si beva è tutt’uno, purché si sia ebbri.
Una volta, a mezzogiorno, mi avviai allo sdrucciolo solo; mescolatomi alla folla, ed ecco che al poggio si avvicina Nadia e mi cerca con gli occhi… Poi sale timidamente su per la scaletta. Ha paura ad andar sola, oh, come ha paura! È pallida come la neve, trema, ma va, senza guardarsi indietro, risoluta. Evidentemente ha stabilito di provare: si potranno udire quelle stupefacenti, dolci parole quando io non ci sono? Quando si alza dalla slitta, debole, esausta, si capisce che quella corsa non le ha chiarito il dubbio. La paura, mentre scivolava giù, le ha tolto la capacità di udire, di distinguere i suoni, di capire… Ma ecco che giunge la primavera, e io mi accingo a partire per Pietroburgo; per molto tempo, probabilmente per sempre. Una volta, un paio di giorni prima della partenza, sono seduto nel mio giardinetto, che confina con quello di Nadia. La vedo che esce sul terrazzino e fissa un triste sguardo nel cielo. Il vento primaverile le ricorda quel vento che ci soffiava allora sul collo. E la povera fanciulla tende tutt’e due le mani, come pregando questo vento di recare ancora una volta quelle parole. E io, dopo aver atteso che soffi il vento, dico a mezza voce: “Io vi amo, Nadia!” Dio mio, che cosa avviene in lei! Manda un grido, sorride con tutto il volto e tende incontro al vento le mani, gioiosa, felice, così bella! E io vado a far le valigie… Questo è accaduto tanto tempo fa. Adesso Nadia è già maritata; l’hanno sposata, o s’è sposata, fa lo stesso, con un notabile, e ora ha già tre bambini. Come noi andavamo un tempo insieme allo sdrucciolo e come il vento portava fino a lei le parole “Io vi amo, Nadia”, ella non l’ha dimenticato; per lei adesso è questo il più felice, il più commovente e bel ricordo della vita… E a me, ora che mi son fatto più vecchio, riesce ormai incomprensibile perché dicessi quelle parole, a che scopo scherzassi…
Anton Čechov, Racconti, BUR, Traduzione Eridano Bazzarelli
Eugène Ionesco l’ho scoperto alla fine del liceo grazie a un cofanetto Mondadori sul Teatro dell’assurdo che conteneva tre oscar con le più note commedie di Samuel Beckett, John Osborne e, appunto, Ionesco. Se Beckett e Ionesco potevano forse stare insieme, mi pareva che Osborne, esponente di punta dei “giovani arrabbiati”, fosse un po’ un intruso. Di Ionesco avevo già sentito parlare della Cantatrice calva e della Lezione, che spesso venivano rappresentate insieme e che aprivano quello stesso volumetto, pubblicato nel 1971. Seguivano Amedeo o Come sbarazzarsene, L’improvviso dell’Alma e Assassino senza movente, il primo Ionesco, insomma. Fu qualcosa di sorprendente, un denudamento della realtà, smascherata attraverso continui paradossi, grazie a un’illimitata libertà verbale e a una comicità irresistibile che sfociava nel grottesco. Ionesco non faceva altro che denunciare la vacuità e l’assurdità della vita, smontandone gli schemi e le impalcature formali, fino a ridicolizzare gli uomini e a spalancare loro gli occhi perché potessero constatare il nulla, sociale, individuale, storico. Che cosa poteva desiderare di più uno studente già predisposto e orientato al nichilismo da un autore teatrale contemporaneo, che per sua stessa ammissione doveva la sua formazione a Kafka e ai fratelli Marx?
L’idea di “Giù le mani da Ionesco!” nacque in me molti anni dopo a Parigi, quando scoprii che al Théatre de la Huchette una compagna teatrale aveva portato in scena La Cantatrice calva per circa cinquant’anni e continuava a farlo, tutte le sere, sempre con gli stessi attori. Ne rimasi stupefatto, non esitai un attimo e acquistai il biglietto, volevo vedere chi fossero quei sei attori che dedicavano completamente la loro vita artistica a Ionesco. In un opuscolo dalla copertina rossa con il disegno della faccia ridente di Ionesco appresi che ogni ruolo era ricoperto da un gruppo di cinque o sei attori a rotazione, ma questo non alterava la singolarità del progetto. Nei giorni successivi, ogni sera, alle ore 19, anche dopo esser rientrato in Italia, mi dicevo: ecco, in questo momento, in un piccolo teatro parigino ha inizio La Cantatrice calva, sempre gli stessi attori, sempre le stesse battute. La Cantatrice calva è un’anti-commedia, io – per liberarmi dall’ossessione della ripetitività – decisi di scriverne una sorta di parodia chiamandola anti-anti-commedia, ma che è un sincero omaggio al grande autore rumeno. Io penso che se fosse qui sarebbe il primo a divertirsi. Protagonista è il signor Smith, che dopo le prime battute esce dai binari del testo ioneschiano suscitando lo scandalo dei suoi compagni e del regista e andando incontro a un tragico destino.
Tutte le trame tendono verso la morte. È nella loro natura. Le trame di stampo politico o terroristico, le trame degli amanti, quelle narrative e quelle che sono alla base dei giochi dei bambini. Ogni volta che tramiamo ci avviciniamo alla morte. È una sorta di contratto che tutti siamo tenuti a firmare, chi ordisce le trame e chi ne è vittima. È davvero cosí? Perché l’ho detto? Che cosa significa?
Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi, Traduzione Federica Aceto
La mia azienda è tutta sulle mie spalle. Due signorine con la macchina per scrivere e i libri contabili nell’anticamera, la mia stanza con la scrivania, la cassa e il telefono: ecco tutto l’occorrente per il mio lavoro.
Da capodanno a questa parte un giovane ha preso in affitto l’appartamentino accanto che era vuoto e che io, maldestro come sono, avevo tanto esitato a prendere. Anche lì una stanza e un’anticamera, ma oltre a ciò una cucina. La stanza e l’anticamera mi avrebbero fatto comodo, ma che ne avrei fatto della cucina? Per questo meschino scrupolo mi sono lasciato portar via l’appartamento. Sulla porta c’è scritto: “Studio Harras”. Ho chiesto informazioni e mi hanno detto che ha un’azienda simile alla mia.
Il mio telefono è contro la parete che mi separa dal vicino. Lo faccio notare solo come fatto particolarmente ironico. Se anche fosse attaccato alla parete opposta, nell’appartamento attiguo si udirebbe tutto lo stesso. Mi sono assuefatto a non dire al telefono il nome dei clienti, ma non ci vuole molta astuzia per indovinarli da qualche frase caratteristica e inevitabile.
Se volessi esagerare potrei dire: Harras non ha bisogno di telefono, si serve del mio, ha accostato il divano alla parete e sta a sentire, mentre io quando il telefono squilla devo correre all’apparecchio, sentire i desideri dei clienti, prendere gravi decisioni e svolgere lunghi convincenti discorsi – ma soprattutto dare involontariamente notizia di ogni cosa a Harras attraverso la parete.
Può anche darsi che non aspetti nemmeno la fine del colloquio, ma che si alzi non appena il caso gli è chiaro, scivoli come usa per la città e prima che io appenda il ricevitore stia già lavorando contro di me.
Franz Kafka, Il vicino, “Tutti i racconti”, Mondadori, traduzione Ervino Pocar
Sala Principi d’Acaja – Rettorato dell’Università degli Studi di Torino Via Po 17, Torino, ore 18 – Ingresso gratuito
I manuali di conversazione sono un buon terreno di caccia per gli umoristi; la banalità che li caratterizza necessita solo di una piccola spinta per rotolare o degenerare nel comico (due esempi: Ennio Flaiano, e Jerome K. Jerome). Ma Ionesco non è un umorista, bensì un tragico travestito, capace di assorbire nei suoi dialoghi la follia del mondo restituendola allo spettatore con un montaggio tanto abile da risultare quasi invisibile. A volte, il prestigiatore Ionesco lascia balenare rapide profondità, come la battuta che dà il titolo al nostro spettacolo: “Se io fossi, sarei, ma chi?”; sembra un koan tratto dalla pratica zen, ma è solo uno degli innumerevoli specchietti del caleidoscopio che ci accingiamo a mettere in moto nel nostro piccolo spettacolo.
Il programma era più variegato di un serpente a sonagli. Succedè senza carità d’intervallo, – dopo una semplice detersione di sudore frontale da parte del Bartholdi stesso – gli succedè l’ineffabile e dondolante Foroposo, (che gli intimi chiamano Fofò) (probabilmente Hector Villa-Lobos, N.d.R.), un brasiliano: giovanissimo, e pure già donno dell’arte. Dopo alcune mossucce tipicamente foroposane, venne senz’altro al fatto: impiastratosi a menare e a stiragliare per dodici minuti buoni un suo caramellone equivoco di accordi di settima, tutto mandorlato dai confettini del triangolo. Tantochè, suasore un romanticone di quelli, l’epa tesa dei timpani principiò ad averne abbastanza: e fu, dapprincipio, un mugugno sordo, opaco, un fremere come di sotterra, quasi per la spinta di gas interni (alla terra) che non potessero estrinsecarsi naturaliter: trombe sincere e chiare, allora, presero il coraggio a due mani; e si diedero a roboare dalla disperazione. Le inseguì precipitatamente lo sfinctere mefistofelico dei contrabbassi, il susurro sfatto delle vecchie viole ottantenni: spernacchiando e sbravazzando inturgiditi violoncelli, in un pizzicato, all’unisono con le lor nonne in vapore: nel sussiego e nel fasto inopinato di quel purgante aprilano, che affettava omai, era chiaro, tutta la tribù dell’orchestra. In chiusura, l’immancabile cataclisma di violini, ottoni, piatti e timpani, coribanti della liquidazione.
Carlo Emilio Gadda, Un “concerto di centoventi professori”, L’Adalgisa: Disegni milanesi, Adelphi.
La popolazione di Düsseldorf è terrorizzata da un maniaco che ha adescato e ucciso otto bambine. La polizia è messa sotto pressione dall’opinione pubblica quando il Mostro uccide un’altra bambina, e si impegna a fondo nella ricerca, ma non dispone di nessun indizio. I poliziotti organizzano numerose retate nei quartieri frequentati dalla malavita, creando gravi problemi alle associazioni criminali della città. Le maggiori organizzazioni criminali decidono quindi, per ridurre la pressione della polizia nella città. Polizia e criminali giungono quasi contemporaneamente a scoprire l’identità del criminale, ma questi ultimi lo scovano prima e lo processano.
Vicino a lei risuona una voce maschile furba, acuta, che non si sa da dove venga: Signorina? Signorina? Nemmeno il tempo di voltarsi, e accanto a lei si materializza un sorriso così largo da risultare spaventoso. La nuca di Violette si irrigidisce come sull’orlo di un abisso. Signorina, ehi, signorina! L’uomo è così giovane, appena vent’anni, e ha una schiumetta agli angoli delle labbra. Se si analizzasse questa bava densa e cremosa si saprebbe il nome della specie che la produce. Si saprebbe così che l’uomo, ahimè, tanto giovane, appartiene alla famiglia dei molestatori, una sorta di maschio convinto che il suo modo di fare prima o poi pagherà perché è un cacciatore. Per quanti metri dura la battuta di caccia? Dozzine e dozzine e dozzine. Violette percorre tutto il corridoio centrale oltre il Punto Informazioni senza che l’uomo desista, lasci la traccia. Violette cammina in fretta, i suoi occhi cercano l’uscita, cerca di mantenere la calma. Su, soltanto un caffè, non preoccuparti, pago io. Sono arrivati in fondo al grande corridoio. Le porte sono sprangate, le serrande delle boutique chiuse, non c’è nessun passaggio. Violette accenna a un mezzo giro. Potremmo conoscerci meglio. Stremata dal pedinamento, Violette sente che i suoi nervi si stanno sfilacciando uno a uno e che fra poco non potrà più controllarsi. Le sue labbra scandiscono un No acido, senza appello: Non m’interessa. Adesso lasciami in pace. Il giovane uomo sembra sorpreso, come se il no di Violette fosse assurdo, impensabile. Ma i molestatori prevedono di essere mandati a quel paese dalle loro prede, negano l’evidenza, rimuovono ogni smacco per mantenere la loro autostima. Così questo campione sbarra improvvisamente la strada a Violette e sorride: Ok, ma potremmo comunque prendere un caffè. Così dicendo, accenna a prendere Violette per un braccio. Violette arretra così bruscamente che fa stridere le suole delle sue Dr Martens: Non mi toccare, smettila! Il viso dell’uomo s’indurisce: non sopporta che Violette gli resista, lo respinga. Chi credi di essere, puttana? Ogni essere umano ha un suo limite, Violette soccombe alla sua interna eruzione. Tenta di contenersi, di arginare la furia che s’impadronisce di lei e le brucia i visceri, ma la febbre è troppo alta, lottare è impossibile. Sono uno di fronte all’altro, il molestatore le si avvicina ancor di più, convinto del suo buon diritto, perché è un cacciatore. Perché così funziona il suo mondo, un mondo in cui non si può provare la frustrazione. Così funzione. Un mondo in cui si può disporre di ogni corpo, coperti dall’impunità e armati delle proprie pulsioni. Non tutti sono così, naturalmente, non tutti. Ma stiamo parlando di questa minoranza di maschi. Questa è una storia, uno studio. Non è del maschio gestire le proprie emozioni; la frustrazione e la collera lo portano all’aggressione, che si manifesta già quando sono piccoli con calci alle porte e alle tibie delle loro madri. La violenza cresce all’ombra del totem della fallocrazia. La mascolinità è fatalmente tossica fino a quando la società si inginocchierà davanti al suo cazzo, simbolo di ogni onnipotenza che deve lasciare a bocca aperta e chinare la schiena. Il fallo santificato, la coda che sempre si erge a organo dominante.
Finale stropicciato e annebbiato dopo una notte in bianco, passata fra spogliarelli con pretese trasgressive, alcol, e nevicate artificiali con le piume dei cuscini. Il film sta franando magistralmente verso il vuoto (o il nulla, se si preferisce). Sulla spiaggia, dove è stata pescata una manta gigante (“il Mostro!”), Marcello rivede una ragazzina (Valeria Ciangottini) che aveva incontrato in una trattoria e che gli aveva espresso il desiderio di fare la dattilografa – un’aspirazione che spicca per la sua modestia nella grande giostra delle velleità fasulle del film. I due sono separati da un canale. Il rumore della risacca è forte. Marcello, frastornato dalla lunga notte, non capisce la mimica della fanciulla, che forse potrebbe aiutare. Niente di fatto, dunque, per la piccola aspirante dattilografa, ma molto importante il non-detto di questo epilogo sospeso.