Nel buio della notte, un’auto viene incendiata. È rilevante? Dipende: se intorno a questo evento c’è un racconto, lo è. Forse nell’abitacolo era seduto qualcuno; forse l’auto nascondeva documenti di straordinaria importanza; forse apparteneva a un magistrato in prima linea nella lotta contro la malavita. Forse il racconto è ancora un altro, più complesso. Superflex piazza la macchina da presa di fronte all’auto e registra. Se guardiamo questo video di forse il racconto nasce dentro di noi. Forse non nasce perché non vogliamo investire qualche minuto del nostro tempo o perché abbiamo timore delle immagini che potrebbe generare la nostra mente; in questo caso rimane una semplice auto che brucia, a testimoniare la nostra assuefazione al silenzio di un inferno che è diventato abituale.
Una carretta uscí di traverso sulla strada, carica dei piú svariati e strani personaggi e figure che si siano mai potuti immaginare. Quello che guidava le mule e faceva da carrettiere era un orrido demonio. La carretta era scoperta, all’aria, senza né tenda né sponde. La prima figura che occorse agli occhi di don Chisciotte fu quella della Morte in persona, col volto umano; presso di lei c’era un angelo con grandi ali dipinte; su un lato c’era un imperatore con una corona in capo, che sembrava d’oro; ai piedi della Morte c’era il dio che chiamano Cupido, senza benda sugli occhi, ma col suo bravo arco, faretra e frecce; c’era un cavaliere armato di tutto punto, salvo che non portava né morione né celata, ma un cappello coperto di piume multicolori; e c’erano, oltre questi, altri personaggi con facce e costumi differenti. Tutto ciò, apparsogli all’improvviso, turbò in certo modo don Chisciotte e mise una gran paura nel cuore di Sancio, ma subito dopo don Chisciotte si rallegrò, pensando che gli si offrisse una nuova e pericolosa avventura, e con quest’idea, e con l’animo ben risoluto a affrontare qualsiasi pericolo, si parò dinanzi alla carretta e disse con voce alta e minacciosa: – Carrettiere, cocchiere, o diavolo, o chiunque tu sia, non tardare a dirmi chi sei, dove vai e chi è la gente che porti nel tuo trabiccolo, che pare piú la barca di Caronte che non una usuale carretta. Al che, docilmente, fermando la carretta, il Diavolo rispose: – Signore, noi siamo attori della compagnia di Angulo il Cattivo; abbiamo recitato in una località che sta dietro quel poggio, stamattina, che è l’ottava del Corpus, l’auto del Corteo della Morte1 e stasera dobbiamo rappresentarlo in quel paese che si vede da qui; e poiché eravamo cosí vicini, per risparmiarci il fastidio di spogliarci e rivestirci, ce ne andiamo con gli stessi costumi con cui recitiamo. Quel ragazzo è vestito da Morte; quell’altro da Angelo; quella donna, che è la moglie dell’impresario, da Regina; quell’altro, da Soldato; quello, da Imperatore; e io, da Demonio, e sono una delle figure principali dell’auto, perché in questa compagnia ho sempre le prime parti. Se altro la signoria vostra vuol sapere da noi, me lo chieda pure, che io le risponderò puntualmente, perché, essendo un diavolo, non c’è nulla che non possa fare. – Parola mia di cavaliere errante – rispose don Chisciotte –, appena ho visto questo carro ho pensato che mi si presentasse qualche grande avventura; e ora dico che bisogna toccar con mano le apparenze per poter uscire dall’inganno. Andate con Dio, brava gente, e fate pure la vostra festa, e se potete chiedermi cosa in cui io possa esservi utile, lo farò volentieri e di buon grado, perché sin da ragazzo ho avuta una passione per il teatro, e nella mia giovinezza quando vedevo una compagnia di comici morivo d’invidia. Mentre cosí discorrevano, volle il destino che arrivasse un altro della compagnia che era vestito da buffone, con un mucchio di sonagli, e sulla punta d’un bastone portava tre vesciche di vacca gonfiate; e questo buffone, avvicinatosi a don Chisciotte, cominciò a far la scherma col bastone, a sbattere in terra le vesciche e a far dei gran salti, facendo tintinnare i sonagli; e quella brutta apparizione spaventò tanto Ronzinante, che senza che don Chisciotte potesse trattenerlo, stretto il freno fra i denti, si dette a correre pei campi con una velocità che non avrebbero lasciato sospettare le sue scheletrite ossa. Sancio, vedendo il pericolo che il suo padrone correva d’esser sbalzato di sella, saltò giú dall’asino e corse in fretta a soccorrerlo, senonché quando giunse, egli era già in terra, e accanto a lui Ronzinante, stramazzato al suolo col suo padrone: solita conclusione e solito punto d’arrivo delle bravure e degli ardimenti di Ronzinante. Ma appena Sancio ebbe lasciato la sua cavalcatura per correre in aiuto di don Chisciotte, saltò sull’asino il diavolo che faceva ballare le vesciche e messosi a sbattergliele addosso, lo spaventò e il rumore, piú che il dolore dei colpi, lo fecero volare per la campagna verso il paese dove erano diretti per la festa. Sancio guardava il suo asino correre e il suo padrone caduto e non sapeva a quale dei due doveva pensare prima; ma poi, da buon scudiero e da buon servo, potè piú l’amore per il suo padrone che l’affetto per l’asino, benché ogni volta che vedeva la vescica alzarsi in aria e ricadere sulla groppa del suo asino, per lui erano strazio e sussulti di morte, e avrebbe preferito piuttosto che quei colpi li avessero dati a lui nelle pupille degli occhi che non sull’ultimo pelo della coda dell’asino. In questa tormentosa perplessità arrivò dove si trovava don Chisciotte un po’ piú malconcio di quanto avrebbe voluto, e aiutandolo a montare su Ronzinante, gli disse: – Signore, il Diavolo s’è portato via l’asino. – Che diavolo? – domandò don Chisciotte. – Quello delle vesciche – rispose Sancio. – Lo ricupererò io – replicò don Chisciotte –, dovesse anche portarselo con sé nei piú profondi e oscuri recessi dell’inferno. Seguimi, Sancio, che la carretta va piano, e con le sue mule compenserò la perdita dell’asino. – Non c’è piú bisogno che vi prendiate questa briga, signore – rispose Sancio –: la signoria vostra temperi la sua ira, perché, a quanto pare, il Diavolo ha lasciato l’asino, che ritorna all’ovile. Ed era vero, perché, essendo caduto il Diavolo con l’asino, per imitare don Chisciotte e Ronzinante, il Diavolo se n’era andato a piedi al paese e l’asino era tornato al suo padrone. – Ciò nonostante – disse don Chisciotte –, sarà bene castigare l’insolenza di quel demonio su qualcuno di quelli della carretta, fosse anche l’Imperatore in persona. – Se lo tolga dalla mente – replicò Sancio – e accetti il mio consiglio, che è di non prendersela mai con commedianti, che son gente privilegiata. Ho visto io un attore arrestato per due omicidi, e poi rimesso in libertà e senza spese. Sappia la signoria vostra che essendo gente allegra e che fa divertire, tutti li favoriscono, tutti li proteggono, li aiutano e li tengono in considerazione, tanto piú che son quelli delle compagnie reali e patentate2, che tutti, o quasi tutti, nei loro vestiti e nelle loro pose paiono dei principi.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi Traduzione di Vittorio Bodini
– Lei ha tutto per essere un grande attore ma naturalmente adesso è troppo tardi Occorre darsi al teatro molto presto non a quattro o cinque anni come per il balletto ma comunque a sedici o diciassette Eppure il teatro mi ha sempre respinto Un mucchio di scemi che si rincorrono sulla scena Perfino la sua voce è una voce d’attore Ha mai pensato di darsi al circo – Mai – Da piccolissimo avevo la fissazione di darmi al circo come mia madre che all’età di quattro anni era fuggita da Vienna con un circo di zingari nella lontana Ungheria Un avvocato di Budapest l’ha ricondotta a Vienna quando la si dava ormai per morta già da tre mesi Tutta la gente ha voglia di teatro e di depravazione
Thomas Bernhard, Elisabetta II , Einaudi, Traduzione di Umberto Gandini
— I verbi ausiliari di cui ci occupiamo qui, — continuò, — sono: io sono, ero, ho, avevo, faccio, feci, sopporto, avrò, avrei, sarò, sarei, posso, potevo, credo, devo, ho l’abitudine, oppure sono abituato. E questi sono i vari tempi: presente, passato, futuro coniugati col verbo vedere o con le seguenti domande: è ciò? era ciò? sarà ciò? sarebbe ciò? può essere? poteva essere? o con le seguenti negazioni: non è? non era? non doveva? o affermazioni: è, era, doveva essere, o con avverbi di tempo: è sempre stato? è tardi? quanto tempo fa? o in forma ipotetica: se ciò era, se ciò non fosse. Che esempio si potrebbe fare? Vediamo un po’: «Se i Francesi battessero gli Inglesi? Se il sole uscisse dallo zodiaco? Ora con l’applicazione esatta dei verbi ausiliari, — continuò mio padre, — in cui il bambino eserciterà la propria memoria, non entrerà idea nel suo cervello, per quanto sterile, senza dar luogo a una mole immensa di concetti e di conclusioni. — Non hai mai visto un orso bianco? — esclamò mio padre, rivolgendosi a Trim che se ne stava in piedi dietro la sua sedia. — A Vossignoria piacendo, no! — Ma sapresti parlarne Trim, in caso di bisogno? — Come è possibile, fratello, — intervenne zio Tobia, — se ti ha appena detto che non ne ha mai visto uno. — Qui ti volevo! — esclamò mio padre. — E ora ascoltami. Un ORSO BIANCO! Molto bene. Ne ho mai visto uno? Potrei vederne uno? Sto per vederne uno? Dovrò mai vederne uno? O potrò mai vederne uno? Avrei potuto vedere un orso bianco? (come me lo immaginerei?) Se vedessi un orso bianco, cosa direi? Se non dovessi mai vedere un orso bianco, allora? Se io mai ho, posso, devo, avrò da vedere un orso bianco vivo, potrò vederne almeno la pelle? Non ne ho mai Visto uno dipinto? Nessuno me lo ha mai descritto? Non ne ho mai sognato uno? Mio padre, mia madre, mio zio, mia zia, i miei fratelli o sorelle, videro mai un orso bianco? In tal caso, che darebbero per vederlo? Come si comporterebbero? E come si comporterebbe l’orso bianco? Sarà selvaggio o addomesticato? Terribile, ispido o morbido? Val la pena di vedere un orso bianco? Non vi è peccato in ciò? È meglio di uno NERO?
Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, Einaudi
Un’amicizia recente, casuale. I nostri incontri, pochi, anche a causa della malattia, sono stati intensi, divertenti, carichi di una progettualità vitale che purtroppo non ha potuto svilupparsi.
La poesia, a mio avviso, è come una fanciulla giovane e tenera, bella oltremodo, che è compito d’altre fanciulle, che son poi tutte le altre scienze, arricchire, abbellire e ornare, e lui deve servirsi di tutte, e tutte devono ricevere prestigio da lei; ma questa fanciulla non dev’esser toccata, né trascinata per le vie, o esposta alle cantonate delle piazze o all’angolo dei palazzi. Ella è d’un metallo di tal valore, che chi la sa trattare la muterà in oro purissimo di inestimabile prezzo; chi ce l’ha deve tenerla entro certi limiti, senza lasciarla scadere in turpi satire o in malvagi sonetti; non dev’essere in alcun modo in vendita, a meno che non sia in poemi eroici, in pietose tragedie o in commedie gaie e originali; non deve dar confidenza ai buffoni o al volgo ignorante, incapace di riconoscere e di stimare i tesori che in lei si racchiudono. E non crediate, signore, che io qui chiami volgo solo la gente umile e plebea; che chiunque non sa, sia egli signore e principe, può e deve rientrare nel numero del volgo; e cosí, chi coi requisiti che ho detto tratterà e possiederà la poesia, sarà famoso, e il suo nome stimato per tutte le nazioni civili del mondo.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi Traduzione di Vittorio Bodini
Certi battenti sembran delle labbra smorte ermetiche su la cariata dentatura delle soglie di certe rugginose porte coi picchiotti *, i lor nèi, e i pizzi di verzura. Dei balconi che guardano un’interna corte dan l’idèa di gonfi busti in fioritura; e i coperchi con natte** di tutte le sorte ànno una correttissima pettinatura. Una finestra piange dalla sua cispa*** di stracci bianchi e tristi visi, stupefatti come dei ciechi spersi in mezzo a una città; un’altra canta con la sua gabbietta vispa, un’altra è piena di garofali scarlatti come un occhio di sogni di felicità.
Lui Allora lui pensa che sono uno scemo? Lei Lo pensa di tutti. Lui Ma ti ha detto che io sono uno scemo? Lei Ha detto tante di quelle cose. Lui Ma glielo hai sentito dire? Lei Da quello che mi ha detto su di te, non credo che ti rispetti. Lui Non mi rispetta e pensa che sono uno scemo. Lei Ti usa, come usa tutti. Dimenticalo. Lui A che tipo di giochi gioca? Lei Senti, non importa. Non ha lasciato tracce, sono sopravvisssuta. Lui Vuoi dire, vuoi dire che dopo tutto questo tempo con lui, la corda si è spezzata, slap, così? Lei Era logorata. Lo sai cosa vorrei ora? Lui Cosa? Lei Vorrei che lui entrasse e che ci vedesse. Nudi. L’uno nelle braccia dell’altro. Lui Davvero? Lei Baciami. Lui Sai che ti dico? Ha fatto un grave errore. Io non sono uno scemo