Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 4ª puntata. 11’

 

tournier per blog 4ª puntata

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Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. La tranquilla routine viene sconvolta quando giungono alla radio le lettere passionali e infuocate di una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta e che dimostra di essere al corrente delle più intime abitudini di Tristan Vox. Il direttore dell’emittente invita il conduttore a non divulgare al microfono i fatti suoi; Tristan Vox si protesta innocente ma sente che si sta avvicinando la catastrofe. Distrutto, si trascina nello studio radiofonico per affrontare la quotidiana trasmissione in diretta.

La grazia della malinconia. MARIE DUBOIS

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https://www.youtube.com/watch?v=WM054ogi0Mc

L’importanza di una cinematografia non si misura sui divi ma sui bravi attori, quelli di cui molti conoscono il viso senza ricordarne il nome; essi costituiscono la spina dorsale dello spettacolo, ne innalzano la qualità, sono come le colonne che sorreggono un capitello finemente lavorato e che i turisti fotografano disinteressandosi al sostegno su cui poggia.
Marie Dubois era una bravissima attrice. I cinefili la ricordano per le sue interpretazioni in alcuni film fondamentali della Nouvelle Vague (Tirez sur le pianiste e Jules et Jim). È morta il 15 ottobre. Così la ricorda “Le Monde”:
“Da dove veniva quella luce malinconica che troppo spesso velava gli occhi di questa giovane e graziosa attrice bionda? Per chi non lo sapesse, la risposta è emersa mercoledì 15 ottobre: Marie Dubois è morta a settantasette anni, dopo aver lungamente sofferto di una sclerosi a placche che spiega il progressivo eclissarsi dell’attrice dalla fine degli anni Settanta. Lo ha raccontato lei stessa in un’intervista del 2003: “Avevo 23 anni quando la malattia si manifestò, subito dopo la fine delle riprese di Tirez sur le pianiste (“Non sparate sul pianista”), di Truffaut. Fortunatamente quel primo segnale non fu troppo violento e io mi affrettai a dimenticarlo; ma la malattia, invece, non mi ha dimenticato e mi ha riacchiappato dopo le riprese di La menace, con Alain Courneau, vent’anni più tardi. Questo intervallo di tempo mi ha permesso di continuare la mia carriera senza che la malattia fosse onnipresente”.
In queste parole l’accettazione lascia trasparire una levità che confina con la grazia – quella che l’interprete rivelava sullo schermo e che ritroviamo anche nel piccolo frammento che vi proponiamo, tratto, appunto da Tirez sur le pianiste, con un giovanissimo Charles Aznavour.

La paura vien di notte. DINO BUZZATI, LA GOCCIA

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“La paura”, ci dice lo psicologo, “è un’emozione che ha come obiettivo la nostra sopravvivenza di fronte a una presunta situazione di pericolo”. Il guaio è proprio questo: quante volte, in una sola giornata, presumiamo che un pericolo gravi su di noi? Una, due, cinque, dieci volte? Per alcuni, le volte sono innumerevoli, e quasi sempre si tratta di pericoli che non hanno volto né nome. Dino Buzzati, che è maestro nell’orchestrare paradossi e inquietudini, crea un generatore di paura apparentemente innocente: una goccia piccola così ma capace di generare un’onda di paura grande quanto un condominio e forse anche di più.

Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravità.
Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla. Bensì una servetta del primo piano, piccola ignorante creatura. Se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Dopo un po’ non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona.
— Signora, signora…
— Cosa succede?
— C’è una goccia, signora, una goccia che vien su per le scale.
— Che cosa?
— Una goccia che sale i gradini!
— Va’, va’, sei matta? Torna in letto, marsch! Hai bevuto, ecco il fatto. Vergognosa! È un pezzo che al mattino manca il vino nella bottiglia!
La ragazzetta fuggì, rincantucciandosi sotto le coperte. La padrona, intanto, aveva già perso il sonno.
– Chissà cosa le sarà saltato in mente, a quella stupida!
Nei giorni successivi, di famiglia in famiglia, la voce si sparse lentamente e adesso tutti, nella casa, sanno della goccia, anche se preferiscono non parlarne, come di cosa sciocca di cui forse vergognarsi. Al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia rimasta qualche traccia. Niente. Certe notti la goccia tace. Altre volte, per lunghe ore, non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. Qualcuno ha pensato a uno scherzo, ma non è uno scherzo; non ci sono nemmeno doppi sensi, trattasi, ahimè, proprio di una goccia d’acqua, che di notte vien su per le scale. Tic, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.

Dino Buzzati, Una goccia, Mondadori

Uno contro tutte. MARIO GIORGI, GELATO.

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Gli scrittori importanti dovrebbero essere schivi, meglio se anche un po’ scontrosi. Gentili, intendiamoci, ma riservati e amanti della penombra più che della luce dei riflettori di uno studio televisivo. Mario Giorgi ha tutte queste prerogative. Vincitore, nel 1993, del più autorevole premio letterario italiano, il Calvino, non si è precipitato al Maurizio Costanzo show, non si è fidanzato con un’aspirante attrice, non si è fatto fotografare in atteggiamenti pensosi: ha semplicemente continuato a scrivere. Che è un lavoro faticoso assai, contrariamente a quanto pensano i tanti autori di ebook fai da te imperversanti in rete con un romanzo al mese.
Mario Giorgi è anche drammaturgo, ha scritto per il teatro e per la radio ma di questo parleremo in altra occasione. Intanto pubblichiamo questo suo racconto: breve e folgorante, riflette le qualità delle sue opere più complesse: l’intelligenza e l’ironia.

Ieri sera, dopo il cinema. L’amica con cui ho visto il film ha voglia di un gelato. È marzo, è mezzanotte passata, ma troviamo un chiosco. Accosto ed esco dalla macchina, solo.
Nei pressi del chiosco, dieci giovani donne si attardano a chiacchierare. Sono dieci e sono solo donne, tutte sui trent’anni, forse anche meno. Si apprende immediatamente dai loro discorsi che hanno appena assistito, nel vicino teatro, a uno show di strip-tease maschile: California Dream. Stanno ancora confrontando opinioni e gusti. Oggetto: uomini bianchi, neri, indios e mulatti, i loro corpi, le fattezze. Discutono di glutei, di addominali, di bicipiti, di pettorali, ma anche di occhi, di capelli, perfino di nasi e di orecchie. Sono disposte in circolo, dieci giovani donne disposte in circolo nei pressi di un chiosco per gelati, a mezzanotte, in marzo.
Il gruppo è così compatto che, per avvicinarmi al banco, sono costretto a chiedere permesso. Due di loro si scostano appena. Io non le guardo nemmeno, mi concentro sulla tabella dei gusti, ma in effetti ho le orecchie tese, molto tese, siamo dieci donne contro un uomo, a mezzanotte, dieci donne reduci dai California Dream…
Loro interrompono un attimo i discorsi, un secondo appena, sufficiente però per uno sguardo d’intesa, che io intuisco alle mie spalle. E mentre sto per ordinare (bacio e fiordilatte), una di loro esclama, come se non potessi sentirla o comunque non capire: «Questa è l’amara realtà!».

11 marzo 1999

Radiospazio teatro approda all’isola di Robinson. Un antipasto il 14 ottobre al Teatro Astra di Torino

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È da qualche tempo (molto tempo) che su questo blog non parliamo di teatro – del teatro di Radiospazio, intendo – e questo perché la nostra stagione quest’anno incomincia in ritardo, precisamente il 10 marzo al Teatro Astra di Torino.
Adesso è venuto il momento di rompere il silenzio: il 14 ottobre, alla Sala grande del Teatro Astra (via Rosolino Pilo 6, Torino) ci sarà una lunga, e sicuramente molto varia, kermesse teatrale nel corso della quale verranno presentati piccoli frammenti delle produzioni della stagione 2014-2015. Ci saremo anche noi, fra i tanti, con un piccolo assaggio dello spettacolo al quale stiamo lavorando. Non diciamo di più perché le modalità della presentazione saranno piuttosto inconsuete e preferiamo fare una sorpresa a chi interverrà. Lo spettacolo è una molto libera riscrittura scenica del Robinson Crusoe, di DeFoe. Per i follower di questo blog che abitano a Torino e dintorni è un’occasione per conoscere personalmente gli attori di Radiospazio e scambiare due chiacchiere, se lo vorranno.

L’ingresso è libero.
Per ulteriori informazioni, http://fondazionetpe.it
Vi aspettiamo

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 3ª puntata. 8’30”

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Riassunto delle puntate precedenti (la formula è un po’ vecchiotta ma ancora funzionale).
Lo sceneggiato è ambientato in un’emittente radiofonica francese, verso la metà degli anni Cinquanta.

Il protagonista è Félix Robinet, un uomo grigio e introverso, tutto casa e radio, che tuttavia  ottiene un grande successo con una trasmissione di chiacchiere e canzoni; la voce del mesto conduttore, infatti, è suadente e, non si sa perché, irresistibile presso le ascoltatrici che vanno fantasticando sull’aspetto del loro idolo: lo immaginano biondo, alto, intrepido – tutte prerogative che Robinet non possiede nemmeno in minima parte. Il fluire monotono delle trasmissioni si interrompe quando Jeanine, la tirannica segretaria di Robinet gli legge la lettera di una fra le tante ascoltatrici. La missiva non contiene i soliti complimenti ma esplicite allusioni erotiche che rivelano una conoscenza approfondita della vita privata e perfino dell’infanzia di Robinet. Il conduttore coglie immediatamente il potenziale pericolo di quell’ascoltatrice troppo focosa e si appresta a tornare a casa, distrutto, dove lo aspetta la moglie Jacotte che gli prepara ogni sera elaborati manicaretti.

ascolta le puntate precedenti:
prima puntata:
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/09/25/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-1a-puntata-923/

seconda puntata:
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/10/03/nei-gorghi-della-radio-michel-tournier-tristan-vox-sceneggiato-audio-2a-puntata-1230/

Il punto, la pietra, la moglie. David Mamet, un drammaturgo sulla spiaggia

mamet moglie e pietra

 “Drammaturgo” è un termine appena un po’ paludato che richiama signori austeri con una leggera patina di tedesco. “Sceneggiatore” è già più familiare. David Mamet, pur non essendo affatto austero,  è drammaturgo e sceneggiatore; per il teatro ha scritto opere importanti come Glengarry Glenn Ross, per il cinema ha sceneggiato film come Il postino suona sempre due volte, Gli Intoccabili, Sesso e Potere.
Dunque, il famoso sceneggiatore si trova, un pomeriggio, al mare, con la  moglie e la figlia. Tutto è sereno e i suoi pensieri possono fluttuare liberamente.

Mi cambiai d’abito e andai a sedermi sulla spiaggia. Pensai a Joseph Conrad e ai suoi racconti di mare. Raccolsi una conchiglia e riflettei sulla Molteplicità della natura. Il sole tramontò, mettemmo a letto la bambina e me ne andai a cena insieme a mia moglie. Ci sedemmo in uno splendido ristorante sospeso su una scogliera sopra la spiaggia. Di sotto proveniva uno scoppiettio come fuochi d’artificio in lontananza. Quando guardai, mi accorsi che il suono era prodotto dalla risacca che trascinava sotto di sé delle pietre.«Le pietre trascinate sulla spiaggia suonano come fuochi d’artificio», dissi a mia moglie.
Mia moglie non disse nulla.
Continuai: «Mi fa venire in mente che l’insegnamento della letteratura è completamente sbagliato . Guarda: abbiamo di fronte una piacevole similitudine…  il punto non è l’abilità dello scrittore di creare una somiglianza, il punto è la pietra !»
Mia moglie disse: «Perché non ti prendi una vacanza?»

David Mamet, Note in margine a una tovaglia, Theoria. Traduzione. E. Valfrè

Il video della domenica. Un lungo viaggio ipnotico. Brian Eno, 14 videopaintings (1981 -1984)

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http://www.ubu.com/film/eno_14.html

Il termine “avanguardia” è abusato, usurpato, svuotato di significati? Probabilmente sì. Ma, senza preoccuparci delle definizioni, proviamo a guardare e ad ascoltare queste videopitture di Brian Eno, già fenomeno di culto e oggi ormai archiviato. Forse non sono solo il frutto dei vituperati (e per alcuni mitici) anni Ottanta. Che ne dite?

Un travestimento: la ragazzina e lo scrittore. Raymond Queneau/Sally Mara

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Sono molti gli autori che hanno delegato un alter ego di firmare la loro opera come per marcare due differenti percorso, quello dell’uomo e quello dello scrittore. Da Michelangiolo Giovannini (Agnolo Fiorenzuola), Carlo Lorenzini (Colloci), Alberto Pincherle (Alberto Moravia),  ecc. A volte la creazione di questo altro se stesso è più drastica e genera un essere fittizio connotato non solo da un altro nome ma anche da un altro sesso.
Una delle più fantasiose è quella di Raymond Queneau che si incarna in Sally Mara, una ragazzina quindicenne autrice di un diario intimo sul quale annota la sua quotidiana scoperta del mondo con una scrittura così dichiaratamente candida da costeggiare felicemente il morboso.

La campagna ha molte attrattive: è verde, immobile, si trasforma facilmente in letamaio, cosa utilissima per chi lavora i campi, in altri termini, per l’agricoltore. Io e la mia amica Mary ignoriamo le piante, per fissare la nostra attenzione soprattutto sugli animali. Quello che né io né Mary capiamo è la mania che hanno di saltarsi addosso. Il gallo, ad esempio, ha un’idea fissa, appollaiarsi sulle galline, mentre quelle brave pennute si appollaiano solo quando vanno a dormire. Inoltre, è una cosa che a loro proprio non piace, infatti chiocciano. Per cui, con una pertica in mano, faccio regnare l’ordine in quel microcosmo. Appena vedo un gallo che si avventa su una gallina, lo caccio via.
Però ogni volta che entro nel pollaio, il gallo in oggetto mi salta addosso con aria selvaggia e rancorosa. Sembra non apprezzare la mia iniziativa. È colpa mia? Ma, a quanto si dice, i galli non sono molto intelligenti.

 Raymond Queneau Il diario intimo di Sally Mara, Feltrinelli,
traduzione Leonella Prato Caruso

Per chi resta a casa (a volte è meglio). Marguerite Yourcenar, Turisti americani

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L’anno scorso, in Egitto, ho avuto l’occasione di osservare quaranta americani del Tennessee che facevano un viaggio turistico per conoscere la “terra dei faraoni”, cioè il passato, e il colore locale del posto, cioè il presente, in un paese lontano dal loro. In effetti, mangiano cibi preparati, spesso male del resto, per turisti americani, dormono in alberghi che somigliano o si sforzano di somigliare ad alberghi americani, contemplano i grattacieli del Cairo o di Assuan con la rassicurante impressione di trovarsi comunque un po’ a casa propria, e con la sensazione, ancora più rassicurante, che in quei settori da loro si fa di meglio. Al ritorno dalle escursioni, le signore lavorano a maglia, parlando dei figli rimasti in patria; una di loro si lamenta di aver dovuto respirare “polvere vecchissima”.

Marguerite Yourcenar, Il giro della prigione, Bompiani, traduzione F. Ascari

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato.Audio 1ª puntata. 9’23”

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Una proposta, lo sceneggiato a puntate. Credo sia cosa del tutto inedita per un blog e non ho la minima idea di come (e se) possa funzionare; un tempo questo genere radiofonico è stato molto amato dal pubblico della rai ma le modalità di fruizione sono del tutto diverse. Pubblicheremo una puntata alla settimana, ogni venerdì, e naturalmente sarà possibile riascoltare le puntate precedenti sul blog. Radiospazio teatro è un progetto che sperimenta varie modalità di comunicazione, quindi saranno preziose le vostre opinioni su questo esperimento.
Lo sceneggiato che proponiamo, Tristan Vox, è tratto da un racconto di Michel Tournier, un grande scrittore contemporaneo francese e ruota intorno al mondo della radio. Tristan Vox è il romantico pseudonimo dietro il quale si nasconde Félix Robinet, un ex attore di scarsa fortuna e poco avvenente ma dotato di una voce che seduce le ascoltatrici. Dalla doppia identità del protagonista si svilupperà un intrigo divertente, grottesco, del tutto imprevedibile.
Buon ascolto.

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Il lampo dell’ispirazione, Richard Wagner

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In quegli anni (intorno al 1860) Wagner aveva una fidanzata – peraltro disponeva già di una moglie ma sappiamo che le due cose non sono inconciliabili. A sua volta, anche la fidanzata, Matilde Wesendonck aveva, per simmetria, un marito, Otto Wesendonck, grande amico e ammiratore di Wagner – e così la storia si struttura in una sua classica geometria. L’amoroso fluido scorre armoniosamente nel triangolo per qualche tempo. E’ passione o irresistibile affinità artistica (Matilde è poetessa)? Sta di fatto che i due amanti, quando non si frequentano nel cottage che il signor Wesendonck mette a disposizione di Wagner perché componga in tutta calma, si scrivono intensamente: le loro lettere sono all’altezza di due personaggi di così nobile profilo, parlano di musica, di poesia, dei tormenti creativi che accompagnano la stesura del Tristano e Isotta. In questo ricco epistolario troviamo un passaggio che illumina il rapporto fra l’ispirazione musicale e la prima colazione. La segnaliamo alle ditte eventualmente interessate e ai drammaturghi che amano le biografie.

Mia cara Matilde, ero disperatamente fermo su un passaggio del Tristano e Isotta senza poter proseguire. Ieri il mio tentativo di lavorare ha avuto un risultato pietoso. Il mio umore era pessimo, e l’ho scaricato in una lunga lettera a Liszt* Oggi guardavo il cielo grigio con assoluto sconforto, e pensavo soltanto a chi far pagare la mia amarezza — da otto giorni non riuscivo a comporre!
Finalmente, una mattina, mi arrivarono le vostre fette biscottate, cara Matilda, e mi resi conto di ciò che mi era mancato: le fette biscottate qui sono troppo amare, ecco perché non riuscivo a creare niente di sensato; ma le vecchie buone fette biscottate dolci, inzuppate nel latte, mi rimisero d’un tratto sulla buona strada. Ora sono perfettamente felice: il passaggio è riuscito al di là di ogni immaginazione. Dio che cosa non possono fare le fette biscottate quando sono buone! Fette biscottate! Fette biscottate! Siete la medicina giusta per i compositori in difficoltà! Ora ne ho una bella provvista; quando vedrete che sta per terminare, fate in modo di rinnovarle, sono un rimedio efficacissimo!
Richard

 * che era del tutto innocente (N.d.R.)
** non lei, Matilda, che ci sarà anche rimasta male (N.d.R.)

Un capolavoro della radiofonia. Samuel Beckett, Parole e Musica. Audio/Radiospazio. durata 17′

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Rappresentato da Radiospazio Teatro nel febbraio del 2011 presso la Biblioteca Arturo Graf di Torino. Interpreti: Roberto Accornero e Francesco Gargiulo. Regia di Alberto Gozzi

L’ascolto di questo radiodramma è impegnativo e non potrebbe essere altrimenti. Parole e musica, a più di cinquant’anni dalla sua nascita, si presenta ancora come una straordinaria e misteriosa macchina sonora che mette in conflitto due linguaggi, la parola e la musica e che pretende dall’ascoltatore una dedizione assoluta, forse addirittura un certo spirito di sacrificio. Come tutte le ascensioni, anche questa richiede fatica, e per l’ascoltatore la fatica più grande consiste nel rinunciare ad afferrare il senso immediato del dialogo per accettare le zone oscure dell’opera. Ne sarà ripagato. In Parole e Musica Beckett mette in campo il tema della creazione artistica e, specificamente, il tentativo (impossibile) di conciliare la Parola e la Musica. Il fallimento dell’impresa genera sgomento e frustrazione ma anche una comicità paradossale: c’è molto riso in questa scrittura, basta avere il coraggio di addentrarsi nella palude dell’Assurdo.
La trama, se si può parlare di trama, è semplice: c’è una coppia di personaggi, Musica (chiamato Bob) e Parola (chiamato Joe) fortemente dipendenti l’uno dall’altro, governati (dominata?) da un misterioso padrone di casa, Croack, che li blandisce, li accoppia, li pungola, nonostante egli stesso sia il primo a patire l’emozione che si sprigiona dal loro impossibile accoppiamento. (Quanti gemiti, in questo radiodramma! Quasi una colonna sonora parallela a quella della musica e delle parole). È un meccanismo sadomasochista? Forse sì, ma se riusciremo a entrarci senza pregiudizi ci accorgeremo che non è estraneo alla nostra individuale tragicommedia.

Innamorati dell’Assurdo. Jean Tardieu, Osvaldo e Zenaide. Audio/Radiospazio, durata 7′

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I due innamorati in scena sono zuccherosi, smancerosi e polverosi come il salottino che li ospita. Cosa c’importa di queste due giovani cariatidi d’altri tempi? – vien da chiedersi mentre ascoltiamo le prime battute del loro dialogo. Ma ben presto il meccanismo dell’Assurdo, di cui Tardieu è maestro, entra in azione e scopriamo che quell’apparente insensatezza è il ritratto feroce dell’ipocrisia amorosa e dei suoi funesti rituali ancora oggi in uso.

Cavallerizza, i miasmi del dopo incendio

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http://www.lospiffero.com/buco-della-serratura/nessun-carrozzone-alla-cavallerizza-17861.html

rinviamo alla lettura dell’articolo che ha sollecitato queste brevi considerazioni

Qualche volta il fuoco non purifica ma al contrario lascia dietro di sé residui paludosi, e il fatto che siano di natura linguistica non è meno inquietante, anzi.
Il consigliere Silvio Viale ritiene che la Cavallerizza debba essere venduta a dei privati, naturalmente “nel rispetto delle prescrizioni della sovrintendenza” (sono precisazioni a dir poco pleonastiche in bocca a un consigliere) e che la comunità non debba accollarsi alcuna spesa per fare della Cavallerizza un luogo dove si producono beni immateriali.
Inoltre, detesta la movida alternativa – una distinzione non troppo comprensibile: chi, come me, detesta le movide è irritato sia da quelle ufficiali che da quelle alternative, così come i nemici delle corride combattono indiscriminatamente quelle clandestine e quelle negli stadi.
A ciascuno le sue idee. La visione di una Cavallerizza trasformata in un centro commerciale, magari nobilitato, diciamo così, da Armani, Fendi, ecc. sarà forse ampiamente condivisa; speriamo invece che il linguaggio con cui il consigliere si esprime non si diffonda ma che resti un suo personalissimo stile. L’espressione “sedicenti artisti” con la quale vengono bollati i musicisti e gli attori che hanno animato la Cavallerizza negli ultimi mesi ricorda il “culturame” col quale Mario Scelba, nel 1949, marchiò gli intellettuali italiani di sinistra. Fra i giovani che si sono esibiti alla Cavallerizza ci saranno stati i bravi, i bravini e certamente anche i mediocri, i quali però non giustificano il disprezzo di quel “sedicenti”: questi giovani “si dicono” artisti per la buona ragione che provano ad esserlo, a loro rischio e pericolo. Sono scommesse di vita che meritano rispetto, soprattutto in quanto, almeno per molti, impossibili.