Le figurine di Radiospazio. Reietti

Ma non perdiamo di vista il nostro Ulisse. Stamattina è uscito pieno di propositi e non intende rincasare senza aver concluso nulla. Passato dalla chiesa al bar, s’è concesso un panino e una birra con i soldi sopravvissuti ai santi tributari. Poi, raggiunta la banca, scavalcato il senzatetto steso di traverso davanti alla porta automatica col suo cane, è entrato nel tempio della modernità per estinguere il conto. Perché è da idioti pagare per prestare denaro, ha detto rinfacciando all’impiegato le spese sempre più esorbitanti, da usurai, e, più in generale, la tirannia dell’intero sistema finanziario, un’organizzazione diabolica e ricattatoria dedita a trasformare prestatori in debitori, un comitato di rapina internazionale di cui lui, anonimo e servile sportellista, è complice, anche se forse, ottuso com’è, non se ne rende nemmeno conto. Ma questo non l’ha detto. Ha invece firmato svariati moduli seguendo di malumore le istruzioni dello sportellista e prelevato l’intero patrimonio: 2529,99 euro. Pensava di più.
L’impiegato glieli ha contati sotto gli occhi leccandosi enfaticamente i polpastrelli e spingendogli davanti con disprezzo le monetine. Ulisse li ha contati di nuovo, per scrupolo. La banca può concedere prestiti vantaggiosi, ha accennato perfidamente l’impiegato. Ma Ulisse non ha risposto alla provocazione, s’è infilato i risparmi in tasca e se n’è andato. Fuori, scavalcato il senzatetto, ha preso la via di casa e, notando che anche la banca concorrente, poco più in là, ha il suo senzatetto concorrente diligentemente posizionato all’ingresso, anch’egli col suo cane concorrente intontito dal caldo, s’è lasciato andare a vaghi pensieri sul progresso e sui nuovi luoghi di culto della modernità, su come insomma i reietti più aggiornati, che un tempo si distribuivano di preferenza davanti alle chiese, hanno traslocato negli ultimi decenni nei pressi di centri commerciali e istituti di credito e lì marciscono al passo coi tempi, per così dire, e così immobili all’ombra dei bancomat, sotto il viavai infaticabile delle carte di credito, che sembrano ormai propaggini, malformazioni, tumefazioni visibili delle complicate articolazioni finanziarie, perlopiù invisibili. Perché ogni fede produce i suoi scarti.

Sergio La Chiusa, Il cimitero delle macchine, Scafiblu, Miraggi

L’alba del cinema. Cretinetti e le donne (1909). 3′

https://www.youtube.com/watch?v=Xlt_o1iQNnY&t=15s

Cretinetti è un personaggio inventato e interpretato da un attore e regista francese, André Deed, che girò alcune comiche negli studi di Torino all’inizio del XX secolo. Il personaggio ebbe un ottimo successo, e il termine entrò nel linguaggio comune per indicare un sempliciotto fatuo e superficiale.
Nel film Il vedovo, Franca Valeri, ricca e attivissima imprenditrice, chiama Cretinetti l’inutile marito (Alberto Sordi).

Letteratura e malattia

La letteratura è una malattia che si contrae nell’infanzia, quando il corpo è più gracile e indifeso (per non parlare della mente, vulnerabile e suscettibile agli stimoli).
Tu sei ancora lì imberbe, ed ecco che un padre o una madre o un amico o magari addirittura il pediatra ti allunga un libro per distrarti e superare una brutta influenza. Salgari, Dumas.
Morbo contro morbo, chiodo scaccia chiodo, cura omeopatica. E tu che stavi così bene con i tuoi videogiochi.
Funzionerà? Lo apri, ad ogni modo. Inizi a leggere qualche pagina, ti  piace. Non ti stacchi più, ti entusiasma.
La scarlattina sarà anche passata, ma un altro virus è entrato nel tuo corpo. Non sei più lo stesso, vuoi leggere ancora, cerchi un altro farmaco (ma phàrmakon, si sa, voleva dire «veleno»).
Passi ad altri scrittori, probabilmente a fasi: col tempo affronti Dickens, i russi, poi Baudelaire, Neruda, quindi tutto il resto.
E poi, terribile degenerazione, vuoi provare a farlo anche tu.
Sei pallido, emaciato semi-tisico (fumi Gauloises senza filtro: fanno schifo, ma l’hai letto in un romanzo francese). Lo spirito imitativo ti ha posseduto: rremi di una febbre dostoeviskijana (basta la parola «morale» a farti entrare in deliquio), vacilli per un male tolstojano (pensi a Dio, a volte non in termini lusinghieri), capisci Jacopone da Todi («O signor, per cortesia /manname la malsanìa»).
Allora prendi la penna e, invece di chiedere aiuto a qualcuno, scrivi una poesia.
Sei spacciato? No, puoi ancora salvarti, soprattutto se la destinataria ricambia subito, e, raffreddando i bollenti spiriti, seda anche l’ispirazione.
Ma spesso la fame continua. Dalle poesie si passa alla raccolta di poesie, dalla raccolta ai primi racconti, dai primi racconti al tentativo di un romanzo.
Lì è davvero finita.

Marco Rossari, Piccolo dizionario delle malattie letterarie, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. L’onda di Proust

Colette: – Ho una specie di passione per tutto quello che ha scritto Marcel Proust, per quasi tutto quello che ha scritto… Come in Balzac, mi ci immergo… È delizioso…
Paul Reboux: – Ma la lunghezza delle sue frasi non le dà fastidio?
Colette: – No. E perché dovrebbe disturbarmi? Si tratta di un’onda particolare. Bisogna saper nuotare bene, qualche volta… Ma è un problema dei lettori andare fino a Proust e non di Proust andare fino ai lettori… Finiranno per arrivarci…

Julia Kristeva, Colette, Donzelli Editore

Il video della domenica. Dino Risi, In nome del popolo italiano (finale). 4’

Mariano Bonifazi (Tognazzi) è un giudice integerrimo, Lorenzo Santenocito (Gassman) un imprenditore corrotto e senza scrupoli. In seguito alla morte di Silvana, prostituta d’alto bordo. Tra i due si gioca una partita dall’esito fallimentare per il giudice che, sconfitto, getta gli incartamenti dell’inchiesta nel rogo di un’auto data alle fiamme da supporter della nazionale di calcio italiana.

Emilio Lussu, “A chi l’Italia?” “A noi!” (frammento)

Quando il movimento fascista parve bene avviato, Giolitti sciolse la Camera e indisse le elezioni generali. Nella lista egli incluse, oltre la maggioranza dei liberali e dei democratici, i fascisti e i nazionalisti. Le elezioni avvennero nel maggio del ’21, fra violenze e disordini.
Io ero candidato in Sardegna, nella lista dell’opposizione. Nell’Isola, come nella gtan parte d’Italia, non vi erano ancora organizzazioni fasciste. Le elezioni avvennero quindi senza grandi contrasti. Ricordo solo un incidente.
A Villacidro, capoluogo di mandamento, in provincia di Cagliari, si era costituita all’ultimo momento una sezione fascista. Ne facevano parte alcuni conservatori e democratici, e parecchi gruppi operai in gran parte assoldati. Quando io vi arrivai fui accolto da una dimostrazione ostile.
“Fuori! Non deve parlare! Via i traditori della patria!”.
Io rimasi molto sorpreso. Invano i miei amici politici si atteggiavano a difensori della libertà della parola. Ben presto da difensori divennero imputati. Furono pressoché tutti dichiarati in arresto e condotti in carcere. Io rimasi solo, attorniato da una turba minacciosa. Il capo della polizia locale mi spiegò che, proprio per un particolare riguardo personale, non ordinava il mio arresto.
Nella confusione, uno dei dimostranti più infuriati trovò il modo di portarmi via il portafogli che conteneva qualche migliaio di lire. Me ne accorsi e subito indicai il ladro. Ma i pù frenetici s’interposero e inscenarono una dimostrazione clamorosa:
“A chi l’Italia?” domandarono i corifei.
“A noi” rispondeva la turba.
Veramente io mi adoperai a dimostrare che non si trattava dell’Italia ma del mio portafogli. Le mie proteste non furono prese in considerazione neppure dal capo della polizia che mi rispose con una esclamazione: “Incidenti della politica…”
Mentre io mi allontanavo, la voce di un oratore fascista rintronava nella piazza: “I valori morali…”
Finché, della dimostrazione, a me non arrivò che l’eco indistinta e lontana. Lo chauffeur che mi conduceva levò gli occhi per contemplare il sole ancora alto, e ammirato esclamò: “Magnifica giornata”.

Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Mondadori

1° maggio, Calma e ordine

Quando lavorano a milioni, ma non vivono,
quando le madri offrono solo latte annacquato ai figli,
questo sì che è ordine.
Quando gli operai gridano «Dateci la luce!
Processate chi ci ruba il lavoro!»
questo sì che è disordine.

Quando i tubercolotici corrono al tornio,
quando dormono in tredici in una stanza,
questo si che è ordine.
Quando qualcuno si mette a urlare
perché vuole una vecchiaia assicurata,
questo sì che è disordine.

Quando ricchi eredi sulla neve svizzera
fan festa — e d’estate sul lago di Como —
allora sì che regna la calma.
Quando c’è rischio che le cose cambino,
quando è vietato speculare sulla terra,
allora sì che regna il disordine.

L’importante è non sentire gli affamati.
L’importante è non deformare le strade.
Guai gridare.
Con il tempo tutto andrà meglio.
L’evoluzione vi porterà tutto.
Lo ha scoperto il vostro deputato.
E se a quel punto foste tutti morti?
Beh, sulle vostre tombe si leggerà:
“Furono sempre amanti della calma, amanti dell’ordine.”

Kurt Tucholsky, Calma e ordine

Il video della domenica, Traduzioni. Carlo Lizzani, “La vita agra”, dal romanzo di Bianciardi. 1’30”

https://www.youtube.com/watch?v=BK-rPhmGhmY

Alberto Burgio, «Saluto al Duce!» (Machina)

Oggi vorrei spendere due parole in margine all’ultimo avvenimento di queste ore: la sentenza della Cassazione a sezioni riunite in base alla quale d’ora in avanti in Italia ci si potrà romanamente salutare con il braccio teso – come ai bei vecchi tempi – senza temere conseguenze penali. Il saluto romano sarà punibile ai sensi della legge Scelba soltanto se lo si potrà dimostrare connesso a un «concreto pericolo» di riorganizzazione del Partito fascista, dunque alla flagrante violazione di quanto disposto dalla Costituzione repubblicana.

Non considero questa sentenza soltanto avvilente e pericolosa in presenza di un rigoglioso proliferare di bande neofasciste e neonaziste. La ritengo anche profondamente sbagliata, frutto della sottovalutazione di un male le cui cause vanno ben al di là dell’irresistibile ascesa dei post-fascisti al governo.

Leggi l’intero articolo: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/saluto-al-duce

Le figurine di Radiospazio. La stragrande maggioranza

Non c’è nulla di più irritante che essere, per esempio, ricchi, di buona famiglia, dotati di bella presenza, di un’istruzione abbastanza buona, non stupidi, persino di buon carattere e allo stesso tempo non aver nessun talento, nessuna particolarità, neanche qualche stranezza, nessuna idea personale, ed essere decisamente “come tutti gli altri”. Si ha la ricchezza, ma non si è dei Rothschild; la famiglia è perbene ma non si è mai distinta in niente; la presenza è gradevole, ma molto poco espressiva; il grado di istruzione è piuttosto buono, ma non sa come metterlo a frutto; l’intelligenza c’è, ma è priva di ‘idee proprie’; il cuore c’è, ma non conosce magnanimità, e così via, per tutti gli aspetti della vita. Questa gente è la stragrande maggioranza nel mondo e ce n’è persino più di quanta non sembri; la suddetta schiera si divide, come d’altronde tutto il genere umano, in due categorie primarie: della prima fanno parte gli uomini limitati; della seconda quelli “troppo intelligenti”.|

Fĕdor Dostoevskij, L’idiota

Eric Kästner, Conosci il paese dove fioriscono i cannoni?

Otto Dix, La guerra squarcia la tela

Conosci il paese dove spuntano i cannoni?
Là sotto la cravatta spuntan bottoni da caporale,
là si portano elmi invisibili.
Là si hanno delle facce, ma non teste,
e chi va a letto pur già si riproduce.

Se un superiore, là, vuole qualcosa
-ed è il suo lavoro, volere qualcosa-
l’intelligenza prima si contorce e poi crepa,
gli occhi rotolano, e con nerbo, a destra.

Là i bambini vengono al mondo con piccoli speroni.
e con la divisa dei capelli già tracciata.
Là non si nasce come civili o borghesi,
là viene favorito chi tiene chiuso il becco.

Conosci quel paese? Potrebbe esser felice,
potrebbe esser felice e rendere felice.
Ci sono campi, carbone, acciaio e pietra,
ed onestà, e forza, ed altre belle cose.

Certo, di quando in quando ci son spirito e bene
e vero eroismo – ma non in molti.
Là c’è un bambino in un uomo su due,
che vuol sempre giocare ai soldatini.

La libertà, là, non matura, ma resta verde.
Ciò che pur si costruisce, diventa sempre caserme.
Conosci il paese dove spuntano i cannoni?
Non lo conosci? Tu lo conoscerai.

Versione italiana di Riccardo Venturi

Le figurine di Radiospazio. Una razza maleodorante

Gli scrittori sono una razza maleodorante che si prepara il cibo nei modi più schifosi. Una razza nomade che dorme nel proprio vomito, reietta dalle città, perseguitata nelle campagne, ma che riesce ovunque a stare vicina al potere, il quale le riserva un posto nei quartieri delle prostitute. Perché ovunque la letteratura assolve a una sola funzione: aiuta i superiori a tenere i soldati in stato di soggezione e i giudici a infliggere pene severe ai condannati. Lo scrittore è un incrocio tra un pope e un pappagallo,30 nel senso più elevato del termine. Se il padrone è francese parla in francese, se lo vendi in Persia dirà in persiano «sono uno scemo» oppure «voglio uno zuccherino». Il pappagallo non ha età e non sa quand’è giorno e quand’è notte. Il padrone, se gli viene a noia, lo copre con un drappo nero, che per la letteratura è un surrogato della notte.

Osip Mandel’štam, Il rumore del tempo, Adelphi