Il video della domenica. Accadde in metro. PHILIPPE ORREINDY J’ATTENDRAI LE SUIVANT (I’LL WAIT FOR THE NEXT ONE)‬

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a cura di Francesco Ghisi

Il ragazzo si presenta bene, ha l’aria mite, parla con sincerità – percepisce, per di più, uno stipendio che di questi tempi è interessante (2600 euro al mese). Espone il suo caso ai viaggiatori del metro: single e non rassegnato a passare le serate davanti alla tv o a trafficare sui social, cerca una compagna di età compresa fra i diciotto e i cinquantacinque anni. Se fra le presenti c’è una candidata, non ha che da scendere alla fermata successiva, lui la raggiungerà. La candidata c’è ma il finale non ve lo sveliamo, naturalmente.

La saggezza critica del Merlo. TRILUSSA, LA POESIA

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La poesia/ma cos’è mai la poesia?
/Più d’una risposta incerta/è stata già data in proposito./Ma io non lo so, /non lo so e mi aggrappo a questo/come alla salvezza di un corrimano.
Quando Wislawa Szymborska scrisse questa definizione così domestica e confortante della poesia non poteva immaginare che un’immensa, quasi incalcolabile utenza si sarebbe aggrappata a questo corrimano – tutti ne hanno uno, dai  proprietari di ville a due piani agli inquilini delle monocamere periferiche. Il censimento dei praticanti il corrimano poetico è approssimativo, gli utenti di internet nel mondo sono poco meno di tre miliardi, dunque stando a quanto si legge in rete si desume che i poeti attivi sul nostro pianeta siano almeno un miliardo e mezzo; a tutti loro è dedicato questo componimento di Trilussa è scritto in un romanesco del tutto comprensibile: siamo convinti che la sua lettura sia di grande, pubblica utilità.

 La poesia

Appena se ne va l’urtima stella
e diventa più pallida la luna
c’è un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s’agguatta fra li rami de la pianta,
sgrulla la guazza, s’arinfresca e canta.

L’antra matina scesi giù dar letto
co’ l’idea de vedello da vicino,
e er Merlo furbo che capì el latino
spalancò l’ale e se n’annò sur tetto.
– Scemo! – je dissi – Nun t’acchiappo mica…-
E je buttai du’ pezzi de mollica.

– Nun è – rispose er Merlo – che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m’infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.

È un pezzo che ce scocci co’ li trilli!
Per te, l’ucelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì… Te pare onesto
de facce fa la parte d’imbecilli
senza capì nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?

Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t’arillegra er core
nun è pe’ gnente er canto de l’amore
o l’inno ar sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d’avè fatto una bona diggestione.

Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori

Piccoli indizi appena accennati. ITALO CALVINO, INTERVISTA. 3’43”

calvino colorehttps://www.youtube.com/watch?v=xL6_TD-8lUE

E’ un Calvino piuttosto sciolto, mi sentirei di dire quasi pimpante quello che si affaccia in questa breve e disimpegnata intervista: la piccola babele linguistica familiare, il suo pendolarismo fra Parigi e Torino… lo scrivere (ma affrontato solo di passaggio). L’intervista, lo si desume dal contenuto, è del 1973; Calvino ha alle spalle i romanzi resistenziali, la trilogia “I nostri antenati” ed è nella fase della scrittura combinatoria (Le città invisibili e Il castello dei destini incrociati). Nonostante il tono della conversazione sia leggero, quasi aneddotico, emergono in superficie alcuni temi interessanti: il piacere del plurilinguismo, il melting pot parigino in cui si mescolano spagnoli, portoghesi, nordafricani; c’è perfino un’anticipazione ai nonluoghi (pur senza nominarli). Particolarmente interessante è il passaggio in cui Calvino dice: “Da qualche tempo sento il bisogno di consultare (quando scrivo, N.d.R.) dei libri, cosa che una volta non mi succedeva”: un accenno lieve all’orizzonte metatestuale nel qual Calvino si muove mentre (forse) sta pensando a Se una notte d’inverno un viaggiatore

Cronache del blog. PICCOLI SHOWMAN IN CERCA D’AUTORE

400 colpiUn piccolo episodio di vita blogghistica quotidiana. L’altro giorno ricevo sul nostro account twitter (@radiospazio2) una domanda diretta, senza preamboli: “Come professione sei anche regista?”. Rispondo cautamente di sì. Nuovo tweet: “e saresti disposto assieme a me e a un mio amico a darci una mano per comparire in uno show oppure a esserne i protagonisti?” Cerco di saperne di più e giungo a una scoperta tenera e imprevedibile: i due aspiranti showman, che chiameremo Pietro e Giovanni, hanno rispettivamente tredici e quattordici anni. Ciò che mi sorprende non è che due adolescenti sognino di realizzare uno show ma la naturalezza con la quale Pietro e Giovanni ricorrono alla rete.  Me li sono immaginati nei loro conciliaboli: “Insomma, vogliamo farlo, questo show?”. “Si era detto di sì…” “E allora diamoci una mossa. Ci vorrà un regista, ma dove lo troviamo?” “E dove vuoi trovarlo? In rete!” Cliccando a caso (ipotizzo) i due s’imbattono nel sito “Teatro e critica” e si trovano di fronte all’articolo “Hotel Belvedere. I presagi di von Horvát secondo Magelli”. Rapida ritirata. I due ragazzi giungono a “Dyonisus ex machina”, “La sentinella di Egisto. Elementi omerici nell'”Agamennone” eschileo” poi a “Vicende storiche e ricostruzione virtuale dell’acustica del ‘Theatrum Tectum’ (o ‘Odeo’) di Pompei. Quando, dopo svariati naufragi, i due aspiranti showman approdano non si sa come a Radiospazio Teatro, il nostro blog deve apparir loro come una tranquilla, ubertosa isoletta caraibica.
La fiducia che i giovani navigatori ripongono nella rete mi fa  venire in mente, per contrasto, l’unico show che sfiorai, molti anni fa, durante il mio lavoro di sceneggiatore. Le riunioni preparatorie, presso la direzione della rai in Viale Mazzini, durarono un anno: ai massimi dirigenti dell’emittente nazionale pareva che dodici mesi fossero il tempo minimo da dedicare a quella che chiamavano la filosofia della trasmissione, per  me fu uno sfibrante pendolarismo Torino/Roma/Torino. Bisogna dire, tuttavia, che quel grande dispendio di energie, alla fine, un risultato lo produsse: dopo un anno, lo stato maggiore della rai decise che lo show non andava fatto per nessuna ragione: era troppo innovativo e conveniva aspettare tempi migliori. 
Pietro e Giovanni, invece, di tempo non ne perdono. In questo momento siamo in corrispondenza privata ma mi accorgo che la sto facendo anch’io troppo complicata; chissà che i due, un giorno o l’altro, non si stanchino delle mie lungaggini e decidano di realizzare il progetto per conto loro, senza troppa filosofia.

I cento anni di BILLIE HOLIDAY (7 aprile 1915 – 19 luglio 1959), STRANGE FRUIT. 2’30”

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Nel giorno in cui “Lady Day” compirebbe cento anni, la ricordiamo con una delle sue più grandi interpretazioni. “Strange fruit” è una canzone di denuncia e di lotta contro il razzismo; la compose Abel Meeropol  nel 1939 dopo l’ennesimo linciaggio di due afroamericani.

-Lynching-1889

strange fruit traduzione

Pane, burro e una tettoia. La Grande Mamma del Rock, SISTER ROSETTA THARPE

rosetta

https://www.youtube.com/watch?v=SR2gR6SZC2M

Il pane e burro lo abbiamo aggiunto noi, su due piedi, così come lo evocano i due personaggi che scendono dalla carrozzella in una Liverpool grigiastra: sembrano reduci da una merenda in cucina: “Che dici, andiamo?” “Ma sì, facciamoci quattro passi e una schitarrata anche se è appena piovuto”. Tutto molto alla buona, molto casalingo, in un bianco e nero di mezzo secolo fa (1964).
Lui non so chi è, lei è Sister Rosetta, grande star degli anni ’30, esecutrice e manipolatrice di spiritual e rock, che influenzò Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, ecc.
L’understatement è il segno distintivo, il sigillo della vera star (ve la immaginate Greta Garbo che sgomita con Jean Harlow e Marlene Dietrich come un’olgettina da combattimento?); Sister Rosetta lo pratica con disarmante semplicità: infilata nel suo cappottone a campana e sotto la sua cuffia di lana, brandisce la chitarra come un coltello da cucina con un piglio da massaia che affetta un filone di pane (dagli con la cucina!) e ci dà dentro. Le ragazzine di Liverpool mostrano nel sorriso i denti inglesi. E’ il 1964,  l’ho detto, I Beatles hanno già pubblicato il quarto album (“Beatles for sale”) e sono sbarcati in America con un successo che nemmeno Gesù Cristo (stando a quanto disse in quell’occasione John Lennon); la Grande Mamma del rock restituisce la visita, dimessamente, a Liverpool: non è una controinvasione, ci mancherebbe: la sua grande storia, Sister Rosetta l’ha già vissuta e si diverte a prolungarla, con passetti accennati di danza, sotto una tettoia.

Il diario di un uomo che guarda. JULES RENARD, PER NON SCRIVERE UN ROMANZO

toulouse-lautrec-the-sofa-grangerToulouse-Lautrec, Il divano

Vittima di un suo stesso romanzo, Pel di carota, molto noto ma considerato ingiustamente per ragazzi, quindi proposto per lo più in una versione scioccamente edulcorata – Jules Renard si nutrì di una quotidiana perplessità nei confronti  delle sue qualità letterarie; di conseguenza, l’opera che più gli corrisponde è il suo Journal nel quale annota incontri, spettacoli, letture e soprattutto il suo rapporto con gli altri. Entra a far parte di cenacoli letterari importanti ai quali si sente sempre leggermente estraneo: molto spesso tace e guarda, annota, sempre misurando il suo essere leggermente eccentrico, un passo a lato alle cose e alle persone. In questa pagina del Journal lo ritroviamo, insieme all’amico scrittore Tristan Bernard, nello studio di Toulouse-Lautrec, tanto carnale e dedito agli eccessi quanto Renard è sorvegliato. Qualcosa, tuttavia, li accomuna: il rovello sullo status di artista, che appare sempre incerto e aleatorio.’

9 dicembre 1894

Ieri sono stato da Lautrec con Tristan Bernard. Dalla strada, dove pioveva a dirotto, siamo passati in un studio caldissimo. Lautrec ci venne ad aprire. Era in camicia, i pantaloni a penzoloni, un berretto da fornaio in testa. Nel fondo, sopra un sofà, vedo due donne nude: una mostrava il ventre, l’altra il sedere. Bernard va a salutarle e dice: «Buongiorno, signorine!» Io, imbarazzato, non oso guardarle. Cerco un posto ove posare il cappello e l’ombrello che gocciola.
«Non vorremmo interrompere il vostro lavoro», dice Bernard.
«Abbiamo finito», risponde Lautrec. «Vestitevi, signorine». E va a prendere una moneta da dieci franchi che posa sulla tavola. Le donne si vestono, riparandosi dietro il quadro. Di tanto in tanto, butto un occhio senza riuscire a vedere bene. Mi sembra di aver sempre addosso il loro sguardo di sfida. Finalmente, le donne se ne vanno. Ho fatto in tempo a intravvedere delle natiche biancastre, delle cosce cascanti, dei capelli rossi, dei peli gialli.
Lautrec ci mostra i suoi schizzi “di casino”, le sue opere giovanili: fin d’allora si era messo a dipingere il brutto con coraggio. Non saprei dire se ciò che dipinge ha valore, ma so che gli piace quel che non è comune e che è un artista. Questo ometto che chiama la sua mazza “mio caro bastoncino”, e certamente soffre del suo fisico, merita, per la sua sensibilità, di essere un uomo di talento.

Jules Renard, Per non scrivere un romanzo, Serra e Riva, Traduzione Orio Vergani

Alla periferia dello spirito

grillo

http://www.beppegrillo.it

Chissà perché, nel vedere questa icona che sta imperversando in rete, mi è venuto in mente un capolavoro del teatro inglese della Restaurazione, Così va il mondo, di William Congreve. L’opera è un mirabile e complesso congegno socio/amoroso/matrimoniale. I nomi dei personaggi sono fortemente allusivi: la protagonista è la bella Millamant (dagli innumerevoli spasimanti), il suo pretendente è Mirabell (ammirevole per aspetto e senno), e così via. Il  meccanismo della commedia funziona perfettamente, e tutti i personaggi, anche i  minori, hanno una funzione precisa come gli ingranaggi di un orologio di precisione. Tranne uno, Witwoud, l’uomo “di spirito” (Wit) tutto preso dalla smania di mettere in vetrina la sua acutezza. Va da sé che il personaggio è comico/patetico: mentre gli altri (tutti) sono coinvolti nella trama (che in teatro è il cuore pulsante, la vita), lui ne costeggia la periferia come un triste satellite solitario, gravitante in un orbita inutile alla quale si è condannato da se medesimo. Di tanto in tanto tenta delle sortite – anzi, diciamo meglio: prova a rientrare in gioco – ma le sue invenzioni spiritose (solo ai suoi occhi) lo allontanano di nuovo. L’autore ci fornisce un’utile chiave di lettura di questo spaesato personaggio: Witwoud è un inurbato, ripulito ma non abbastanza, che pretende di rinnegare le sue origini mulinando metafore e similitudini: materia delicata, fragile, che si rivolta contro chi pretende di usarla come corpo contundente. Insomma, un boomerang (questo, naturalmente, non lo scrive Congreve, ci siamo permessi di aggiungerlo noi).

Le virgolette adescatrici.

bacio

http://www.notav.info/post/denunciata-per-violenza-sessuale-per-il-bacio-al-poliziotto/

“E’ stata denunciata per violenza sessuale e oltraggio a pubblico ufficiale Nina De Chiffre, la ragazza milanese No Tav, diventata famosa per il bacio al poliziotto durante la marcia contro la Torino-Lione, tenutasi il 16 novembre da Susa a Bussoleno. Lo ha annunciato il segretario generale del sindacato di Polizia (Coisp), Franco Maccari: “Ho denunciato la No Tav che ha baciato il casco del poliziotto” ha detto il sindacalista, intervistato durante la trasmissione di Radio24 “La Zanzara”. Ma perché violenza sessuale? “Se io la bacio sulla bocca, non é reato? – ha risposto Maccari – se fosse stato un poliziotto a baciare un manifestante a caso, sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale”.

Le virgolette – anziché mettere in evidenza, come ritiene chi ricorre con candida ingenuità a questo segno – complicano le cose, o per dire meglio le rendono problematiche. Non a caso, si è notato negli ultimi anni un proliferare di virgolette, quasi la testimonianza di una sfiducia diffusa nei confronti del linguaggio e  della possibilità di comunicare con gli altri. Non riesco a dimenticare il foglio scritto col pennarello incollato accanto alla serratura di un portone (è strano, la casa e le persone connesse a quel portone le ho invece cancellate) che recitava: «Si prega di chiudere sempre la “porta”». La prima volta non vi prestai troppa attenzione (forse avevo fretta, forse ero turbato… ma chissà perché frequentavo quella casa, e soprattutto: da chi era abitata?); in seguito, non potei fare a meno di notarlo e di chiedermi: perché avevano virgolettato quella “porta”? Forse perché si trattava, più propriamente di un portone? Ma allora, perché non scrivere direttamente portone (senza virgolette)? Certamente porta è più solenne e più letterario (“Queste parole di colore oscuro/ vid’ïo scritte al sommo d’una porta, Dante, Inferno, III); ne deducevo che il condomino scrivente era consapevole di rinunciare alla precisione semantica in favore di un registro linguistico alto, ma evidentemente  al momento di scrivere, il suo pennarello aveva esitato e quel piccolo smarrimento aveva generato le virgolette che incorniciavano la parola. E venendo, finalmente, al titolo dal quale siamo partiti, qui le virgolette abbracciano la parola bacio, che può comportare smarrimenti molto più intensi della parola porta. Per l’estensore dell’articolo, al centro della questione sta la natura di quel bacio: se non si tratta di un bacio-bacio (ma di un bacio fra virgolette, di un bacio-per-così-dire), come si può configurare il reato di violenza sessuale nei confronti del poliziotto? L’articolista, con le sue virgolette derubricanti, traccia un abile vallo difensivo: ma lo vogliamo chiamare bacio, quello, con la celata di plexiglas fra i piedi (fra le labbra dei soggetti)? Bisogna dire che l’icona, alla lettura, rivela un palese intento baciatorio: la bocca protesa di lei, gli occhi chiusi di entrambi (!) i soggetti… E’ peraltro vero che, una volta perpetrato, il bacio dovette andarsi a stampare sulla corazza trasparente di lui, lo si desume facilmente dalla traiettoria. E si può ritenere sessualmente rilevante – incalza la difesa – un bacio-per-così-dire posato su una parte del corpo protetta da una celata a prova di proiettile? Sarebbe come sostenere che un carrista si sente sessualmente aggredito da una ragazza che comprime leggermente le labbra suo Leopard. Queste argomentazioni, che a noi profani possono sembrare sensate, non hanno fatto recedere i denuncianti e ora la faccenda è nelle mani della magistratura, che forse avrebbe anche altre cose non meno delicate di cui occuparsi. In ogni caso, se si arriverà al dibattimento, è meglio che la difesa non si fidi delle virgolette, sono tanto seducenti quanto ingannatrici.

“Perché l’hai fatto?” “Perché andava fatto”. COETZEE, VERGOGNA

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Vergogna, Disgrace nel titolo originale, è il più bel romanzo di Coetzee, incarna la riflessione dell’autore sul problema del male e sulla questione del senso della sofferenza sociale di uomini e animali (negli ultimi anni Coetzee si è impegnato attivamente nelle campagne a tutela dei diritti degli animali).
Vergogna, ambientato in Sudafrica, ci racconta del momento in cui il protagonista, David Lurie, vive la sua disgrace, appunto quel momento in cui si perde la grazia e si è costretti ad abbandonare una condizione felice e fortunata: “aveva appena risolto tanti problemi della sua vita sesso compreso”, così leggiamo nell’incipit del romanzo. David Lurie ha cinquant’anni, due matrimoni falliti alle spalle e una figlia con la quale non ha rapporti, è un professore universitario che conduce un’esistenza monotona, anestetizzata nei sentimenti, alla quale cerca di sfuggire legandosi ad una prostituta. Il rifiuto della donna ad impegnarsi in una relazione con lui e la conseguente fine del rapporto scatenano l’evento da cui si manifesterà la sua disgrazia. David seduce una sua studentessa che decide di vendicarsi e rovinarlo: costretto a lasciare il suo lavoro di insegnante cercherà rifugio dalla figlia che vive lontana dalla metropoli Cap Town, in campagna, in un mondo inospitale. Nei pressi dell’abitazione si trova un ambulatorio veterinario che pratica l’eutanasia agli animali che i padroni non hanno la possibilità di curare; una volta uccisi, le loro carcasse vengono fatte a pezzi a colpi di badile e gettati nell’inceneritore pubblico dove finisce l’immondizia. L’estrema crudeltà inflitta a vittime innocenti, animali considerati come materia prima da sfruttare. La corazza di indifferenza che avvolge David lentamente viene scalfita: sente che non può tollerare che quei cadaveri vadano incontro a quel destino, lui un uomo finito, sconfitto che ha perso tutto, che ha attraversato come un pezzo di ghiaccio le esperienze più drammatiche della sua vita, assiste anche impotente allo stupro della figlia, solo in quel momento sente pietà, compassione per quei cani morti che non possono subire l’ennesima umiliazione, allora affida le loro carcasse integre alle fiamme. Prendersi cura di carcasse di cani morti, un gesto silenzioso per recuperare il coraggio di sentire il dolore, restituire dignità alla sofferenza, senza soffermarsi ad osservarla compiaciuti come spettatori inermi di fronte alle torture inflitte dai carnefici.
Un privatissimo e afasico, poiché incomunicabile, gesto che racchiude un’esperienza di bene che permette di non soffermarsi, paralizzati, a contemplare il male, a portarlo dentro o a descriverlo morbosamente estetizzandolo, manifestandolo nella narrazione. Attraversare il dolore senza restarci invischiati, uscirne in silenzio come David Lurie “l’eroe stupido” di Coetzee toccato dall’idiotismo del bene: David è come l’idiota che parla una lingua incomprensibile agli altri, non sa spiegare perché compie quel gesto di bene, alla domanda “perché l’hai fatto?” la sua è un’inutile risposta “perché andava fatto”, semplicemente sente che non può più continuare a vivere senza fare quel gesto. E il commento dell’autore svela, sfumata nell’ironia, una pietà autentica verso la scelta del protagonista:“Buffa cosa che un uomo egoista come lui si sia messo al servizio dei cani morti. [..] David si batte per salvare l’onore di quei cadaveri perché non c’è nessun altro così stupido da farlo. Ecco cosa sta diventando: stupido e cocciuto nella sua stupidaggine”. 

Monica Daccò

Memoria della capra e dello zoppo. CARLO LEVI, CRISTO SI È FERMATO A EBOLI

volonté trattato

“Etticredo che a Carlo Levi piaceva stare ad Aliano, guarda che panorama che si vede dalla sua terrazza!” fa uno dei personaggi del film Basilicata coast to coast affacciandosi al belvedere del paese, ironicamente avvolto in una nebbia fittissima. La scena si conclude col brindisi solenne indetto da Rocco Papaleo, incappucciato sotto il k-way, in onore dell’ “uomo che ci ha spinti a indagare sulla nostra identità”: “Brindo a Carlo Levi, e se permettete pure a Gian Maria Volonté!”.
Ma perché questo brindisi? Perché ad Aliano Carlo Levi ci passa ben dieci mesi, tra il ’35 e il ’36, e ad Aliano dedica il romanzo (la cronaca? La testimonianza? Ancora se ne discute) Cristo si è fermato a Eboli, diventato poi film, nel ’79, per mano di Francesco Rosi e col volto di Gian Maria Volonté.
Ma cosa ci fa Levi in un paesino arrampicato sull’argilla franosa di quella Basilicata che Mussolini ha ambiziosamente ribattezzato Lucania, a memoria dei fasti della Roma imperiale? Il confinato politico, a seguito delle sue intense attività di intellettuale antifascista.
Ma anche il medico, su gran richiesta degli abitanti del paese fiaccati dalla malaria. E il pittore, come già era a Torino (al momento dell’arresto sta per esporre alla Biennale di Venezia). E lo scrittore, benché ancora inconsapevole: si addentra in un dedalo di tradizioni, fatiche, rapporti umani, vite e morti di un mondo in cui la gente appende sopra il letto effigi della Madonna dalla faccia nera e del Presidente Roosvelt, numi tutelari, ugualmente lontani, di una terra dove lo Stato non c’è, o non è che l’entità astratta che impone tasse sulle capre e chiama gli uomini a crepare nella guerra d’Africa.
Osserva e annota, Levi. Nessun buon selvaggio nelle sue pagine, ma ritratti così vividi da abbagliare talvolta per la loro crudezza: come il brano che vi proponiamo qui, che ha la forza dei calanchi assolati.

Roberta Sapino

A un angolo della piazzetta, dove quasi giungeva l’ombra lunga del monumento, uno zoppo, vestito di nero, con un viso secco, serio, sacerdotale, sottile come quello di una faina, soffiava come un mantice nel corpo di una capra morta. Mi fermai a guardarlo. La capra era stata ammazzata poco prima, lì sulla piazzetta, e sdraiata sopra un tavolaccio di legno su due cavalletti. Lo zoppo, senza tagliarne altrove la pelle, aveva fatto una piccola incisione in una delle zampe di dietro, vicino al piede, e all’incisione aveva posto la bocca, e a forza di polmoni andava gonfiando la capra, staccandone la pelle dalla carne. A vederlo così attaccato all’animale, che andava a mano a mano mutando e crescendo, mentre l’uomo, senza mutare contegno pareva assottigliarsi e svuotarsi di tutto il suo fiato, sembrava di assistere a una strana metamorfosi, dove l’uomo si versasse, a poco a poco, nella bestia. Quando la capra fu gonfia come una mongolfiera, lo zoppo, stringendo con una mano la zampa, staccò finalmente la bocca dal piede dell’animale, e se la pulì con la manica; poi, rapidamente, si pose a rovesciare la pelle della capra, come un guanto che si sfili, fino a che la pelle, intera, fu tutta sgusciata, e la capra, nuda e spelata come un santo, rimase sola sul tavolaccio a guardare il cielo.

 Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1945

La gran virtù soffocata di molti siciliani. LEONARDO SCIASCIA, AUTORITRATTO

sciascia autoritratto

Come i pittori, anche gli scrittori, talvolta, si concedono un autoritratto.
“Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, / crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto”, scrive Foscolo; Alfieri si vede: “or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;/ irato sempre, e non maligno mai”; Montale, invece diffida: forse sarebbe tentato ma resiste perché “Basta un’occhiata allo specchio per credersi altri”.
Leonardo Sciascia, invece, dipinge il suo autoritratto ricorrendo a un raffinato espediente narrativo, diciamo a un’interposta persona, il nonno paterno, scomparso quando il piccolo Leonardo aveva sette anni, ma vivo come modello di virtuosa sicilianità.

Come ogni cosa di noi, anche la memoria spesso è inganno. Come la mia vista, che in questi ultimi anni mi fa vedere nitide le cose lontane e confuse le vicine, anche la memoria ha acquistato una specie di presbiopia: ricordo ora cose che dieci anni fa non ricordavo, ricordo sempre più cose lontane, nitidamente. Ma è possibile, mi domando, che tutti questi anni non abbiano agito sulle cose sepolte nella memoria, che non le abbiano in qualche modo alterate, intaccate? … Ed ecco un’altra cosa lontana, lontanissima, che prima non ricordavo e ora ricordo: la scoperta della scrittura, il piacere sensuale, fisico, dello scrivere; l’amore agli strumenti dello scrivere: i quaderni, le matite, le penne, l’inchiostro. Curiosamente, dell’inchiostro ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto…
Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini, dagli occhi azzurri. Come io non sono; un settentrionale. Ho trovato i suoi biglietti da visita: Leonardo-Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo”. Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese, si parla di “due teste in una stessa Sciascia”. Qualche anno fa c’era un governatore mi pare di Orano che si chiamava Sciascia. Durante un viaggio in Algeria, mia figlia è stata presentata all’ambasciatore d’Italia in quella capitale. E l’ambasciatore, che aveva già sentito il mio nome, ma che non sapeva dove collocarlo — nell’Africa del nord? in Libia? — ha esclamato: «Lei è la figlia dello scrittore Sciascia! Ma i suoi libri sono stati tradotti in italiano?». Giuro che l’aneddoto è vero.
Dunque, il mio è un cognome diffusissimo nel mondo arabo, in Sicilia e persino in Puglia, dove Federico II deportò tanti arabo-siculi.
Mio nonno morì nel 1928, l’anno della spedizione Nobile al Polo Nord. Io sono orgoglioso di mio nonno. Fino a qualche anno fa molti lo ricordavano, rammentavano le sue collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. All’epoca delle elezioni, aveva avuto persino il coraggio di dichiararsi contro il partito della mafia. Non si è mai arricchito, cosa che gli veniva rimproverata dalle figlie, che lo ammiravano al tempo stesso che lo consideravano uno stupido. Stupido a essere onesto, cocciuto e incorruttibile. Non è certo la minore delle mostruosità del vecchio matriarcato in Sicilia che le donne valutassero un uomo secondo la sua capacità di far soldi; erano capaci di spingerlo a tutte le bassezze, a tutti i compromessi. Sì, sono orgoglioso di mio nonno; un tempo mi capitava spesso di sentirmi dire: «Tu sei Leonardo, il nipote di Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta». L’onesta, gran virtù soffocata di molti siciliani.

 Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Mondadori

Il video della domenica. Nella rete dell’illusione. ANDREW WANG, DOLL FACE. 4′

drew wang. doll face

https://www.youtube.com/watch?v=zl6hNj1uOkY

La macchina, la mantide medium che ammalia e distrugge, il sogno illusorio della farfalla…  Virtuosismo e tensione nella breve opera di un giovane artista di grande talento.

Notturno gotico pensoso, GIORGIO MANGANELLI, IL FANTASMA È AFFACCIATO

steinberg, masquerade

Saul Steinberg

Scena: un vecchio castello abitato da un fantasma. Questa volta Manganelli inizia il gioco con un’apertura di genere (post gotico? post horror? post kitsch?) e subito la scrittura lo fa lievitare con piccoli tocchi, così il fantasma diventa, parola dopo parola, sempre più trasparente fino a lasciar intravvedere, in una dissolvenza che non si conclude mai, le sembianze di un signore un po’ malmostoso e geloso del suo solitario pensare. Più lo guardo e più mi sembra simile (il fantasma) a un Manganelli in un ozio fertile che nessuno, neppure due colleghi fantasmi, dovrebbe disturbare.

Il fantasma è affacciato, svagatamente, alla grande, logora finestra del castello; è notte, ed egli guarda i ripidi pendii, le valli anguste, dominate dalle rovine del suo castello. Nella lunga solitudine, il fantasma si è abituato a se stesso, e non cerca né di abbandonare le rovine che abita, né di parlare con altri fantasmi. Per molto tempo, il cruccio di non incontrare altri della sua stessa razza l’ha angustiato. Egli avrebbe voluto incontrare un certo fantasma, qualcuno che aveva conosciuto – ma oramai la memoria era confusa – assai prima che egli fosse fantasma – ma c’era veramente stato un tempo in cui non era stato fantasma? Improvvisamente, nella profondità della valle, egli scorge alcunché di fioco, di simile a lui, che procede lentamente, guardingo, forse pensoso; ed ecco un altro fioco lume si viene accostando lungo un sentiero irto, lontano.
Il fantasma si chiede se, dopo secoli, due fantasmi vengano da lui appunto; si chiede perché vengano da lui, da che mossi o consigliati; infine, se vengano insieme o separati, tra loro amici o nemici. Per la prima volta dopo molti anni, il fantasma conosce l’ansia e la sofferenza. Chi mai può volere così accanitamente parlare con lui? E come, per virtù di amore e di odio, lo hanno scoperto, rinchiuso nel suo castello? Infine, perché nella medesima notte sono venuti a cercarlo? Può essere, uno di quelli, il fantasma Nemico, e l’altro, il fantasma Amico? E chi veramente egli voleva vedere? voleva spiegare l’errore che aveva generato il fantasma Nemico, o riallacciare il discorso, infinitamente impossibile a finirsi, con l’Amico? Lentamente, i due fantasmi si avvicinano. Ma non vi era, si chiede il fantasma che attende, un terzo essere, non amico non nemico, un mediatore, non ricorda più nulla, ma chi era il terzo, morì forse lacerato tra coloro che ora sono fantasmi, e forse non divenne fantasma, o forse il terzo altri non è che lui? Dunque, questa notte potrebbe ricomporsi, se egli non ha frainteso quello che può ricordare, se non ha ingannato le sue speranze, quel triplice discorso che li logorò fino a morirne? Il fantasma si chiede se sia vero quel che gli hanno detto nella sua infanzia, che un incontro come questo, che egli vagheggia, blandamente consuma i fantasmi, li spegne.

 Giorgio Manganelli, Centuria, Rizzoli