Diario dall’isola di Robinson, pagina 7. Il pappagallo

andrea pappagallo

Nessuno potrebbe sospettare che questa giovane attrice (Andrea Belotti), colta durante le prove in un momento di assorta fantasticheria, intrepreterà il personaggio del pappagallo Poll. Sono stato incerto se inserire questa foto nel diario dall’isola: potrebbe sconcertare il lettore (e dunque il potenziale spettatore); sulla carta, infatti, un pappagallo interpretato da un essere umano evoca spensierate trovate da avanspettacolo, una girandola di mossette e di vocette che per quanto facili (ma si tratterebbe di una citazione, che diamine!) potrebbero alleviare la cappa di monotonia connaturata alla stessa idea di isola deserta; perché, come dice l’editore Taylor con qualche perplessità: “Il soggetto di questo Robinson è buono ma bisogna trovare un antidoto alla noia… Mare e isola… isola e mare… lei capisce…”. Invece Poll sarà un pappagallo dal costume sgargiante ma dall’eloquio passabile; diciamo a livello di uno studente universitario che sta compilando la sua tesi triennale. Nell’economia del romanzo originario di Defoe, il pappagallo rappresenta un pallido surrogato dell’essere umano e al tempo stesso anche una specie di doppio, molto elementare, dell’eroe; non a caso le prime frasi che Robinson insegna al suo compagno di solitudine sono: “Povero, povero Robinson, dove sei tu? Dove sei stato? Come sei venuto fin qui?” – che è un crudele esercizio di autoflagellazione quotidiana. Nella nostra riscrittura, il pappagallo è il residuo di un’avventura pensata e non consumata, e come tutti i personaggi di questo Robinson pretende di sostituirsi al narratore dando il suo contributo al conflitto fra il racconto e la commedia.

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amico del blog

Il video della domenica. Robinson in formato minikolossal. 4′

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https://youtu.be/Af4Tfiy35MA

Questo è un video che hanno visto in pochissimi e che nessun altro vedrà, a parte gli amici del nostro blog; lo ha realizzato Francesco Ghisi lo scorso anno per proiettarlo in occasione della conferenza stampa del Teatro Piemonte Europa, il nostro produttore. Ve lo proponiamo come invito allo spettacolo che debutta il 26 maggio a Torino.

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Diario dall’isola di Robinson, pagina 6. La Segretaria e l’Occhiellatrice

sallyMentre questi fogli virtuali vanno ammucchiandosi, mi accorgo che il diario dall’isola continua ad occuparsi di questioni marginali. Mi piacerebbe che si avventurasse nelle regioni, se non proprio della teoria, almeno della poetica ma c’è sempre qualche urgenza d’altro genere che s’impone. Oggi è di scena l’occhiellatrice, una macchinetta molto semplice a vedersi ma, sembra, piuttosto difficile da manovrare. In pratica, essa produce dei buchi nei quali vengono incastonati quegli occhielli metallici che consentono di far passare delle corde senza che i tessuti si strappino. Senza l’occhiellatrice, e soprattutto senza un manovratore specializzato, non si può montare lo schermo; senza schermo, non si proietta il film, senza il film, viene meno il racconto per immagini col quale De Foe cerca di convincere l’editore Taylor a pubblicare il suo romanzo ancora da scrivere. Come sempre, nella costruzione di uno spettacolo, i dettagli sono decisivi.
Ripenso all’occhiellatrice mentre provo con Giulia Accatino, alla quale è affidato il personaggio della segretaria Sally, una battuta apparentemente semplice: “Signor Taylor, c’è un signore”, che annuncia l’ingresso in scena di Defoe. Da un punto di vista funzionale, è una battuta quasi inutile; Defoe potrebbe entrare in scena senza essere annunciato, con un passo, ma quella frasetta ha una funzione strategica, è una delle molte battute che proiettano l’azione scenica nella dimensione della commedia che è il contrappeso necessario al racconto (cinematografico e verbale) che si va sviluppando con varie modalità sul palcoscenico. Su questa insulsa battuta grava una responsabilità sproporzionata alla sua lunghezza , me ne rendo conto quando la piccola Sally mi chiede come la deve eseguire. Mi verrebbe da dirle: “Dev’essere chiaro al pubblico che la tua battuta è una costola appena tratta dalla vecchia carcassa del teatro”, ma so che non è una risposta, quindi ci addentriamo nella nebbia delle intenzioni: “Forse lei gliela dice con un po’ di acredine, visti i trascorsi burrascosi col principale?”; “Forse la pronuncia in modo un po’ svagato perché sta pensando all’avventuretta della scorsa estate col signor Taylor?”
Tutto sommato, è meno complicato il problema dell’occhiellatrice.


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Diario dall’isola di Robinson, pagina 5. Un prequel, anzi due

nuova eleni con casa

 Il prequel è diventato una risorsa (forse un genere) per un mercato cinematografico e televisivo che, volendo andare sul sicuro, si appoggia su personaggi che vivono, per così dire, un’esistenza collaudata dal tempo. Hannibal Lecter e Norman Bates sono solo due dei numerosissimi personaggi nelle cui esistenze del tutto ipotetiche si è andati a frugare (fantasticare) ricostruendo chi fossero “prima”. Anche il nostro Robinson ha qualche parentela col prequel: nella nostra riscrittura scenica, Daniel De Foe cerca di vendere all’editore Taylor il soggetto del suo romanzo, ma raccontare un romanzo che ancora non esiste è impossibile, così l’autore, costretto dal bisogno di denaro e dalla fretta,  cerca rendere più efficace il suo racconto proiettando un film che dovrebbe rafforzare la sua narrazione. Ma qui scatta un altro prequel non previsto (cose che succedono, sulla scena, dopo Pirandello): uno  dopo l’altro,  compaiono anche i genitori di Robinson che si ritengono i legittimi detentori della storia del loro figliolo; entrano dunque a gamba tesa nel racconto che De Foe tenta faticosamente di mettere in piedi; il romanzo si sfilaccia e diventa commedia. Proprio in omaggio alle convenzioni della commedia (con qualche sconfinamento nel varietà), i ruoli dei due genitori sono affidati a un’unica interprete, Eleni Molos, che avrà il suo da fare per entrare e uscire (letteralmente) dai panni femminili e e maschili. C’è anche un finale impossibile che accomuna i due personaggi, ma quello proprio non ve lo diciamo, dovete venire a vederlo a teatro.

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Diario dall’isola di Robinson, pagina 4. La maionese

roberto e massimo in prova

La sala prove è piuttosto buia; c’è qualche riflettore ma non è puntato, e una luce generica, approssimativa rischierebbe di sbiadire ulteriormente il film col quale si misurano gli attori, quindi lo si tiene spento e ci si aggira in una mezza penombra. Durante le prove di uno spettacolo si attraversa sempre una fase lattiginosa: una sostanza che non è né liquida né solida,  come una maionese che deve ancora rassodarsi. Il gusto corrisponde ma non la si può servire in tavola così, quindi bisogna continuare a lavorare col mestolo. Ci si aggira dunque nella penombra e si finisce per abituarsi a questa atmosfera dimessa. Da qualche giorno sono arrivati alcuni panchetti grigi. Sono già quelli di scena. Sembra impossibile, ma la presenza di elementi scenici, pur così dimessi, ha prodotto un effetto benefico, è stato come mettere un piede nello spettacolo reale, quello che per ora è solo un’ipotesi.
La foto ritrae, da sinistra a destra, Roberto Accornero e Massimo Giovara, rispettivamente l’editore Taylor e Daniel De Foe. Sullo schermo, il nostro Robinson Crusoe, Paolo Brunati: seduto sulla spiaggia della sua isola, scrive: forse il diario della sua solitudine, forse prende appunti su ciò stanno dicendo di lui il suo autore e il suo possibile editore. Guardando la foto, mi viene da pensare che c’è molta carta in questa immagine; i copioni degli attori sono caduchi, scompariranno quando saranno sorretti dalla memoria ma Robinson, fissato nelle immagini del video, continuerà a scrivere le sue pagine che nessuno leggerà.

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Scarabocchi d’autore. I GATTINI DI MALRAUX

unnamedimageAccoppiata imprevista, e invece. Niente a che vedere con i felini zuccherosi che oggi spopolano sul web invadendo anche le pagine facebook dei politici meno carezzevoli.
Scopriamo un lato imprevisto di un autore molto serio: un libro recente e curioso ci racconta che l’André Malraux politicamente impegnato che combatte in Spagna a fianco dei repubblicani e poco dopo si unisce alla Resistenza francese, si schiera con de Gaulle, diventa Ministro della Cultura e lo rimane per tutto un decennio, quello stesso Malraux nei momenti di quiete impugna una matita e si mette a disegnare animali di ogni sorta. Pochi tratti accennati, spesso una didascalia, ed ecco che prendono forma felini dai connotati buffi e dai nomi ancora più balzani (il gatto melomane, l’Omero dei gatti, il diavolo dei gatti…) ma anche demoni dall’aria ben poco temibile, volpi che hanno preso la scossa, serpenti dalla faccia perplessa, scoiattoli-pipistrello, maschere, elmi, fantasmi…
Schizzi veloci su foglietti sparsi che l’autore lascia in giro per casa, regala ai famigliari, semplicemente dimentica. Ma anche scarabocchi in luoghi meno ortodossi: succede allora che sul frontespizio di una copia di La condition humaine, che nel 1933 vince il prestigiosissimo Premio Goncourt e ad oggi è un caposaldo della letteratura engagée, campeggino belli sorridenti un ragno e un polletto.

Roberta Sapino

Marie-Josèphe Guers, L’univers farfelu d’André Malraux, Éditions du Chène

 

Diario dall’isola di Robinson, pagina 3. IL MITO IN FIGURINA

diario completo di marchirobinson_crusoe

 

 

 

 

 

Le figurine, quelle che si comprano ancora oggi dal giornalaio, sono piccoli strumenti comunicativi che producono un circuito comunicativo mitico. Erano mitici i calciatori delle famose figurine Panini, per i quali quel cartoncino colorato rappresentava una sorta di biglietto d’ingresso in un’eternità a tempo determinato. Robinson Crusoe, nella conoscenza dei più, è un mito letterario che vive separato dal libro che lo ha generato. In pratica, dell’infelice naufrago si ricorda soltanto la vecchia iconografia: il suo cappello e il suo ombrello da sole fatti di pelo (ma doveva avere un caldo terribile!), il suo sodalizio con Venerdì e poco altro. Anzi, niente altro, direi, anche senza aver fatto un’indagine sociologica a riguardo. Un mito senza corpo è un’ottima occasione per una riscrittura, e non ce la siamo fatta scappare. Lo spettacolo parte da un prequel, si direbbe oggi: il malandato De Foe, bisognoso di denaro più del solito, affronta di petto il libraio editore Taylor con la proposta di un romanzo del quale fornisce solo il soggetto: se il plot piace, lo scrittore procederà alla stesura velocemente – dopo un adeguato anticipo, s’intende. E qui sorgono le difficoltà: all’editore Taylor il soggetto non dispiace, pur con qualche riserva, ma non sarà un po’ noioso questo naufrago tutto solo in un’isola senza molte attrattive? Insomma, bisogna andare a vederci dentro, a questo romanzo non ancora scritto. Bisogna, purtroppo, improvvisare. De Foe si è premunito, ha girato un filmino alla buona, in bianco e nero, che dovrebbe rendere l’idea. Ma un film può rendere conto di quella che sarà la scrittura di un romanzo che non esiste ancora? Incomincia l’avventura fra le spire di una narrazione che s’imbatte in molti incidenti. Il resto ve lo racconteremo nelle prossime puntate (non integralmente, s’intende). 

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(segue)

Il video della domenica. KEIICHI TANAAMI, OH, YOKO!

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I due si conoscono il 7 novembre 1966, a una mostra d’arte. L’amore fra la giovane artista che espone le sue opere, Yoko Ono e il già famoso visitatore, John Lennon, scoppia, secondo i biografi, a prima vista. La notizia è di quelle che fanno il giro del mondo, anche senza la risonanza della rete. La storia d’amore si decanterà in numerosi e a volte clamorosi capitoli: le rotture coi rispettivi coniugi; l’incrinarsi del rapporto fra i Beatles (per colpa, appunto di Yoko, sostiene Paul); il sequestro di John da parte di Yoko che, si dice, gli impedisce di comparire in pubblico per anni…
Riletta a distanza di tempo, quella storia d’amore ha perso i caratteri di eccezionalità che i fan dei Beatles vollero attribuirle e appare fatalmente come un mito un po’ stanco. Lo celebra questo video di Keiichi Tanaami – Oh, Yoko!, (1973) – con un rituale pop irreprensibile e rigoroso come una messa cantata di Natale, con i chierichetti freschi di barbiere, in veste rossa e cotta bianca ornata di pizzo.

QUANDO L’ESSERE DIVENTA INSOSTENIBILE. MILAN KUNDERA

unnamedL’insostenibile leggerezza dell’essere è il romanzo in cui Milan Kundera struttura su più livelli un’analisi profonda e disincantata dell’esistenza: la vita, la morte, l’amore, la necessità e la scelta, la libertà, la leggerezza e la pesantezza, la menzogna e la verità dell’essere. L’autore scava nell’animo umano, decostruisce la coscienza collettiva, così nella sezione sesta del suo romanzo, intitolata La Grande Marcia, ci svela la dinamica di un potere che non si manifesta più nel fanatismo di un’ideologia o nel delirio di onnipotenza, ma si insinua e si radica sul conformismo delle persone:
“Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera giusta, che l’essere è buono e che è quindi giusto moltiplicarsi. Chiamiamo questa fede fondamentale accordo categorico con l’essere. Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, […] il disaccordo con la merda è metafisico [..] l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 268)
Dunque l’imperativo diventa seguire la norma esterna e l’arte che glorifica il potere non può ritrarre ciò che non si conforma, deve cantare la bellezza di ciò che il potere rappresenta, è l’accordo categorico con l’essere. Ma il Kitsch non è solo gusto artistico, diventa pervasivo, assume una prospettiva politica ed etica poiché è la volontà del bello e dell’armonia a tutti costi e offusca il bene; è un potere che indossa una maschera di bellezza e si esercita attraverso il male conforme alla legge:
“Il Kitsch comunista. Il suo modello è la cerimonia detta del primo maggio. […] Quando il corteo si avvicinava alla tribuna centrale, anche i visi più annoiati si illuminavano di un sorriso, come a voler dimostrare di essere doverosamente contenti o meglio di essere doverosamente d’accordo.” (Ivi, p.269)
Il Kitsch impone il proprio senso di armonia nei confronti del mondo come universalmente condiviso, il potere, specie se totalitario, vuole un soggetto che non ha dubbi, che non pone domande: ogni espressione di individualismo, di ironia, è bandita dalla vita e il Kitsch assume così il carattere di una scelta ontologica perché è un modo di pensare all’essere come negazione della realtà, un paravento che nasconde la morte. Kundera “smonta” le figure negative e smaschera la vera funzione del Kitsch:
“La parola d’ordine non scritta e tacita non era -Viva il comunismo!- bensì -Viva la vita!-. La forza e l’astuzia della politica comunista consistevano nel suo essersi appropriata di quella parola d’ordine. Era appunto quella stupida tautologia a trascinare nel corteo comunista anche coloro che alle tesi del comunismo erano indifferenti”. (Ibidem, p.269).
La più banale delle tautologie toglie dal campo del giudizio ciò che ha di inaccettabile la vita.
Come lottare contro il Kitsch? Per Kundera la dissidenza non basta, perché spesso chiude una ferita che invece deve rimanere aperta tra le uniche due istanze autentiche: nascere e morire, allora è la costante e difficile, poiché pesante, disidentificazione da quelle variabili che caratterizzano l’identità che ci permette di giungere alla verità.

Monica Daccò

I tormenti di un grande fotografo, NADAR E I FACCIONI ELETTORALI

bakunin giorgioneQuelle faccione giganti che spuntano in città in periodo di campagna elettorale, e poi per ringraziare gli elettori se si è vinto e rassicurarli se si è perso, e a Natale per fare gli auguri e ricordare che a breve la campagna ricomincia, e poi ancora in periodi non sospetti, ecco tutte quelle facce ugualmente tondette, lucide di trucco e filtri in ugual abbondanza, tutte quelle facce su mezzibusti-bellimbusti incravattati che ti guardano sorridenti e mansuete mentre sei in coda al semaforo, ecco quelle facce lì, con il loro bel logo del partito in basso a destra, a me hanno sempre, indiscriminatamente, fatto pensare a Gerry Scotti che mostra orgoglioso il suo chilo di risochenonscuoce.
Che poi questa storia del “metterci la faccia” è cosa vecchia come la fotografia stessa visto che già Nadar, più di un secolo fa, si scandalizzava nel trovarsi sulla scrivania, tra una lettera di Monet e un qualche esperimento sul quale lavorare, il volto di un politico che lo fissava. E dire che lui ha ritratto figure di tutto spessore come Bakunin ma anche re, principi e ministri, personaggi che dietro ai baffoni avevano un contegno tutto loro, un rigore un po’ impettito, al massimo affettatamente altero: chissà se davvero lui e Niepce, a immaginare le facce tonde e inceronate che sarebbero seguite, si sarebbero rifiutati di progettare un’arma pericolosa come la fotografia.

Roberta Sapino

Volete uno straordinario esempio d’infatuazione maschile spinta alla follia? Quale dimostrazione più esplicita, dell’inspiegabile incoscienza di certi candidati, politici di professione che hanno escogitato, come supremo, decisivo mezzo per il successo, di inviare agli elettori la loro fotografia, la loro immagine di mercanti di parole? Quale potere attrattivo possono sperare di avere questi individui nei loro volti vergognosi, che esibiscono tutte le bassezze, tutte le porcherie umane, da cui trasudano la turpitudine, l’ignominiosa menzogna, e tutti i tratti fisiognostici della doppiezza, della cupidigia, del peculato, della depredazione?
[…]
E se avesse previsto l’ultimo colpo di coda di questa applicazione, Niepce non avrebbe fatto marcia indietro?

 Maurice Nadar, Quand j’étais photographe, Actes Sud

EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO? (2)

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Assecondando la richiesta di alcuni amici del blog, pubblichiamo una seconda tranche del “Perché scrivo?”, di Eugène Ionesco, sperando di fare cosa gradita a molti altri.

Quando ero alla scuola comunale, i “grandi” del corso medio mi dicevano che si davano loro da fare compiti strani, e difficilissimi: alcuni temi da svolgere. Si chiedeva loro di scrivere racconti e qualche volta di trattare argomenti liberi. Rimasi turbato e mi dicevo che in effetti doveva essere molto duro, ma molto bello. Avevo fretta di poter provare. Per la maggior parte dei miei compagni, questa era la fatica peggiore. Per me aveva qualcosa di misterioso. Finalmente, l’anno dopo, essendo passato dalle elementari alle medie, fui messo alla prova del tema. C’era appena stata la festa del villaggio. Ci venne chiesto di raccontarla. Io raccontai la festa di un villaggio immaginavo, con alcuni dialoghi. Ebbi il miglior voto e il maestro lesse il mio tema ad alta voce davanti a tutta la classe. E lo impressionava sopra tutto il fatto che il racconto era dialogato, contrariamente a quello di tutti gli altri. Il maestro si congratulò con me per avere inventato il dialogo, che, mi disse, del resto era già stato inventato da tempo. Feci molti temi in seguito, con la stessa gioia. Siccome a scuola non ce ne davano da fare abbastanza, scritti qualche storia per me stesso. Posso dire ci essere scrittore dall’età di nove anni, cioè da sempre. Scrittore nato. Ma non sono mai stato capace di fare  una cosa differente dalla letteratura. La letteratura mi ha dato molto piacere, il mio e quello degli altri. Mi sono messo ad amare anche i quadri e amo ancora i quadri aneddotici, per esempio, quelli di Brueghel, in cui ci sono delle kermesse con molta gente, quelli di Canaletto, in cui anche si vede molta gente che passeggia, irreale, nella irreale città di Venezia, tutta una vita, tutto un universo preso nella realtà e diventato immaginavo, e poi gli interni olandesi, e poi i ritratti antichi, in cui la quantità della pittura si accompagna alla qualità documentaria, umana. Sì, sì, c’è tutto un mondo di cui non si sa se è vero o falso, un mondo che mi dava quasi una sorta di grandissima nostalgia per le cose che sarebbero potute essere o che sono state e che non sono più, come universi proposti o defunti. E io facevo letteratura per proporre a mia volta altri mondi possibili. Proprio nell’infanzia dunque ho avuto il piacere più puro di scrivere e la mia vocazione si è manifestata. Il miracolo del mondo era tale che non solo ne ero abbagliato, come vi ho detto, ma volevo imitare il miracolo e fare altri piccoli miracoli. Fare creazione.

Eugène Ionesco, in “Antidoti”, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro

 

Il video della domenica. La coppia sottosopra. TIMOTHY RECKART, HEAD OVER HEELS

cortohttps://vimeo.com/54228768
 a cura di Francesco Ghisi

Lui se ne sta coi piedi per terra, lei li tiene ben saldi sul soffitto, a testa in giù. E’ inutile aggiungere che non ci sono molti contatti fra i due coniugi. Ma un giorno… un giorno l’incomunicabilità esce da questa pur trasparente metafora e succede qualcosa. 

E a pranzo e a cena, una zaffata di fogna

Schermata 2015-04-25 alle 19.48.24https://www.youtube.com/watch?v=NZw6FqqgxEk

Une delle regole che governavano la vita quotidiana delle oneste famiglie di un tempo era: A pranzo e a cena non si guarda la tv. Sembrava che il precetto mirasse solamente a salvaguardare l’integrità del desco, la condivisione, il dialogo fra le generazioni: nel tempo, esso si rivela più che mai attuale e salvifico, soprattutto se, come capita da alcuni giorni, esattamente all’ora di pranzo e di cena (13.30 e 20.30) si viene aggrediti, mentre si sta per affrontare la pastasciutta o la zuppa, da uno spot mefitico. La scena rappresenta, un studio arredato con mobili lignei, solidi, illuminate da luci calde. Seduto in poltrona, una sorta di amico di famiglia, in giacca e panciotto tricottato all’anglosassone. Il personaggio, suo malgrado, non è del tutto limpido: i capelli grigiastri, lunghetti e accuratamente trasandati, i baffi troppo lunghi che coprono il labbro superiore e che non si può fare a meno di immaginare fluttuanti nel bicchiere mentre l’uomo beve un sorso di vino, parlano di un tipo che potrebbe tentar di esorcizzare la vecchiaia ricorrendo a pratiche anche inquietanti. Il signore in poltrona impersona uno psicologo, lo si dovrebbe desumere dal fatto che parlando si accarezza le labbra con una stanghetta degli occhiali. Le prime battute ci immettono nel cuore del problema, si tratta di una crisi matrimoniale per la quale il terapeuta ha già pronta la diagnosi: non si tratta di affiatamento ma di fiato, sì, di  zaffate disgustose che emanano dalle bocche-cloaca dei due coniugi. Lo psicologo si trasforma in nutrizionista: è colpa della cattiva alimentazione, con la dieta giusta, l’armonia tornerà a regnare fra marito e moglie. Colpo di scena con uno stacco sulla coppia in crisi: sono un cane e un gatto. Il cane uggiola, in preda allo scoramento. Stacco. Il terapeuta, improvvisamente simile a Mefistofele (provate a soffermarvi sul fotogramma), impugna due sacchetti di alimenti che, ristabilendo un’alimentazione corretta, depureranno anche l’alito mefitico dei due coniugi animali.
Venendo a noi umani che sconsideratamente ignoriamo le regole dei genitori e consumiamo il nostro monopiatto solitario davanti al televisore, queste disgustose fiatate che il dottor Satanello evoca, rovinano anche quei pochi bocconi che avevamo messo in preventivo: giusta punizione per chi ha dimenticato le regole dell’epoca prototelevisiva, ma forse la pena è sproporzionata all’infrazione.