Il video della domenica. 1954, LA PRIMA FINALE IN TV. LA FINE DELLA SQUADRA D’ORO

Senza titolo-1 grande

https://www.youtube.com/watch?v=ejNVSjeIr9E

Il primo miracolo l’aveva compiuto la tecnologia che aveva imprigionato le immagini in una scatola – anzi in pochissime, molto costose, che solo certi nuovi ricchi possedevano, quelli più stagionati e blasonati se ne guardavano: “mettersi il mondo in casa” era una frase a effetto, ma poi non si sapeva chi sarebbe entrato (un casino, insomma, anche se allora non ci si esprimeva così), quindi il mondo poteva starsene dov’era sempre stato, e quando uno aveva voglia di incontrarlo bastava che prendesse l’automobile e andasse a farci un giro.
Nel 1954, la televisione italiana incominciò la sua colonizzazione. I rari televisori, nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici o In qualche abitazione di un pioniere facoltoso, radunavano folle considerevoli di passanti e di condomini, nonché di inquilini poveri ma giudicati meritevoli che si allineavano in piedi lungo le pareti dei soggiorni manifestando una controllata euforia per quell’imprevisto lampo di socialismo umanitario.
Il secondo miracolo lo fecero i mondiali di calcio, nello stesso anno. I poveri (ancora loro) e la piccola borghesia (che riusciva ad arraffare qualche sediola) facevano mentalmente i calcoli di quanto sarebbe costato l’ingresso in uno stadio svizzero, e ringraziavano i padroni di casa, il Progresso, forse anche il buon Dio, per quel dono che veniva recapitato gratuitamente a domicilio attraverso l’etere, che qualcosa col buon Dio doveva aver pure a che fare.
Il terzo miracolo lo fece la squadra della Germania Ovest che batté in finale l’Ungheria per tre a due. La faccenda non era priva di complesse striature emotive e ideologiche: i tedeschi erano il baluardo dell’Occidente contro il comunismo, ma la guerra, terminata da nove anni (un battito di ciglia) aveva lasciato molti strascichi; si scrutavano i turisti che sull’Adriatico venivano a ingurgitare pesciolini fritti e di vinello frizzante chiedendosi quanti anni avesse nel 1945 quel signore grasso e cotto dal sole; nell’incertezza si ricorreva alla fisiognomica e si finiva per dire che aveva una faccia da SS.
L’Ungheria era fortemente legata all’Unione sovietica ma la sua nazionale era composta da artisti del pallone, e per gli anticomunisti si trattava di un ma importantissimo perché pareva loro che quei calciatori funamboli (Puskas, Kocsis, Hidegkuti e tutti gli altri)  rappresentassero una protesta vivente, forse un antidoto al totalitarismo; per di più, durante il Fascismo c’era stata una forte circolazione di autori ungheresi melanconici e vellutati che avevano alimentato i sogni delle giovinette e i rimpianti delle loro madri.
Doveva dunque vincere l’Ungheria, cioè la fantasia magiara contro l’ottusa possanza atletica dei crucchi,  l’estro contro lo schema, il violino tzigano contro l’organo di Barberia.
Non andò così, e questo fu il terzo e doloroso miracolo. La Germania Ovest vinse rocambolescamente e crudelmente; molti dissero poi che la vittoria fu rubata, pilotata e anche drogata, ma le ricostruzioni e le accuse non poterono rimettere sul piedistallo la squadra che traeva la sua invincibilità dalla bellezza. Quella tranche di mondo che era “entrata nelle case” aveva distrutto un mito celebrato dalla letteratura giornalistica (chi aveva mai visto una partita dell’Ungheria, prima di quelle dirette televisive?). Fu un piccolo dramma sentimentale collettivo. Due anni dopo, nel 1956, un dramma di altra portata si sarebbe consumato a Budapest..

Valentino Zeichen

zeichen magrellihttp://www.repubblica.it/cultura/2016/07/05/news/e_morto_valentino_zeichen-143483853/

Il poeta

Presumibilmente,
sembro un poeta di alta rappresentanza
sebbene la mia insufficienza cardiaca
ha per virtù medica il libro «cuore».
Abito appena sopra il livello del mare
mentre la salute, la ricchezza, la purezza
e gli sport invernali
straziano oltre i mille metri.
Perciò mi ossigeno respirando l’aria
dei paradisi alpini
così arditamente fotografati
dagli scalatori sociali
nonostante la pericolosità dei dislivelli.

Gli impeccabili. L’ombra di Flaiano, sessant’anni dopo

Schermata 2016-06-29 alle 13.09.37.pnghttp://www.notixweb.com/v-raggi-ha-compiuto-un-gesto-senza-precedenti-neanche-una-riga-sui-giornali-guardate-cosha-fatto/

Forse il Diavolo, più che nei dettagli, si nasconde, maligno com’è, negli aggettivi – che proprio dettagli non sono, lo dico per esperienza personale: a volte, durante la stesura di un post, mi rendo conto che l’aggettivazione sta diventando un po’ tropicale ma lascio correre, confidando nell’indulgenza degli amici del blog e nel curioso rapporto pubblico/privato che con essi si è venuto stabilendo.
Invece per il giornalista gli aggettivi sono dettagli (?) decisivi. Ne ho raccolto uno, piccolo e all’apparenza innocente, ma dal profumo penetrante come quello dei piccoli fiori di tiglio che annunciano l’estate. Anche l’aggettivo di cui parlo annuncia forse una stagione, chi lo può dire? – spicca, pur minuscolo, in mezzo al praticello di una cronaca che registra un gesto “straordinario” della neosindaca di Roma, Virginia Raggi. La fresca prima cittadina dell’Urbe (gli effetti del tiglio sono contagiosi) “Ha partecipato alla celebrazione del 36esimo anniversario della uccisione del sostituto procuratore di Roma freddato nel 1980 dai Nar in Viale Jonio”; il giornalista, colpito dall’originalità del gesto, si entusiasma e se la prende coi media troppo distratti. Purtroppo la sua cronaca passa subito dall’inedito al frusto del luogo comune: “In impeccabile tailleur pantalone blu scuro, sguardo compito ma sorriso pronto per chi l’avvicinava tra cittadini e sostenitori…”. Ecco il fiorellino: quell’”impeccabile” profuma di zelo, di rispettabilità, di febbricitanti e modeste aspettative che ci auguriamo riguardino solo l’articolista e non la destinataria del letterario omaggio. Vogliamo credere che Virginia Raggi, quella mattina, dopo la toilette, abbia semplicemente scelto un abito adatto alla cerimonia e che l’”impeccabile” l’abbia aggiunto il poeta, nel quale si riverbera l’impietoso ritratto dell’aspirante giornalista che Ennio Flaiano tracciò nel 1956:

Esami di giornalismo:

« Lei è cronista ? Mi dica qualcosa della Testimone».
«Indossava un abito di seta viola con borsa e guanti neri e scarpe alte di camoscio ».
«E il Presidente ?»
«Il Presidente è sceso dalla sua Fiat 1400, targata Roma 179553».
«E l’Avvocato?»
«Indossava un vestito grigio scuro di flanella con cravatta nera ed è sceso dalla sua Fiat 1100 grigio-latte targata Roma 182100».
«Passiamo allo sport. Descriva liricamente qualcosa ».
« La difesa è un sol uomo, un sol cuore, annienta se stessa nello spasimo di un finale che brucia e travolge».
«Sia lirico e patriottico»
«Undici macchie azzurre, centomila cuori che dagli spalti gridano nel solenne tramonto un sol nome: Italia! ».
«Sia lirico e pessimista».
« Il sole si nascose tra le nubi quasi temesse di turbare con la sua presenza la mesta cerimonia ».
«Sia lirico e ottimista».
«Verso la fine della mesta cerimonia un timido sole invernale squarciò le nubi, quasi a porgere il suo estremo saluto».
«Bene. Torniamo alla cronaca. Se avessi un amante, che cosa sarei?».
«Un maturo Don Giovanni».
«E se fossi anche povero?».
«Un Don Giovanni da strapazzo ».
«Chi era Don Giovanni?»
«Un prete, immagino».

Ennio Flaiano, Diario notturno, Bompiani

 

 

Il costo delle salme

Naufragio 2015, recuperato relitto, i morti furono circa 700
Naufragio 2015, recuperato relitto, i morti furono circa 700

ANSA. E’ stato recuperato il relitto dell’imbarcazione inabissatosi il 18 aprile 2015, nel naufragio in cui morirono circa 700 migranti, considerata la più grande tragedia nel Mediterraneo fra i viaggi della speranza, a largo della costa della Libia.

Una domanda ricorre, insistente, fra gli ascoltatori di Prima pagina (Radio tre): “Ma i soldi per il recupero delle salme, chi li mette?”

Antonella Anedda
Exilium = 0-2014

…plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli.
Tacito, Historie

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale,
allora studio – cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre,
un manuale dove le vittime
………………………………………….
continua a leggere su “Le parole e le cose” https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/155a021fce9b9bf8

 

Quando i filosofi raccontano storielle. SLAVOJ ŽIŽEK, PER DECENNI FRA I LACANIANI…

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Per decenni fra i lacaniani è circolata una barzellette per esemplificare il ruolo chiave del sapere dell’Altro: un uomo che si crede un chicco di grano viene portato in manicomio, dove i dottori fanno del loro meglio per convincerlo che non è un chicco di grano ma un uomo; tuttavia, quando viene curato (e convinto che non p un chicco di grano ma un uomo) e dimesso, subito torna indietro, tremante e molto spaventato – c’è un pollo fuori dalla porta ed egli ha paura di essere mangiato. «Mio caro amico», dice il dottore, «tu sai perfettamente di non essere un chicco di grano bensì un uomo». «Certo», replica il paziente, «ma il pollo lo sa?».
Questa è la vera posta in gioco del trattamento psicoanalitico: non è sufficiente convincere il paziente della verità inconscia dei suoi sintomi: l’inconscio stesso deve essere indotto ad accettare questa verità. Non vale forse lo stesso per il feticismo della merce marxiano? Possiamo immaginare un individuo borghese che fa un corso di marxismo dove gli viene insegnato il feticismo della merce; dopo il corso, però torna dal suo insegnante, lamentandosi i essere ancora vittima del feticismo della merce. L’insegnante gli risponde: «Ma ora sai come stanno le ose, che le merci sono solo espressioni di relazioni sociali, che non c’è niente di magico in esse!», e l’allievo: «Certo che lo so, ma le merci con cui ho a che fare non sembrano saperlo!» È a questo che Lacan mirava quando affermava che la vera formula del materialismo non è «Dio non esiste», ma «Dio è inconscio».

Slavoj Žižek, 107 storielle di Žižek, Ponte alle Grazie

Il video della domenica: le innocenti signore britanniche. ALEXANDER MACKENDRICK, LA SIGNORA OMICIDI. 1’20”

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L’anziana e rosea Louisa Wilberforce prende a pigione un sedicente professore e i suoi quattro amici che stanno preparando una rapina spacciandosi per componenti di un quintetto impegnato nelle prove del celeberrimo quintetto di Boccherini in Mi maggiore op. 11 N.5 (che ricorre ossessivamente come pregiata copertura delle losche attività dei banditi.) I furfanti, scoperti, progettano di far fuori la signora, ma presi dal panico muoiono uno ad uno, con fantasiose combinazioni mortifere. Il cast è notevolissimo, anzitutto per la presenza di Alec Guinness e del giovane Peter Sellers, ma anche per la delicata grazia di una Katie Johnson che ci riconcilia momentaneamente con le anziane signore britanniche.

(link per il film intero, molto consigliabile: https://www.youtube.com/watch?v=UwVAtqmqZzA)

La danza delle anime in rete

imageMolti anni fa, una volonterosa intervistatrice, pose a Luca Ronconi la canonica domanda: “Lei pensa che fra televisione e teatro sarebbe augurabile un rapporto virtuoso? La televisione potrebbe essere utile al teatro per diffonderlo presso un pubblico più vasto, per avvicinare i giovani, ecc…”Alla quale Ronconi rispose: “Non saprei, mi sembra che ci sia già tanta televisione nel nostro teatro”.
Questa frase mi è tornata in mente, poco fa, mentre ascoltavo un’intervista di Alessandra Tedesco a Massimo Bisotti nel corso della trasmissione “Il cacciatore di libri” (Radio 24). Alessandra Tedesco è una giovane conduttrice sorretta da una vitalità inossidabile; le sue interviste sono animate da un entusiasmo interiore e misterioso che non si può spiegare se non con una ammirazione stupefatta e commossa nei confronti di tutto ciò che è stampato, simile a quella che dovette cogliere Gutenberg di fronte alla nascita della sua prima e ancor umida Bibbia. Alessandra interpreta il suo ruolo di cacciatrice di libri con uno scrupolo che non le consente discriminazioni riguardo alla selvaggina, così subito dopo Jonathan Coe questa mattina ha incontrato Massimo Bisotti che, lo confesso, non conoscevo – e credo di essere uno dei pochi, visto che si tratta di un blogger che conta centinaia di migliaia di fan e che di conseguenza è approdato in casa Mondadori. Durante l’intervista Alessandra ci informa che Bisotti ha fatto breccia nel cuore dei suoi lettori in rete con gli aforismi (“Così come una volta si leggevano gli aforismi di Oscar Wilde, oggi si leggono quelli di Massimo Bisotti”), e non c’è da meravigliarsene perché l’aforisma è la forma aurea, il piccolo Sublime a cui tende la rete; non a caso aprendo la schermata di Facebook la prima cosa che si legge è la domanda “a che cosa pensi?”. Le ragioni per cui i pensieri di Bisotti trovino tante risonanze in tanti lettori sorpassano le mie capacità di analisi, quindi mi affido all’interpretazione che ne dà la rete: “Bisotti riesce a scavare dentro il suo cuore e quello del lettore e metterli in comunicazione, creando un contatto di anime che si mettono a nudo”. Poteva resistere Mondadori a questo consesso di anime nude danzanti?
Ritornando a Ronconi che ricordavo all’inizio, c’è sempre più Facebook nella nostra editoria, e non solo per quanto riguarda Bisotti.

Io, te e quella macchiolina di caffè

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Per quanto ne so, ed è un sapere malfermo, le macchie di fango sono meno rognose di quelle di caffè; se non ci si lascia prendere dal panico, il fango, una volta seccato, lo si può lavare o anche solo tranquillamente spazzolar via; l’anima del caffè è, invece, maligna: hai voglia a strofinarlo col sapone prima di mettere il capo in lavatrice, rimane sempre quell’alone marroncino che magari a prima vista non si vede ma che spunta fuori sul vestito candido nel momento meno opportuno – poniamo, ad esempio, mentre una sindaca che ama giustamente le vesti candide che fanno risaltare la chioma bruna e gli occhi lucenti, si presenta sotto i riflettori della passerella mediatica. Il movimento 5 stelle lamenta di essere stato attaccato dal fango durante la sua galoppata trionfale dei ballottaggi, ma era inevitabile, direi: il fango sta alla galoppata (specie se impetuosa) come come gli escrementi stanno al cavallo: sono ingredienti che impreziosiscono l’impresa – tanto che risulterebbe poco credibile o addirittura sospetto il cavaliere che portasse a compimento la missione senza nemmeno un filo di polvere addosso (i malfidati incomincerebbero a sussurrare: “Non avrà mica preso il taxi, quello? E dire che l’ho votato”). La macchiolina di caffè, invece, non ha nulla di eroico, rinvia a una dimensione domestica, borghese, magari al gesto di un marito sbadato che inciampa e le imbratta il vestito proprio mentre lei sta per uscire, ed è tardi, perché il popolo e le telecamere aspettano, e l’altro vestito bianco è in tintoria; non cade il mondo, certo, se lei mette quello acquamarina, ma quello bianco aveva tutt’altro significato simbolico, mannaggia! “Io l’ammzzerebbe, quello!”, pensa lei, ma non ne ha il tempo, la festa è incominciata e non può essere rovinata da una stupida macchiolina. Dunque va, perché non si può ritardare agli appuntamenti con la Storia, ma il retropensiero mordicchia. Fuor di metafora, la lettera pubblica del marito di Virginia Raggi rappresenta quel privato che pretende di fare capolino nel pubblico, e non è una macchinazione dei poteri forti ma un fuoco amico (per così dire) che rivela le insidie di un rasoio mediatico a doppio filo. A meno che non diventi il primo capitolo di una soap opera rétro: pericolosa per un movimento post-ideologico ma non ancora postmoderno.

Il randello post-ideologico e il gioco del “Zò bòt!”

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A Bologna, tanti anni fa, lo chiamavano “Zò Bòt!”. Era il gioco della leadership nell’interpretazione dei monelli di strada, che le famiglie perbene inibivano ai loro figlioli – i quali, dal canto loro, se ne astenevano ben volentieri perché, nonostante fossero un po’ abbienti e un po’ tonti, non erano mica scemi e preferivano guadagnare a sottomuro con le palline o le figurine senza farsi caricare di botte. Il gioco non era tanto diverso da quello che si pratica negli odierni ballottaggi: assai meno strutturato, esso sorgeva spontaneo ogni volta che due leader (di una squadra di calcio improvvisata, di un gruppo di ciclisti estemporanei) dovevano dirimere una questione. All’inizio, i due aprivano una trattativa, breve, diretta, senza tante diplomazie, poi, quando era chiaro che non si approdava a niente, uno dei due diceva: “E alàura, csa staggna d asptèr? Zò bot!”. (“E allora, cosa stiamo ad aspettare? Giù botte!”). Naturalmente, ciascuno dei due leader aveva i suoi supporter sui quali contare nella rissa imminente, ma poiché erano monelli esperti e temprati dalla vita di marciapiede, conoscevano gli umori mutevoli del loro adepti e pur senza aver letto Machiavelli intuivano che gli esclusi dalla leadership avrebbero potuto cambiare bandiera: non per diventare loro stessi leader, che non ne avevano i requisiti, ma per il gusto di sferrare qualche calcio negli stinchi a chi se la tirava troppo. Così, per sicurezza, appena risuonava il grido “Zò bòt!” i piccoli leader incominciavano a tirar schiaffi e calci ai primi che capitavano a tiro. L’ho detto, il gioco del “Zò Bòt!” era infinitamente meno raffinato di quello dei ballottaggi: diciamo che, senza saperlo, quei monelli rappresentavano gli embrioni di quel post-ideologico che oggi viene mostrato come il diamante di una nuova postmodernità nell’astuccio del gioielliere; peccato che nessun osservatore dell’epoca abbia mai perso tempo a scrivere qualcosa su questo antico gioco, oggi ne sapremmo di più e forse ne saremmo vaccinati.

Dall’immigrato al rifugiato, una vertigine di venticinque anni. MARIO FORTUNATO, SALAH METHNANI, “IMMIGRATO”

Schermata 2016-06-18 alle 16.56.06.pnghttp://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/17/giornata-mondiale-del-rifugiato-a-parigi-i-migranti-fanno-gli-chef-per-una-sera-in-cucina-i-sapori-di-terre-lontane/2837262/

Oramai è scritto che ogni cosa debba sempre finire in food (teatro, musica, convegni di filosofi e di matematici, tutti contrappuntati  dalla sinfonietta dei piatti e dei bicchieri, dal gorgoglio dei vini, dallo schiocco delle lingue avide di acquisire chissà quale status sociale e dal tirar su dei nasi convinti che la ricerca dell’organolettico conduca dritto dritto al paradiso dell’aristocratico ). Non sarà tanto facile liberarsi di questa falsa ideologia del cibo: vigliacca e proteiforme come un’anguilla malvissuta, quando t’illudi di averla afferrata e di poterla finalmente finire contro il primo masso a portata di mano, essa trova sempre qualcuno che la coniuga fantasiosamente, rigenerandola: in questi giorni, sul paradigma del rifugiato, un soggetto così tragico e forte da inibire, comprensibilmente, qualunque critica o perplessità.
Dunque ce ne asteniamo e assecondiamo, invece, un’associazione mentale. Che ci porta a un libro pubblicato nel 1991, Immigrato. Il protagonista è Salah Methnani, un giovane tunisino immigrato in Italia per cercare lavoro e una migliore condizione di vita. Tornato in Tunisia per una breve vacanza, dopo una serie di vicissitudini trascorse nel nostro paese, ritrova i luoghi della sua infanzia calati in un’atmosfera nuova, per molti aspetti estranea alla sua nuova condizione, che gli impedisce di recuperare completamente la sua identità precedente e gli fa prendere coscienza, invece, della sua nuova e complessa condizione di emigrante. Il suo racconto viene raccolto da un giornalista de L’Espresso, Mario Fortunato, e pubblicato da Theoria nel 1991. Quando lo lessi, appena uscito, mi parve che quel viaggio andata/ritorno del giovane tunisino, pendolare fra l’Italia e la sua terra d’origine, fosse una porta che, socchiudendosi, lasciava intravedere mondi e pensieri liberamente comunicanti; non potevo certo immaginare che il giovane Salah fosse il primo e l’ultimo esempio di un’individualità ancora raccontabile e che nei decenni seguenti i suoi successori sarebbero diventati numeri di una macabra contabilità.

Per un anno, rimasi in collegio. Avevo nove anni, più o meno. Mio padre e mia madre erano già separati da parecchio. Lui viveva ancora a Tunisi, appena fuori città: aveva una villa e un’amante, credo. Mia madre invece abitava nel quartiere in cui sono nato: a Beb El Djazira. Avevano passato la vita a litigare, non so perché, e così, poco prima che io venissi in questo mondo, lui era andato a vivere da un’altra parte. Lo vidi la prima volta durante la causa di divorzio. Il collegio era a Mateur, a una sessantina di chilometri da Tunisi, nell’interno. Con me c’era anche mia sorella. Ci sentivamo in una specie di esilio, in un limbo. Mio padre veniva a prenderci ogni sabato. Ci portava in città per il fine settimana. Ricordo che aveva una Simca Ariane celeste e che in quell’anno, per la prima volta, sentii parlare dell’Italia. A dire la verità, non sentii parlare proprio dell’Italia: sentii l’italiano. In macchina, mio padre parlava e parlava. Io stavo sempre seduto davanti, accanto a lui; mia sorella dietro. Lui parlava quasi soltanto con me perché io ero il figlio maschio, benché più giovane. Ascoltandolo appena, mi incantavo a guardarmi intorno: mi piaceva fissare quel paesaggio, piatto, ininterrotto: un susseguirsi di vigneti con qualche raro albero. La luce era vuota, pulita. Faceva caldo ma, con il finestrino abbassato, il vento mi scompigliava i capelli dandomi l’illusione di compiere un viaggio lunghissimo. Un viaggio in un Paese lontano, perfino un po’ esotico. Mia sorella a un certo punto si addormentava, o almeno così ci sembrava. E allora mio padre cominciava a farmi grandi discorsi sulla vita e il destino e la responsabilità di essere uomini e cose del genere. Diceva: « Devi essere forte, non devi chiedere niente a nessuno. Devi farti una cultura, studiare, imparare a stare nel mondo ». Poi di colpo balbettava qualche parola in altre lingue. Parlava in francese e anche in inglese. Se la cavava con le altre lingue perché, a quel tempo, lui lavorava spesso con imprese straniere. Era una specie di geometra. Un giorno, su quella strada stretta e piena di buche, mio padre mi insegnò a contare in italiano. Ripeteva: « Uno, due, tre, quattro, cinque… ». Arrivava fino a dieci, si interrompeva un attimo e subito riprendeva. In realtà, credo che non conoscesse altre parole italiane, se non, forse « Grazie» e «Arrivederci ». Ma quel giorno continuava a dire « Uno, due, tre, quattro, cinque… ». Io ripetevo, e ogni volta, ricordo, inciampavo nel dieci. Dicevo: « Diaci ». Proprio non ci riuscivo a pronunciare quella “e”. Non so se davvero quel pomeriggio sia nata in me la voglia di conoscere l’Italia. Non so se un episodio cosi minuto possa servire da spiegazione a scelte e azioni di molti anni dopo. Certo è che da quel giorno, chissà perché, ho cominciato a pensare all’Italia come a un Paese incantato, felice. E ogni volta che, ancora bambino, volevo dimostrare la mia forza e superiorità a un coetaneo, mi mettevo a ripetere quel magico abracadabra: «Uno, due, tre, quattro, cinque…», puntualmente inciampando in quel maledetto «diaci».

Mario Fortunato e Salah Methnani, Immigrato, Theoria

 

Interno 900. Appunti per uno spettacolo in costruzione – 2. Il teatro d’arredamento e i tarli

interno 900 - 2

Aggiornamento della bacheca. L’interno incomincia a delinearsi sommariamente. https://padlet.com/alber_gozzi/o3audxefwcsv

 

Martedì 14 giugno, un aperitivo e la storia di MARIA D’BERLÒC

Questi e molti altri personaggi potrete ascoltare da
Eleni Molos
Martedì 14 giugno
all’aperitivo con Ida Bassignano

Libreria Binaria Book, via Sestriere 34, Torino
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Maria d’Berlòc

Una sera d’inverno che andava a prendere la razione di latte alla fattoria di mare Giuàna, ed era già buio, quel buio che ingoia il profilo conosciuto delle cose, qualcuno l’aveva tirata dentro le stalle tenendole la mano chiusa sulla bocca perché non potesse gridare. Lei era come morta, le avevano sbattuto la testa contro la mangiatoia, forse era svenuta. Quando si era ripresa era sola e sentiva male in tutto il corpo, soprattutto in mezzo alle gambe.

Güstu ciòt

Un omino, dalla testa grossa, gobbo e con le gambe quasi incrociate, che cammina dondolando e spostando a fatica il peso da un’anca all’altra: questi muta l’espressione della faccia schiacciata e rugosa, tesa in un largo sorriso, quasi una smorfia, e diventa di colpo maligno, minacciando con il suo bastone corto e nodoso la bam-bina che corre via urlando.«Güstu ciòt! Güstu ciòt» esplodono gli uomini e gli offrono da bere con l’aria di difendere un loro diritto contro le donne, che, invece, con le facce scure, hanno già cominciato a insultare lo storpio e a cercare di cacciarlo via.

Lola

No: si può andare dai Pès, i contadini che abitano alle spalle del muretto di recinzione degli orti, si può giocare con i cani da pastore e i gatti rachitici dentro il loro cortile, ma a Berlòc non si va. «È lontano» dice vagamente la nonna.
Dopo vari tentativi il tabù si è impresso nella coscienza di Lola: Berlòc resta un luogo indistinto: un bosco, una casa, un mistero, il cui pensiero dà un po’ di malessere: «C’è gente cattiva laggiù» si è lasciata sfuggire una volta la nonna.
E per Lola da allora a Berlòc c’è la casa delle masche.

Carmen la bella

Così, quando Ernesto tornò davvero, Carmen precipitò nelle sue braccia e il percorso biologico si compì fino in fondo: lei rimase incinta. Combattuta tra il sentimento di sfida e la vergogna, fu presentata alla famiglia di lui, in vista delle nozze riparatrici. Della gravidanza non si parlò mai, ma il senso di colpa rimase per sempre annidato al fondo della coscienza di Carmen.

Con Ida Bassignano, Cristina Bracchi e Alberto Gozzi

Il video della domenica. VITA DA FORMICHE

Sarebbe troppo facile approfittare di questo video amatoriale per improvvisare un apologo che, in quanto troppo trasparente, risulterebbe barboso e moraleggiante. Forse qualcuno ne apprezzerà gli impliciti riferimenti allo zen, altri, più pragmaticamente, alla propria ansia quotidiana e alla propria capacità di affrontare le situazioni.