Il video della domenica. De Sica, LADRI DI BICICLETTE (1948). La mozzarella dei poveri

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https://www.youtube.com/watch?v=Myo2vOIGvLQ

Roma, secondo dopoguerra. Antonio Ricci, un disoccupato, trova lavoro come attacchino comunale. Per lavorare deve però possedere una bicicletta e la sua è impegnata al Monte di Pietà per cui la moglie Maria è costretta a dare in pegno le lenzuola per riscattarla. Proprio il primo giorno di lavoro, però, mentre tenta di incollare un manifesto cinematografico, la bicicletta gli viene rubata. Antonio rincorre il ladro, ma inutilmente.

La ricerca della bicicletta rubata è al tempo stesso odissea e romanzo picaresco di un padre e un figlio, due straordinari attori “presi dalla strada” (Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Staiola). Sopravviene lo scoramento, la disperazione. Per superarla, Antonio propone al figlio la piccola follia di una pizza. La sequenza, una delle più famose, racconta molto: del rapporto padre/figlio, dell’appartenenza a una classe e di quelle barriere socio-culturali che si manifestano nell’etichetta, carattere distintivo del censo (“Ppe’ magnà come quelli lì, poco poco, bisognerebbe guadagnà un milione al mese!”). (Lo stipendio di Antonio, se riuscirà a recuperare la bicicletta, sarà di 24.000).

Un centenario visto da vicino. GIUSEPPE UNGARETTI, I FIUMI (1916)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=24042#more-24042

La fruizione delle poesie in rete ricorda la bulimia compulsiva e distratta con la quale i forzati dell’aperitivo spazzolano via i vassoietti di noccioline, anacardi, patatine, polentine. Classici, debuttanti, poeti tanto occasionali quanto improbabili vengono triturati nella macchina sempre accesa delle “emozioni” – l’emozione essendo il prodotto di maggior consumo e di minor costo sul mercato: la schiacciata di una giocatrice di volley, gli occhi verdi del ragazzo del bar, il soggiorno nuovo che un’amica ha postato su Facebook, il compleanno di una nonna (non necessariamente la propria), una pasta allo scoglio: stando a quello che si scrive sui social e che si dichiara durante le interviste in TV, il flusso incessante delle emozioni è così vario e potente che viene da chiedersi come mai il nostro vivere quotidiano ci appaia tanto grigio e stagnante.
La bella lettura che fa Pietro Cataldi de “I fiumi” di Ungaretti (pubblicato da “Le parole e le cose”) ci offre una buona occasione per soffermarci, finalmente, su un grande testo del primo Novecento. Senza “emozione” e con lucidità-

Il video della domenica. TOM KING, BEACH DICK

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https://vimeo.com/171701857

Su un lido immaginario ma non privo di riferimenti alla realtà, un cazzone da spiaggia si esibisce nel suo molesto repertorio. Brevissimo e poverissimo video  che vuole avere funzione di scongiuro per gli amici che questa domenica si trovano sciaguratamente su certi lidi.

Le rose dell’anarchico. JAROSLAV HAŠEK

hasek e soldati fatto

Su Jaroslav Hašek abbiamo già pubblicato un post (https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/6185) ricordandone, oltre all’impegno politico disordinatamente anarchico, l’amicizia con Kafka e il romanzo Il buon soldato Sc’vèik,  grande affresco antimilitarista nel quale si scontrano due forze sproporzionate ma ciascuna a suo modo devastante, la candida, eversiva idiozia di Sc’vèik e la feroce demenza della macchina bellico-burocratica. La popolarità di Hasek è legata principalmente a questo romanzo (anche grazie alla riscrittura teatrale che ne fece Brecht); come spesso capita, il successo di un’opera celebrata ne oscura altre, in questo caso i racconti, nel quali Hasek stempera la comicità nell’ironia immergendola in una soluzione che contiene qualche traccia di malinconia.

Un mazzo di rose

Da sei mesi stava il mazzo di rose bianche nel vaso del salotto, appassito e secco.
Mia figlia ci teneva moltissimo, e ammoniva sia me che la serva.
«State attenta a quelle rose, quando fate le pulizie. E tu, papà, non ti mettere le rose del signor Marìk nel tabacco.»
«Sei matta, Carla? Sai bene quanto io stimi simili doni d’amore».
Dovete sapere che una piccola aggiunta di petali di rose aromatizza il fumo, ma non bisogna comprarle secche dal droghiere, perché vi mischiano tanti altri fiori, per esempio le peonie, che i ragazzi raccolgono nei cimiteri, e valle poi a fumare!
Un pomeriggio mia figlia Carla tornò dalla passeggiata portando a casa un altro mazzo di rose, non bianche ma gialle.
«Sono anche queste del signor Marik? »
«No papà, queste belle rose me le ha regalate il signor Biner.»
«E del primo mazzo che farai?»
«Puoi tagliarlo a pezzetti per il tuo tabacco, papà.»
E da quel momento mi dedicai al taglio delle rose bianche ormai secche, mentre nel vaso odoravano le fresche rose gialle.
Ma anche le rose gialle divennero secche, e quanto più stavano nel vaso, tanto più diminuiva la mia provvista. «Fra poco finirò di fumare il signor Marìk; e dopo?»
Finché un giorno mia figlia Carla portò a casa un nuovo mazzo di rose, questa volta rosse.
Caro papà, il giovane Kautsky mi ha dato queste rose, e chiede il permesso di venirci a trovare qualche volta.
Quel giorno tagliai a pezzetti nel mio tabacco le rose gialle del secondo mazzo e il fumo svanì come le speranze del signor Biner.
«Fumo il signor Biner, e che sarà dopo?»
Poi mi misi a fumare le rose secche comprate dal droghiere, perché il signor Kautsky, quando si fu sposato con mia figlia Carla, non portò più mazzi di rose.
Questi regali gli uomini li fanno solo prima delle nozze.

Jaroslav HašekUn mazzo di rose, “La casa felice”, Mondadori , Traduzione Ela Ripellino

Siamo uomini o gavettoni?

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Il caso è finito su giornali e telegiornali che lo stanno spolpando con gusto – precisando scrupolosamente che sarà la magistratura a chiarire i rapporti fra l’avvocato De Cesare e la pm Serra. In questa vicenda generata da una tragedia (ventisette morti) e digradante, oggi, nella malinconia della pochade di provincia, la cosa che colpisce di più è l’entrata in scena di un’entità eteroclita (come potrebbe esserlo, che so?, l’ingresso del ragazzo del bar con due cuba libre mentre Riccardo III seduce lady Anna davanti al feretro  del di lei marito dopo averlo cinicamente eliminato): il Gavettone.
Il Gavettone era uno dei personaggi mitici che popolavano la saga delle caserme; ad esso gli anziani irroravano le reclute, cercando sfogo a pulsioni sessuali che, represse, dovevano sfociare necessariamente nella violenza. La stessa pratica si riproponeva anche nell’ambito della goliardia, insieme al denudamento dei neo iscritti, le cui parti intime venivano sottoposte, nei rituali più efferati, a bruciamenti con candele e a trazioni di sapore medioevale pecoreccio. In questi giorni abbiamo appreso dall’avvocato De Cesare che il Gavettone è praticato anche in ambito forense – non durante il dibattimento in aula, si capisce, e neppure negli studi professionali, ma durante quelle festicciole che sono necessarie a ritemprare il corpo e lo spirito affaticati dallo studio del diritto. L’avvocato De Cesare, tanto esuberante quanto schietto, spiega le cose con molta semplicità: quando smette i panni dell’uomo di legge, anziché andare in bettola a giocare a carte come Machiavelli, si trasforma in un goliardo irrefrenabile, non ce n’è proprio per nessuno, guai a chi gli capita sotto; così, proprio per colpa di un Gavettone maldestro e impertinente, la pm Serra, che stava festeggiando il compleanno in un locale di classe (ospitava anche Umberto Smaila), fu irrorata da uno spruzzo malandrino. Bisognava riparare. Un mazzo di fiori? Un biglietto da qualche verso di d’occasione? No, la cosa più elegante parve a tutti i buontemponi presenti (avvocati anch’essi?) fare ricorso al buon vecchio galateo da spiaggia (dei bambini e dei vecchi gagà ancora in foia di acchiappare):
“dire, fare, baciare, lettere, testamento”. Data l’avvenenza della signora (che ha dichiarato, dal canto suo: “Ma essere bella non è un peccato”), l’avvocato optò per il baciare – e per sottolineare il suo pentimento decise di sfiorare rispettosamente il piede del magistrato con le labbra, col palpito di una farfalla contrita che abbia disturbato il naso di un austero notaio durante la consultazione di un codice. La foto che ha fatto il giro del web sembra raccontare altro, ma si sa che con photoshop si commettono le peggiori manipolazioni e che ogni occasione è buona  per attaccare la magistratura e i suoi dintorni.

La rete, i populismi, gli slogan, i social. La “carnival solidarity” secondo ZYGMUNT BAUMAN

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«Le persone si scambiano reazioni emotive sui social network e magari da lì si organizzano per andare in piazza a protestare. Gridano tutti gli stessi slogan, ma in realtà ciascuno ha interessi diversi e aspettative deluse diverse. Poi si torna a casa contenti della fratellanza con gli altri che si è creata in piazza, ma è una solidarietà falsa. Io la chiamo “carnival solidarity” perché mi ricorda appunto quegli eventi in cui per quattro o cinque giorni ci si mette la maschera, si canta e si balla insieme, fuoriuscendo per un tempo definito dall’ordine delle cose.”

Il video della domenica. TOBIAS GREMMLER, VIRTUAL ACTORS IN CHINESE OPERA

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Il corpo dell’attore è svanito, rimane l’interpretazione.  

https://vimeo.com/173139879?ref=fb-share&1

 

 

C’è ancora posto per la grande letteratura?

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http://www.leparoleelecose.it/?p=23910#more-23910

Declino e fine della letteratura “di una volta”

Un bell’articolo di Gianluigi Simonetti su “Le parole e le cose”.

Poche e sentite parole

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Franco Cordelli, narratore e autorevole critico teatrale (del “Corriere”), è un vecchio amico. Non ci vediamo da anni ma mi conforta constatare che il tempo sta lavorando bene su di lui – anzi, mi viene da pensare che ciascuno di noi dovrebbe fare buon uso del tempo che gli si modella addosso, come di una corazza multistrato sotto la quale la fragilità non si limita a vegetare dei banali molluschi senza nome ma si trasforma in un frutto prezioso, un’ostrica, ma di quelle pregiate, una Marenne a carne verde, diciamo, non una di quelle che ormai si trovano anche nelle pizzerie. Purtroppo le valve dei critici restano quasi sempre serrate (i critici da pizzeria, intendo); solo raramente le schiudono, quando sono a cena con pochi intimi, e solo per abbandonarsi a qualche pettegolezzo. Un’ostrica di pregio che si apre per dire, con poche e inequivocabili parole: “La prossima stagione fa paura”è un piccolo evento nel mare grigio e sordo del nostro spettacolo. 

Fuori programma dagli archivi di Radiospazio. Promenade di Philippe Forest a Torino. Sul teatro e la radio, un po’ di fretta

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 https://www.youtube.com/watch?v=FnJOmJsKwW8

E’ un video di tre anni fa, direi. La passeggiata fu abbastanza breve : dall’Università di Torino (dove Philippe Forest aveva tenuto una lezione ai dottorandi) fino a un ristorante che distava duecento metri, non di più. Più lungo fu invece il pranzo. Sarebbe stata normale amministrazione se nei pressi non si fosse trovato Francesco Ghisi con la sua telecamera. Riesaminando il girato, Francesco ha estratto e montato alcuni frammenti interessanti che qui riportiamo. A tavola, fra un bicchiere e l’altro, si parla di radio e di teatro, in particolare a proposito di 43 secondi, un radiodramma che RadiospazioTeatro aveva messo in scena alcuni anni prima: in scena, due personaggi, un pilota dell’Enola Gay – l’aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima – e una giovane madre giapponese che di lì a poco si dissolverà nella tragedia nucleare. Il video è di cinque minuti, davvero pochi per un discorso articolato sui rapporti fra la radio e il teatro, ed è interrotto, come si addice  a un frammento rubato.

500 anni dalla morte di Jheronimus Bosch. DANIELA BROGI, FANTASIA-MOVIMENTO DI J.B.

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Un bell’articolo di Daniela Brogi su “Le parole e le cose” a proposito della mostra di Madrid.

 

I padri ignobili

i padri ignobiliUn piccolo contributo iconografico al dibattito Pietrangelo Buttafuoco/Gad Lerner, che sul suo blog scrive: “Sostenere che l’ultrà fermano Amedeo Mancini non abbia nulla a che fare con la matrice culturale del fascismo italiano, è davvero un argomento dalle gambe corte. Dice Buttafuoco che i fascisti d’antan, uomini d’onore, mai avrebbero usato l’espressione ‘scimmietta’ all’indirizzo di una donna africana; e a tal fine gli contrappone la presunta nobiltà di una canzone coloniale come ‘Faccetta nera, bella abissina’.”

http://www.gadlerner.it/2016/07/11/buttafuoco-e-il-delitto-di-fermo-mi-spiace-per-te-ma-il-fascismo-e-razzista-fin-dai-tempi-di-faccetta-nera