Luciano Folgore, La pioggia sul cappello

Luciano Folgore, pseudonimo di Omero Vecchi (1888-1966), fu probabilmente il più prolifico creatore di nomi d’arte: Aramis, Albano Albani, Fiore di Loto, Esopino, Remo Vecchio (anagramma del vero nome), Cerbero, Er Moro de li Monti (con cui firmò una raccolta poesie in romanesco), Esopone, battendo di stretta misura uno specialista come Olindo Guerrini, (Argìa Sbolenfi, Marco Balossardi, Giovanni Dareni, Pulinéra, Bepi, Mercutio). Otto pseudonimi contro sette, vittoria al fotofinish. In questa girandola di pseudonimi, quello che viene ricordato, peraltro di rado, dalla Storia della Letteratura italiana è Luciano Folgore, in quanto legato al periodo futurista. Il ventunenne Omero Vecchi, infatti, fu abbagliato dall’incontro con Marinetti, ma dopo alcune opere volonterosamente futuriste, in lui finì per prevalere la sua natura camaleontica ed eclettica, e soprattutto una vena ironico/provinciale che non si accordava troppo ai futuristici furori.

Silenzio. Il cielo

è diventato una nube,

vedo oscurarsi le tube

non vedo l’ombrello,

ma odo sul mio cappello

di paglia,

da venti dracme e cinquanta

la gocciola che si schianta,

come una bolla,

tra il nastro e la colla.

Per Giove, piove

sicuramente,

piove sulle matrone

vestite di niente,

piove sui bambini

recalcitranti,

piove sui mezzi guanti

turchini,

piove sulle giunoni,

sulle veneri a passeggio,

piove sovra i catoni,

e, quello ch’è peggio,

piove sul tuo cappello

leggiadro,

che ieri ho pagato,

che oggi si guasta;

piove, governo ladro!….

L’odi tu? Non è di passaggio

come l’acqua

di maggio,

che sciacqua la terra e la monda.

Sgronda terribilmente;

si sente il blasfemo

di un polifemo ambulante,

si veggono ninfe e atalante

fuggire in un angiporto;

Plutone più vivo che morto

si pone una nivea pezzuola

sul feltro che cola;

Dïana s’accorcia la tunica

fin quasi all’altezza del femore,

e Dedalo immemore e Marte

con toga a due petti e speroni

s’impalano ai muri con arte

per evitare i doccioni.

Cibele fa segno all’auriga

che incurva il soffietto alla biga,

e monta sul cocchio

mentre la furia di Eolo

le palpa il malleolo

le morde il polpaccio,

si sfibia

d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo,

dal naso al tallone d’Achille,

fradici fino al midollo,

cugini alle anguille,

nubili d’ombrello,

col solo cappello,

sentiamo che l’essere anfibî

sarebbe un superbo destino,

te biscia,

io girino,

e liscia la piova del giorno

ci colerebbe d’attorno,

non come a Issïone

che fece la ruota a Giunone,

ma pari al Tritone

cui Teti concesse

– regalo di nume –

di potersi fare

un ampio palamidone

di schiume di mare.

E piove sempre,

sul càmice mio,

sul peplo tuo

colore oramai dell’oblio,

piove sul croceo e l’eburno

del tuo moccichino di seta,

piove sul cromo del mio coturno

che s’impatacca di creta,

piove sopra il cinabro

che t’impomidaura il labro,

piove sui tremuli tocchi

che t’anneriscono gli occhi,

e andiamo d’androne

in androne,

con facce di mascherone,

squadrandoci obliquamente

se qualche pozza lucente

ci specchia e ci invecchia

per farci morir di furore,

Narcisi

dai visi colore

di colla di paglia,

di succo di nastro,

d’impiastro di minio,

di guazzo assassino

di cipria e di cartoncino.

E piove a dirotto

da tutte le nubi,

piove dai tubi

sfasciati

dell’acquedotto

del cielo,

piove sui cani spelati,

piove sul melo e sul tiglio,

piove sul padre e sul figlio,

piove sui putti lattanti

sui sandali rutilanti,

su Pègaso bolso,

su l’orïolo da polso,

piove sul tuo vestitino

che m’è costato un tesauro,

piove sulla salvia e sul lauro

sull’erbetta e sul rosmarino,

piove sulle vergini schive,

piove su Pàsife e Bacco,

piove persin sulle pive

nel sacco.

E piove soprattutto

sul tuo cappello distrutto

mutato in setaccio,

che ieri ho pagato

che adesso è uno straccio,

o Ermïone

che scordi a casa l’ombrello

nei giorni di mezza stagione.

Ennio Flaiano, Il turista essenziale

Trascorsa la serata a leggere “Il Turista essenziale”. Curiosa e gradevole lettura. E un’operetta che sarà molto utile a quanti viaggiano per diporto, anche nel nostro paese. La parte più interessante mi sembra il manuale di conversazione, ricco di “frasi utili” che invano cercheremo nelle consimili pubblicazioni italiane e straniere. L’Autore è certo persona che ha molto viaggiato. Nella prefazione egli spiega che la malinconia che invade il Turista – e che tutti conosciamo un po’ – viene principalmente dal fatto che non conoscendo egli certe “frasi utili”, finisce per sentirsi estraneo alla vera vita del paese che sta visitando.

Copio nel mio diario le frasi che mi sembrano più utili.

In treno: «Signore, vuol togliere i suoi piedi, le sue mani, la sua testa, la sua valigia dalle mie gambe, dal mio costato, dal mio ventre, dal mio esofago?» «Signor capotreno, questo passeggero si è tolto le scarpe, gli stivali, i calzerotti, i calzini e mi mostra i piedi, gli alluci, i talloni, le piante.» « Signora, il suo bambino, il suo neonato, il suo fantolino mi ha bagnato la borsa nuova, il cappello nuovo, i guanti nuovi. »

In albergo: «Questa camera, questa stanza è piccola, stretta, buia, costosa, e dà, guarda, affaccia su un cortile, un vicolo, un chiassuolo, e ha il bagno guasto, rotto, in riparazione, inservibile. » Al museo: « Non desidero una guida, un accompagnatore, una monografia, né riproduzioni, cartoline, copie di quadri celebri. Voglio soltanto vedere, visitare, ammirare il museo, la galleria, la pinacoteca, la gipsoteca.» A spasso: «Mi dispiace, signor mendicante, non ho denaro spicciolo, moneta spicciola, soldi spicci, pezzi da cinque, da dieci, da cinquanta, da cento; ma soltanto banconote, carta moneta; biglietti di Stato da cinquecento, da mille, da cinquemila, da diecimila.»

Al ristorante. «Cameriere, c’è uno sbaglio, un errore, una differenza a mio svantaggio di cento, duecento, trecento mille lire.» «Cameriere, vuol dire, raccomandare, imporre al suonatore di violino, di chitarra, di mandolino, di fisarmonica, di mettermi l’archetto, il braccio, il gomito, le mani, lo strumento nel piatto?». «Cameriere, nella minestra, nell’arrosto, nel contorno un capello, una ciocca di capelli, una parrucca, bionda, bruna, castana, rossa. «No, cameriere, questo non è il mio cappotto nuovo, il mio soprabito nuovo, il mio impermeabile nuovo, ma il cappotto vecchio, il soprabito vecchio, l’impermeabile vecchio un altro ospite, consumatore, cliente».

A teatro « Signore, ciò che lei sta dicendo, raccontando, fischiettando, canticchiando, mi impedisce di godere, di ascoltare, di sentire la musica, la commedia, la farsa, il balletto, rivista, il duetto, la romanza. «Signora, è la seconda volta, la terza, la quarta che lei brucia, mi accende, mi infuoca il cappotto, la giubba, sottoveste, i pantaloni, con la sua sigaretta, la sua pipa, suo sigaro. »

Al telefono « Sono uno, due, tre giorni che aspetto comunicazione semplice, la chiamata semplice, la prenotazione semplice. Vuol cortesemente, gentilmente, amabilmente chiederla di nuovo, sollecitarla, implorarla? »

All’ufficio postale: «No, signor ufficiale postale, non voglio collezionare, acquistare, comprare biglietti di lotteria, calendari, francobolli di beneficenza ma solo inviare, spedir mandare un telegramma, una raccomandata, una assicurata.

Al commissariato « Mi hanno preso, tolto, portato via l’automobile, la motocicletta, il motoscooter, la bicicletta, le valigie lo zaino, il sacco, la macchina fotografica, il binocolo, la borsa, i vestiti, il contante».

«Io non sapevo, ignoravo, non ero al corrente che questa moneta fosse falsa, artefatta, falsificata, fuori corso».

«Questo conducente, autista, vetturale, vuole, desidera, pretende mille, duemila, tremila lire in più del pattuito, contrattato, stipulato.» No, signor commissario, c’è un equivoco, un qui-pro-quo, un malinteso. Io non sono il ladro, il falsario, il truffatore, il conducente, ma il derubato, il truffato, il passeggero, in una parola: il turista. »

Ennio Flaiano, Frasario essenziale per passare inosservati in società, Bompiani

Ennio Flaiano, Il fascismo conviene agli italiani

Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista.

Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.

Ennio Flaiano, Don’t Forget, 1976

Le ultime parole di Stan Laurel

Forse è una leggenda, ma comunque è un commiato da questo mondo che corrisponde al personaggio.

Stan Laurel: – … Vorrei essere a sciare…
Infermiera: – Le piace sciare, signor Laurel?
Stan Laurel• … Assolutamente no, ma sempre meglio che stare qui.

Le figurine di Radiospazio. Le moltitudini

Io so quanto sono stata fragile, e che bastava niente a mandarmi in pezzi  e infatti, a un certo punto, i pezzi non sono più riuscita a tenerli insieme.

Così fanno gli artisti, così facciamo tutti.

Ci diamo un’ultima occhiata nello specchio , e poi mandiamo in giro la nostra versione più riuscita.

Un gigante e uno scricciolo nella stessa persona.

Determinata e titubante, e goista e dedita. Bisognosa di baccano e di compagnia, ma sempre grata al silenzio, in cui tutto quello che si agia finalmente si posa.

Non siamo forse tutti così?

Abbiamo una vita segreta, almeno protetta ,dove siamo goffi– i capelli con la ricrescita, le borse sotto gli occhi, lo sbadiglio prolungato mentre ti fratti.. I bagni, gli armadi, lo specchio sono i reparti di un’officina da cui usciamo ogni giorno riparati, rattoppati, per presentarti agli altri nella nostra versione migliore.

È una finzione, quindi, e tutti siamo impegnati in una gigantesca perenne messinscena?

Non direi.

Siamo in un modo e in altro. “Contengo moltitudini”, diceva un grande poeta americano.

Ornella Vanoni, Vincente o perdente, La Nave di Teseo

Il video della domenica. Malizie del primo ‘900. Yvonne De Fleuriel, Ninì (1908). 2’30”

(Da non confondere con Ninì Tirabusciò)

https://www.youtube.com/watch?v=N7fIp6BeZ54&list=RDN7fIp6BeZ54&start_radio=1

Clarín, Il duetto della tosse (racconto)

La tosse del 32 era poetica, dolce, rassegnata. Sembrava quasi una litania, una preghiera, un miserere. Il 36 non aveva ancora imparato a tossire, così come la maggior parte degli uomini soffrono e muoiono senza avere imparato a soffrire e a morire. Il 32 soffriva con arte: con quell’arte del dolore antico, paziente, saggio, che si ritrova per solito soltanto nelle donne.
Il 36 si rese conto che la tosse del 32 gli faceva compagnia come una sorella che ti veglia; sì, sembrava tossire per fargli compagnia
Quanto al 32, la tosse del 36 le fece pena e le ispirò simpatia. Ben presto si accorse anche di quanto fosse tragica. «Stiamo cantando un duetto», pensò; e sentì perfino una punta di pudore, come se fosse una cosa sconveniente, un appuntamento nella notte. 
L’idea di coppia, d’amore, del duetto, nacque prima nel numero 32 che nel 36. La febbre le ridestava un certo misticismo erotico. Erotico? Non è questa la parola. Eros! L’amore sano, pagano, cos’ha a che fare qui? Ma era pure sempre amore, pacifica compagnia nel dolore. E fu così che quello che in effetti voleva dire la tosse del 32 al 36 non era molto lontano dall’essere proprio quello che il 36, nel delirio, credeva di udire:
«Sei giovane? Anch’io. Sei solo al mondo? Anch’io. Ti fa orrore l’idea della morte nella solitudine? Anche a me. Se ci conoscessimo! Se ci amassimo! Io potrei essere il tuo rifugio, il tuo conforto. Non ti accorgi dal mio modo di tossire che sono buona, gentile, discreta, casalinga… che saprei fare di questa vita precaria un nido di piuma morbida e dolce… Perché non alzarci, allora? Sì, mettere insieme il nostro dolore? La mia anima lo chiede e anche la tua.»
E la malata del 32 udiva nella tosse del 36 qualcosa di molto simile a quello che il 36 desiderava e pensava: «Sì, vengo. Tocca a me, certo. Sono un malato, ma sono anche un uomo, un cavaliere. È mio dovere, vengo…»

 Clarín, Il duetto della tosse, in “Racconti d’amore dell’800£, Mondadori
traduzione di Cesare Acutis

Le figurine di Radiospazio. Allo specchio

Guardandosi allo specchio adesso, la mattina del suo quarantesimo compleanno, Richard ebbe l’impressione che nessuno meritasse quella faccia. Nessuno in tutta la storia del pianeta. Per quanto nefande fossero le sue azioni. Che cosa era successo? Che cosa hai fatto, ragazzo mio? I capelli, sparsi sul cranio in spire e ciuffi assortiti, facevano pensare che avesse appena concluso un lungo (e vano) trattamento di chemioterapia. Poi gli occhi, ciascuno appollaiato sulla sua piccola ventraia orlata di sangue. Se gli occhi sono la finestra dell’anima, allora questa finestra era un parabrezza dopo un viaggio transcontinentale; e la sua tosse aveva lo stesso suono di uno strofinaccio passato sul vetro asciutto.

Martin Amis, L’informazione, Einaudi

Il video della domenica. Ciprì e Maresco – Ai confini della pietà – Giordano pezzo di me**a. 2′

https://www.youtube.com/watch?v=gBelv7JCAfs

Giovanni Mariotti, La visita di leva

1

Di fronte alla spiaggia di Viareggio formicolante di bagnanti provavamo lo stupore e l’imbarazzo che avrebbe provato un barbaro antico capitato a Olimpia. I greci gareggiavano nudi, ma per i barbari la nudità era un tabù; lo era anche per noi che abitavamo le rustiche propaggini della Versilia interna. Benché Viareggio distasse meno di dieci chilometri, credo che nessuno dei miei compaesani abbia indossato un costume o fatto un bagno in mare prima degli anni Sessanta. Per la gente del mio paese Viareggio era quel che l’Occidente è oggi per molti buoni e devoti musulmani: una sentina di vizi; quello che nell’Antichità furono Sodoma e Gomorra.

 2

Tre anni di Seminario avevano esacerbato un pudore che in me era innato. Quando avevo tre o quattro anni mia madre mi metteva in piedi nell’acquaio davanti alla finestra e mi faceva il bagno; la nostra era una casa isolata di campagna e nessuno passava. Io mi agitavo e protestavo: non volevo correre il rischio che a qualche vagabondo delle aie fossero rivelati i segreti del mio corpo. Se la gente andava in giro vestita una ragione ci doveva essere.

3

Erano i tempi di Pio XII Pastor Angelicus. Sulle porte di tutte le chiese erano affissi elenchi di film classificati a cura del CCC (Centro Cattolico Cinematografico); ognuno era contrassegnato da una lettera: i film T erano per tutti, quelli A per adulti, quelli AR (adulti con riserva) per i parrocchiani di piena maturità morale; ma bastava un costume da bagno a un pezzo, come quello di Esther Williams in Bellezze al bagno, perché un film – insensato, se ricordo bene, ma ineccepibile da ogni altro punto di vista – venisse assegnato al malfamato ultimo girone: quello degli esclusi (E), che nessun cattolico doveva vedere. Per la politica della Chiesa la nudità – soprattutto quella femminile – costituiva un nodo cruciale. Ben fatte, in buona salute, innocenti come se il peccato originale non fosse mai esistito, le bathing beauties erano le pigolanti cuginette di Venere Anadiomene.

Hollywood celebrava il corpo umano come avevano fatto Grecia e Rinascimento. Giustamente gli uomini di Chiesa avevano fiutato il pericolo.

4

Non c’era solo la nudità femminile. Durante la visita di leva lo Stato imponeva ai giovani maschi una nudità collettiva. Era una cosa su cui in paese si scherzava molto: se la donna nuda scandalizzava e turbava, l’uomo nudo – per di più costretto a un contegno rispettoso e patriottico dalla presenza di alti rappresentanti delle Forze Armate – appariva ridicolo. Come figlio unico di madre vedova ero esentato dal servizio militare, ma la cartolina precetto arrivava a tutti; lo Stato voleva vedere anche me. Vedermi nudo. Fu in quell’occasione, credo, che mi resi conto del mio scarso feeling nei confronti di quel Leviatano. Mancava del tutto di tatto, di delicatezza.

5

Venimmo messi in fila nudi come vermi (ebbi la conferma, ormai non del tutto inattesa, di essere fatto più o meno come gli altri), pesati, misurati, auscultati, poi costretti a sfilare davanti a militari in uniforme che, seduti dietro un tavolo, avevano, tra gli altri, il compito di accertare il nostro livello di alfabetizzazione. Ricordo che uno di loro mi porse un foglio e mi dettò la frase: «Italia, terra di santi, poeti e navigatori». Scrivere quelle parole in condizioni di completa nudità mi sembrò la più umiliante delle prove. Consegnato il foglio, ebbi la lancinante impressione di avere commesso a causa del turbamento un errore di ortografia. Eppure, secondo l’opinione unanime di quelli che mi conoscevano, l’ortografia era il mio forte!

6

Nella mia memoria quella squallida parata di genitali potrebbe far parte di un film sui Lager.

Giovanni Mariotti, Piccoli addii, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. Una ricetta per l’ingenuità

«Eppure questi ginnasiali non sono ancora abbastanza ingenui. Lei non immagina, caso collega, quanto siano cocciuti e mal disposti:non vogliono essere freschi come la carota novella. Non vogliono! Non vogliono!»
Il collega lo rimproverò bruscamente:
«Come non vogliono? Bisogna che vogliano? Adesso le dimostrerò come si stimola l’ingenuità. Scommetto che fra mezz’ora la dose di ingenuità ambientale sarà raddoppiata. Questo il mio piano: comincio con l’osservare gli allievi, faccio capir loro che li considero ingenui e innocenti. La prenderanno per una provocazione, e cercheranno allora di provarmi che non sono affatto innocenti, e in quello stesso istante cadranno in quello stato di ingenuità e di innocenza che per noi pedagoghi è una vera manna dal cielo.»
Ciò detto, si nascose dietro una grossa quercia per spiare i ginnasiali.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Einaudi

Il video della domenica. Dina Velikovskaya, Il distacco dalla famiglia

https://www.artribune.com/television/2022/03/video-il-distacco-dalla-propria-famiglia-in-un-toccante-video-animato/

KATHERINE MANSFIELD, IL SUO PRIMO BALLO (frammento)

cavalieri

«Venga, bella signorina» disse l’uomo grasso. La sfiorava appena, mentre si muovevano adagio: più che ballare sembrava che camminassero.
Ma lui non disse nulla del pavimento.
«È il suo primo ballo, vero?» mormorò.
«Come ha fatto a capirlo?»
«Ah» disse l’uomo grasso «vede cosa vuoi dire essere vecchi?» Ansimava un poco mentre cercava di scostarsi da una coppia un po’ maldestra. «Sono trent’anni che faccio questo genere di cose.»
«Trent’anni?» gridò Leila. Dodici anni prima che lei nascesse!
«Sembra impossibile, vero?» disse l’uomo grasso con aria abbattuta. Leila gli guardò la calvizie, e le dispiacque per lui. «Penso che sia meraviglioso che lei continui a farlo» disse gentilmente.
«Che signorina gentile» disse l’uomo grasso, e la strinse un po’ di più canticchiando qualche battuta del valzer. «Certo» disse «lei non può sperare di durare così a lungo. No-o» disse l’uomo grasso «lei si siederà molto prima su quel palco e starà a guardare, col suo bel vestito di velluto nero. E queste braccia così graziose saranno diventate corte e grassocce, e batterà il tempo con un ventaglio molto diverso, un ventaglio di ebano nero.» L’uomo grasso parve rabbrividire. «E continuerà a sorridere come quelle povere care lassù, e indicherà sua figlia, e dirà alla signora anziana che le sta seduta vicina che un uomo orribile ha cercato di baciarla al ballo del club. E sentirà il cuore farle male, male» e l’uomo grasso la strinse un po’ di più, come se gli dispiacesse davvero tanto per quel povero cuore «perché nessuno ormai vorrà più baciarla. E dirà che non le piacciono questi pavimenti lucidi, sono così pericolosi. Eh, Mademoiselle Piedini di Fata?» disse piano l’uomo grasso. Leila fece una risatina, ma non aveva voglia di ridere. Era… poteva essere vero? Suonava terribilmente vero. Allora, quel primo ballo, non era che il principio dell’ultimo? Sembrò che la musica cambiasse; adesso era triste, triste; si alzava sopra un grande sospiro. Oh, come tutto cambiava in fretta! Perché la felicità non durava per sempre? Per sempre non era affatto troppo.

Katherine Mansfield, Il Suo Primo Ballo, Adelphi, Traduzione Cristina Campo

Le figurine di Radiospazio. Il cocktail

Lui      Un altro cocktail, cara?
Lei       Mi dispiace, ma devo proprio andarmene a casa.
Lui      Posso chiederti perché?
Lei       Non so più cosa pensare… Tutte queste donne che ti telefonano. Queste orride donne. Se fossero belle, se fossero fini e carine e intelligenti, forse non ci baderei, ma…
Lui      Ti do la mia parola che questo schifo d’apparecchio telefonico è stato zitto per tutta la settimana.
Suona il telefono
Lei       Rispondi, ti prego! Mi fa diventar matta sentirlo suonare così.
Lui      Allò… Come stai, cara? Davvero? Oh, è un peccato… No, non ho detto questo, Margot, ho detto che sarei venuto se era possibile… Senti, mi spiace ma devo uscire in fretta. Ti telefono io, cara. Bài bài.
Lui riappende
Lui      Ecco fatto. Un altro cocktail?
Lei       No, me ne vado.
Lui      Posso chiederti perché?
Lei       Non ne posso più. Esiste un proverbio, mi pare, su un verme che finalmente si rivolta. Lo fanno, sai?, i vermi, di tanto in tanto. Buonanotte, e grazie pe i deliziosi cocktail.

            Dorothy Parker, Sull’imbrunire

Alfred Adler, Il segreto della statua

Voglio raccontarvi ora una storia tratta dall’opera di uno scrittore cinese che visse più o meno tremila anni fa. Soltanto pochi sembrano mettere in pratica la lezione che tale storia contiene. Io stesso faccio del mio meglio per riuscirci, e potrebbe essere utile anche a voi riflettere su quanto viene narrato in questo libro. Uno scultore creò una volta una splendida statua di legno, che venne apprezzata moltissimo da tutti quale autentica opera d’arte. Anche il suo sovrano, il principe Li, era colmo di ammirazione e gli chiese il segreto della sua arte. Lo scultore rispose: “Come potrei io, uomo semplice e vostro servitore, avere un segreto per voi? Non ho alcun segreto, né la mia arte è speciale. Intendo tuttavia raccontare com’è nata la mia opera. Dopo essermi prefisso di creare una statua, mi sono accorto che in me c’erano troppa vanità e orgoglio. Mi sono quindi adoperato due interi giorni per liberarmi da questi peccati, finché non ho creduto di essere puro. Ma a quel punto ho scoperto di essere spinto dall’invidia nei confronti di un collega; per altri due giorni mi sono prodigato e alla fine ho sconfitto la mia invidia. In seguito ho scoperto di desiderare troppo la vostra lode. Far sparire questo desiderio mi è costato un altro paio di giorni. Infine mi sono accorto di pensare a quanto denaro avrei potuto ricevere per la statua. Questa volta ho avuto bisogno di quattro giorni, ma da ultimo mi sono sentito libero e forte. Sono quindi andato nel bosco e quando ho visto un abete che mi è parso adatto, l’ho abbattuto, l’ho portato a casa e mi sono messo al lavoro”. Si potrebbe quindi riassumere questa storia, dicendo che chiunque intraprenda un lavoro importante, deve dimenticare se stesso.

Alfred Adler, Il senso della vita, Marasco