Umberto Eco, Prepararsi al trapasso

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. […] Cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

[…] È naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.

Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.”

Umberto Eco, ‘Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo’, La bustina di Minerva, L’Espresso, 1997.

Le figurine di Radiospazio. Scrittori pensionati (o pensionati scrittori). (Frammento)

Richard non stava leggendo con spirito critico. Si limitava a correggere gli errori per il tipografo.

Disse: – Ecco una frase d’apertura che ti prende per il bavero. Il caldo era sofoccante.

Balfour Cohen si avvicinò e sbirciò sopra la spalla di Richard. Sorrise con indulgenza e disse: – Ah, sí. Questo è il suo secondo romanzo.

– Abbiamo pubblicato noi il primo?

– Sí. – Come cominciava? Lasciami indovinare. Faceva un fredo canne.

Di nuovo Balfour sorrise con indulgenza.

– Probabilmente la storia è buona.

Richard andò avanti a leggere: Doveva sceliere. Vincere, riusirci, sarebbe stato incredulo. Ma fallire, fare fischio, sarebbe stato sdegnoso!

– Quello che non capisco, – disse Richard, – è che cos’abbia questa gente contro i dizionari. Forse non sanno nemmeno di non conoscere l’ortografia.

Mentre diceva queste parole, si accorse che stava sudando, e persino piangendo. Un’altra cosa che non capiva era perché dovesse correggere l’ortografia. Dico, perché preoccuparsi? A chi poteva importare? Nessuno avrebbe mai letto quella roba, tranne l’autore e la mamma dell’autore. – Sono sbalordito che abbia scritto giusto il titolo.

– Com’è intitolato? – domandò Balfour.

Un altro dono dal genio. Di Alexander P. O’Boye. Sempre che abbia scritto giusto il suo nome. Come si chiamava il primo?

– Un momento –. Balfour batté qualche tasto. – Un dono dal genio, – disse.

– Cristo, quanti anni ha?

– Indovina, – disse Balfour.

– Nove, – disse Richard.

– Veramente ne ha quasi settanta.

– Penoso, no? Ma che cosa gli è preso? Voglio dire, ha tutte le rotelle a posto?

– Molti dei nostri autori sono in pensione. Questo è uno dei servizi che offriamo. Devono pur avere qualcosa da fare.

Martin Amis, L’informazione, Einaudi

Rodolfo Wilcock, La lettrice

Una grossa gallina occupa l’appartamento; è così grossa che ha già diroccato qualche uscio, nel tentativo di passare da una stanza all’altra. Non che sia molto irrequieta, tuttavia; è una gallina intellettuale, e trascorre quasi tutto il suo tempo a leggere. Infatti è consulente della casa editrice A.; l’editore le spedisce tutti i romanzi che appaiono all’estero, e la gallina li legge, pazientemente, con l’occhio destro, perché non può leggere con tutt’e due allo stesso tempo: quello sinistro rimane chiuso, sotto la bella palpebra grigia vellutata. Di tanto in tanto, la gallina borbotta qualcosa, perché la stampa è troppo piccola per lei; oppure fa clo-clo e sbatte le ali, ma nessuno può dire se lo fa dal piacere o dalla noia. Comunque, quando un libro non le piace, la gallina intellettuale se lo mangia; poi la casa A. manda un ispettore a raccogliere gli altri – che lei lascia sparsi per tutta la casa – e li pubblica. Questo ha dato origine in passato a qualche equivoco: libri che venivano ritrovati dietro un armadio, quando già erano stati pubblicati da un altro editore, con deplorevole successo. Ciò nondimeno, è la gallina più autorevole dell’industria libraria. Non sappiamo come disfarcene; oltre a far crollare le porte ci sporca le stanze, e la domestica minaccia di andarsene se non va via la gallina. Eppure è un animale così intelligente, i suoi giudizi sono così esatti, le sue abitudini così miti: alle sei di sera sale sul suo divano, si appollaia, chiude gli occhi e si addormenta, senza dare più noia a nessuno; non si muove nemmeno per fare i suoi bisogni. Al mattino ci alziamo e la troviamo già nella sala da pranzo, intenta a leggere l’ultimo russo in Siberia, l’ultimo sudamericano. E non ha mai fatto un uovo.

Rodolfo Wilcock, Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi

Agota Kristof, La vendetta

– Entri, dottore. Sí, è qui. Sí, l’ho chiamata io. Mio marito ha avuto un incidente. Sí, credo che sia grave. Anzi, molto grave. Bisogna andare di sopra. È in camera da letto. Da questa parte. Scusi il letto sfatto. Sa, quando ho visto tutto quel sangue mi sono un po’ agitata. Mi chiedo dove troverò il coraggio di pulire. Credo che alla fine andrò a stare da un’altra parte. Questa è la stanza, venga. È lí, accanto al letto, sul tappeto. Ha una scure piantata nella testa. Vuole visitarlo? Sí, lo visiti pure. Un incidente davvero stupido, non trova? È caduto dal letto nel sonno, ed è caduto su quella scure. La scure sí, è nostra. Di solito sta in salotto, accanto al caminetto, la usiamo per tagliare la legna. Perché era accanto al letto? Non ne ho idea. Dev’essere stato lui ad appoggiarla al comodino. Forse aveva paura dei ladri. Casa nostra è piuttosto isolata. Dice che è morto? Ho subito pensato che fosse morto. Ma mi sono detta che era meglio farlo vedere da un dottore. Vuole telefonare? Ah, certo, all’ambulanza, vero? Alla polizia? Perché alla polizia? È stato un incidente. È caduto dal letto, su una scure, tutto qua. È strano, sí. Ma ci sono una quantità di cose che accadono cosí, stupidamente. Oh! Crede forse che la scure accanto al letto ce l’abbia messa io, perché ci cadesse sopra? Mica potevo prevedere che sarebbe caduto dal letto! Magari crede anche che l’abbia spinto, e che poi mi sia addormentata tranquillamente, finalmente sola nel nostro grande letto, senza lui che russa, senza sentire il suo odore! Ma insomma, dottore, non andrà a pensare una cosa del genere, non può… È vero, ho dormito bene. Erano anni che non dormivo cosí. Mi sono svegliata alle otto. Ho guardato dalla finestra. C’era vento. Le nuvole, bianche, grigie, tonde, giocavano davanti al sole. Ero contenta, e pensavo che con le nuvole non si può mai sapere. Potevano disperdersi – correvano talmente forte – o potevano addensarsi e caderci addosso sotto forma di pioggia. Per me era indifferente. La pioggia mi piace molto. Del resto stamattina mi sembrava tutto splendido. Mi sentivo alleggerita, liberata da un fardello che per tanto tempo…

Agota Kristof, La vendetta, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. La morte della nonna

A. – Come sta? B. – Non troppo bene. È appena morta mia nonna. A. – Anche la mia è morta. Molto tempo fa. Era una donna molto dolce… (Segue un lungo racconto dettagliato. Poi i due uomini si separano. Più tardi, B. incontra C.) C. – Allora, ci sono novità? B. – Non belle, stamattina è morta mia nonna. C. – La mia sarà morta circa dieci anni fa, il cuore, credo… Le volevo molto bene. Lei… (Segue un lungo racconto dettagliato. Poi i due uomini si separano. Più tardi, B. incontra D.: stessa storia, poi incontra E, F, G… ogni volta la stessa storia. Alla fine, B. incontra X.) X. – Come va? B. – Come va. Ho saputo di tua nonna, povero amico mio. So quel che vuol dire. È morta anche la mia, non più tardi di un’ora fa, emorragia cerebrale… (Segue un lungo e dettagliato racconto.)

Éric Chevillard, L’Œuvre posthume de Thomas Pilaster, Les éditions de Minuit

François Rabelais, Sul prendere moglie

Come qualmente Panurgo si consiglia con Pantagruele
per sapere se deve ammogliarsi.

Poiché Pantagruele nulla rispondeva, Panurgo continuò e disse con profondo sospiro:
— Signore, avete inteso la mia risoluzione: ho deliberato di ammogliarmi salvo il caso che siano per mala ventura, sbarrati, chiusi e tappati tutti i buchi. Per l’amore che sì lungo tempo aveste per me, ditemi, vi supplico, il vostro avviso.
— Poiché, rispose Pantagruele, avete tratto il dado, e così avete deciso e fermamente risoluto, non occorre più parlarne; non resta che procedere alla esecuzione.
— Ma, disse Panurgo, nulla vorrei eseguire senza vostro consiglio e buon avviso.
— Del vostro avviso sono, rispose Pantagruele, e ve lo consiglio.
— Ma, disse Panurgo, se voi conosceste esser meglio per me restare come sono, senza avventurarmi a novità, preferirei non prendere moglie.
— Moglie dunque non prendete, rispose Pantagruele.
— Ma, disse Panurgo, vorreste voi che rimanessi soletto tutta la vita senza coniugal compagnia? Ben sapete che fu scritto: Vae soli! L’uomo solo non ha mai il sollievo che ha lo sposato.
 — Sposato siate dunque, perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, la donna mia mi facesse becco (e voi sapete che abbondante raccolto ne abbiamo quest’anno) ciò basterebbe a farmi uscir dai gangheri della pazienza. Non voglio male ai becchi, no; mi sembrano brave persone e le frequento volentieri; ma, a costo di morire, non vorrei essere dei loro. Troppo a me questo punto punge.
— Punto, dunque non vi sposate, rispose Pantagruele; poiché vera e senza eccezione è la sentenza di Seneca che dice: ciò che ad altri avrai fatto, sarà fatto a te. — Senza eccezione, dite? domandò Panurgo.
— Senza eccezione, dice Seneca, rispose Pantagruele.
— Oh, Oh! disse Panurgo, corpo d’un piccolo diavolo! Ma egli deve intendere: o in questo mondo, o nell’altro. E dacché io senza donna non so stare, più che cieco senza bastone (bisogna ben far trottare il bischero, se no, come vivere, perdio!) non è meglio dunque che m’associ a una onesta e savia donna invece di mutare ogni giorno come faccio, con rischio continuo di legnate e, peggio, di bubboni? Poiché le mogli d’altri, quando son dabbene, non valgono una patacca, non se l’abbiano a male i lor mariti.
— Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, sposassi una donna dabbene (così Dio volesse) e poi mi picchiasse, sarei più paziente di Giobbe a non montar su tutte le furie. Infatti m’han detto che coteste donne tanto dabbene hanno comunemente la testa matta, per ciò è buon aceto in casa loro. Ed io l’avrei anche più matta e tanto e stratanto gli picchierei la sua piccola oca (cioè braccia, gambe, testa, polmoni, fegato e milza) e tanto maledettamente gli frantumerei le vesti a forza di legnate che l’arcidiavolo aspetterebbe alla porta la sua anima dannata. Di tali trambusti farei volentieri a meno per quest’anno e sarei contento di non entrarvi punto.
— Punto dunque non v’ammogliate, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, nello stato in cui sono, senza debiti e non sposato… (notate che ho detto senza debiti per mia mala sorte. Infatti essendo ben carico di debiti, i miei creditori si darebbero la massima cura di mia Paternità). Ma pari con tutti e senza moglie, non ho alcuno che si curi di me e mi porti amore tale quale dicono essere l’amore coniugale. E se per caso cadessi malato, non sarei trattato che a rovescio. Il saggio dice: Là dove non è donna (madre di famiglia, intendo, e moglie legittima) il malato è in gran pericolo. Ne ho visto chiara prova in papi, legati, cardinali, vescovi, abati, priori, preti e monaci. Ora non io vorrò mai ridurmi in quello stato.
— Stato coniugale cercate dunque perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, essendo malato e impotente al dovere maritale, la mia donna, insofferente di tal languore, s’abbandonasse ad altri e non solamente non mi soccorresse in caso di bisogno, ma si burlasse anche della mia calamità e, ch’è peggio, mi derubasse, come ho visto spesso avvenire, finirei per impiccarmi e correre pei campi in farsetto.
— Non sposatevi dunque, rispose Pantagruele.
— Ma allora, disse Panurgo, non avrei mai figli né figlie legittimi, nei quali sperar di perpetuare il nome ed il blasone: ai quali lasciar l’eredità e i nuovi acquisti (ne farò di belli una di queste mattine, non dubitate, e purgherò per giunta i miei beni da ogni aggravio) e coi quali rallegrarmi quando sia malandato, come vedo fare ogni giorno al vostro tanto benevolo e buon padre con voi e come fanno tutte le persone dabbene tra le pareti domestiche. E così, essendo senza debiti, senza moglie e per avventura di malumore, parmi che invece di consolarmi del mio mal ridiate.
— Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.

François Rabelais, La vita di Gargantua e di Pantagruele
Formigli, Traduzione di Gildo Passini

Le figurine di Radiospazio. L’Italia secondo Céline

L’Italia…. Un paese dove l’ipocrisia regna indisturbata, dove puttanieri e perversi difendono la famiglia cattolica…. Non hanno il coraggio di ammettere di esser puttanieri e perversi…. -L’Italia che ha inventato il fascismo, culla delle contraddizioni più insostenibili…. L’Italia che dalla sua unità ha sempre fatto guerre di aggressione…. Soldati mandati al macello per cause ingiuste  a commettere ingiustizie… l’Etiopia, la Somalia, l’Eritrea, la Libia…. A proposito, lo sai tu che la censura è attiva più che mai, nel tuo paese, anche nel cinema? Ma non per la pornografia, ma no, ma no…. Questa è libera! Per lo schifo politico, le porcate della storia. Hai mai visto lei in televisione o al cinema il film che racconta delle gesta vergognose degli italiani in Libia? No! E non lo vedrai di certo, se non ti comprerai il film all’estero per conto tuo! Da voi vedete solo italiani buoni, pizza e mandolino, che fanno del bene ai popoli che sono andati ad occupare, pieni di buoni sentimenti, che mal sopportano la guerra, come se fossero stati altri ad iniziarla! E vi commuovete, ah, se vi commuovete! In questo siete davvero bravi…. Nei melodrammi, insuperabili!

Ferdinand Céline, Dialogo sull’ipocrisia, l’ottusità, la disinformazione, Collana incontri fantastici, a cura di Marcello Tobia