La Striscia. ALBERTO ARBASINO

TESTATA STRISCIA ARBASINO

Michelangelo Antonioni 

Il “caso Antonioni” è un prodotto della Stagione dell’Alienazione, spiacevole tema che com’è noto ha portato male a tanti che l’hanno toccato o sfiorato. E’ quindi imbarazzante occuparsene, ormai, tanto più volendone parlar male, perché il regista è uomo assai permaloso: subito si fa vivo per protestare se non condivide i giudizi espressi; non li tollera se non dall’entusiasmo in su; prende come stroncature totali qualsiasi giudizio “misto”; non raccoglie le intenzioni ironiche perché non le vede, però al contrario esige che vengano raccolte talune intenzioni ironiche sue, che nessuno riesce a vedere tranne lui. Come se non bastasse pretende poi (e non di rado le ottiene) due o più recensioni a ciascuna delle sue opere, la seconda sempre molto migliore della prima, e contrassegnata dall’abbandono d’ogni rigore critico. Quindi, tutto difficile, tanto più che occorre difendersi dal tono vagamente ricattatorio dei corifei: il tono del “chi non capisce, è stupido”, “chi non applaude, è un ignorante”, “se non gli piace, peggio per lui”, “chi dice una parola contro, da oggi in poi è squalificato”, che forse involontariamente si è venuto creando intorno ai suoi film. 

Alberto Arbasino, “Ritratti italiani”, Adelphi

La striscia.THOMAS STEARNS ELIOT

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I

Il tempo presente e il tempo passato
Sono forse insieme presenti nel tempo futuro,
E il tempo futuro è già compreso nel tempo passato.
Se il tempo tutto è in eterno presente
Non c’è redenzione nel tempo.
Ciò-che-poteva-essere è una mera astrazione
E rimane per sempre una possibilità
Solo nel campo delle congetture.
Ciò che poteva essere e ciò che è stato
Tendono a un solo fine, che è sempre presente.
Eco di passi nella memoria
Lungo la via che non prendemmo
Verso la porta che non aprimmo
Sul giardino delle rose. Riecheggiano così le mie parole Nella vostra mente.
                               Ma per quale scopo
Esse smuovano la polvere su una coppa di petali di rosa
Io non so dire.
                               Altri echi
Percorrono il giardino. Li seguiamo?
Cucù, disse l’uccello, cercali, cercali,
Là dietro l’angolo. Oltre il primo cancello,
Nel mondo ch’era nel principio, dobbiam seguire
L’incerto richiamo del tordo? Nel mondo ch’era nel principio. Essi erano là, maestosi, invisibili,
E camminavano senza peso, sulle foglie morte,
Nell’aria vibrante del caldo autunno,
E l’uccello lanciava il suo richiamo, rispondendo
Alla musica non udibile nascosta nei cespugli,
Uno sguardo non visto attraversava l’aria, e le rose Sembravan fiori che sono guardati.
Essi erano là ospiti, ben accolti ed accoglienti.
E insieme a loro procedemmo in corteo,
Lungo il viale deserto, fino al cerchio dei bossi,
A guardare giù nella vasca vuota.
Asciutta era la vasca, e il bordo secco era orlato di bruno, All’improvviso fu colma d’acqua nella luce del sole,
E fiori di loto, quieti e lievi salirono a galla,
La superficie brillò dal cuore della luce,
Ed essi erano là dietro di noi, riflessi nell’acqua.
Poi una nuvola passò, e la vasca fu vuota.
Sciò, disse l’uccello, perché il fogliame era pieno di bambini Nascosti, che eccitati trattenevano il riso.
Sciò, sciò, sciò, disse l’uccello: il genere umano
Non può reggere troppa realtà.
Il tempo passato e il tempo futuro
Ciò che poteva essere e ciò che è stato
Tendono a un sol fine, che è sempre presente.

Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti
Enrico Damiani editore, Traduzione Raffaele La Capria

 

La Striscia. MARCEL PROUST

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Uno dei miei personaggi (il quale si presenta nell’opera come nella vita, ovvero poco definito all’inizio e in seguito più scoperto risultando egli infine il contrario di ciò che credeva di essere) appare appena nella prima parte come l’amante supposto di una delle mie eroine. Verso la fine della prima parte (o all’inizio della seconda, se il manoscritto che vi invio supera un poco i limiti di un volume) questo personaggio si presenta, fa sfoggio di virilità, di disprezzo per i giovani effeminati, ecc. Ora, nella seconda parte, il personaggio, il vecchio signore di una grande famiglia, si rivelerà un pederasta, dipinto in modo comico, ma che, senza alcuna parola volgare, lo si vedrà “rimorchiare” un portiere e mantenere un pianista. Credo che questo personaggio – il pederasta virile, il quale detesta i giovani uomini effeminati che lo ingannano sulla qualità della merce non essendo che donne, questo “misantropo”, abbia sofferto troppo a causa delle donne, il credo che questo personaggio abbia qualcosa di nuovo (soprattutto a causa del modo in cui viene trattato ma che non posso qui spiegare in dettaglio) – ed à per questo che vi prego di non parlarne a nessuno.

Marcel Proust, Lettere a un editore, Affinità elettive, Traduzione Valentina Conti

La Striscia. LEV TOLSTOJ

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– In ciò è la principale turpitudine! La dissolutezza non consiste negli atti fisici, qualunque eccesso fisico non corrompe: ma la corruzione, la vera corruzione consiste proprio nel liberarsi dalle relazioni morali verso la donna con la quale si hanno rapporti fisici. Ma questa liberazione io la consideravo come un merito. Mi ricordo di essermi una volta molto tormentato per non esser riuscito a pagare una donna che forse si era data a me per amore. Mi tranquillizzai soltanto quando le ebbi mandato del denaro, mostrando così che non mi consideravo affatto legato moralmente a lei… Non scuotete il capo come se foste d’accordo con me! Conosco questo trucco. Voi tutti, anche voi, nel migliore dei casi, se non siete una rara eccezione, voi avete le stesse idee che io avevo allora. Via, lasciamo andare, perdonatemi, ma ciò è orribile, orribile, orribile!
– Che cosa è orribile?
– L’abisso d’incoscienza in cui tutti viviamo riguardo alle donne e alle nostre relazioni con loro.

Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, RLI

 

 

La Striscia. CHARLES BAUDELAIRE (II)

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Su una strada, dietro il cancello di un ampio giardino, al termine del quale s’intravvede il biancore di un grazioso castello investito dal sole, stava un bambino, bello e lindo, vestito con quegli abiti di campagna pieni di civetteria.
Il lusso, la noncuranza e lo spettacolo abituale, rendono quei bambini lì così graziosi, che li si crederebbe fatti di una pasta diversa dai bambini di condizione mediocre o povera.
Al suo fianco, giaceva sull’erba un giocattolo splendido, lindo come il suo padrone, verniciato, dorato, vestito di una veste purpurea, coperto di piume e di luccichii. Ma il bambino non si curava del suo giocattolo preferito, ed ecco quel che guardava: dall’altro lato del cancello, sulla strada, tra i cardi e le ortiche, c’era un altro bambino, sporco, gracile, fuligginoso, uno di quei monelli-paria in cui un occhio imparziale potrebbe scoprire la bellezza se, come l’occhio dell’intenditore sa indovinare una pittura ideale sotto una vernice da carrozziere, sapesse ripulirlo della ripugnante patina della miseria.
Attraverso quelle sbarre simboliche che separavano i due mondi, lo stradone e il castello, il fanciullo povero mostrava al fanciullo ricco il suo giocattolo, che questi esaminava avidamente come un oggetto raro e sconosciuto. Ora, questo giocattolo che il piccolo straccione tormentava, agitava e scuoteva in una scatola bucherellata, era un topo vivo!
I genitori, certo per risparmiare, avevano tratto il giocattolo dalla vita stessa.
I due bambini ridevano insieme, fraternamente, mostrando i denti di uguale candore.

Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli, Traduzione Franco Rella

La Striscia. Charles Baudelaire (I) https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/03/14/la-striscia-charles-baudelaire/

La striscia. CALAMANDREI

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La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?».
Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante.
Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava.
E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda».
Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda».
Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

Piero Calamandrei, Discorso pronunciato nel salone degli Affreschi
della Società Umanitaria,  il 26 gennaio 1955

La Striscia. MARIO LUZI

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La macchina si mosse e subito fu al passo giusto su per l’erta strada battuta ma non coperta d’asfalto. Mi volsi indietro a dare un’ultima occhiata al paese di Scanno e subito dopo guardai lei che giocava con la faccia tirata e quasi altera.
«È finita, naturalmente, essa pensa» – dicevo tra me mentre seguivo i movimenti esatti, ma insolitamente pigri, del piede e della mano sul cambio di marcia.
Era fin qui la stessa strada su ciò che ci eravamo spunti durante quasi ogni sera a passeggio prima delle cene silenziose all’albergo durante le quali tra le poche parole si avvertiva il fluire dei pensieri nell’uno e nell’altro, in ciascuno di noi per proprio conto, in direzioni reciprocamente sconosciute, ma in quest’unico ritmo tranquillo e profondo. L’assuefazione ci aveva uniti, inavvertitamente dapprima e poi tacitamente pensando ciascuno di noi all’altro, rapiti via via ambedue nel pensiero sottile e fisso di quella comunanza nascente che per questo si faceva sempre più profonda. L’intesa si era sviluppata così senza alcuna parola né alcun atto estrinseco fino a quell’ora che se anche era l’ora della nostra partenza e della separazione imminente era un’ora tra le altre ore della nostra esistenza.

Mario Luzi, Trame, Rizzoli

 

La Striscia. KANT

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La persona il cui sentire tende al malinconico non viene così definita perché, priva delle gioie della vita, si strugge in una oscura malinconia, ma perché le sue sensazioni, quando si dilatano oltre una certa misura, o imboccano una direzione errata, approdano a questa tristezza dell’anima più facilmente che ad altre condizioni di spirito. Il melanconico ha dominante il sentimento del sublime. Persino la bellezza, alla quale egli è altrettanto sensibile, non tende soltanto ad affascinarlo, ma, ispirandogli ammirazione, a commuoverlo. Il godimento del piacere è in lui più composto, non per questo meno intenso; ma ogni commozione suscitata dal sublime ha per lui maggiore attrattiva di tutti gli affascinanti allettamenti del bello.

Immanuel Kant, Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime
Rizzoli, Traduzione Laura Novati

La Striscia. RADIGUET

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Il fuoco m’incantò, mentre constatavo che, come me, Marthe aspettava di sentirsi scottare un fianco, prima di girarsi sull’altro. Il suo volto calmo e serio non mi era mai parso così bello come in quel bagliore selvaggio che, invece di dissolversi nella stana, conservava integra la sua forza. Se ci si allontanava di lì, il buio era così fitto che si urtava contro i mobili.
Marthe non conosceva la malizia. Si manteneva severa nel godimento.
Accanto a lei la mente mi s’intorpidiva a poco a poco. La trovai diversa. Proprio adesso che ero sicuro di non amarla più, cominciavo ad amarla. Mi sentivo incapace di calcoli, di macchinazioni, di tutto ciò da cui, fino a quel momento e in quella precisa occasione, non credevo fosse immune l’amore. Di colpo mi sentivo migliore. Quel brusco cambiamento avrebbe aperto gli occhi a chiunque altro: io non mi accorsi d’essermi innamorato di Marthe. Tutto, invece, mi sembrò una prova che il mio amore era morto, sostituito subito da un bel sodalizio. E quella lunga prospettiva d’amicizia mi obbligò ad ammettere d’improvviso quanto un sentimento diverso da parte mia sarebbe apparso colpevole, lesivo verso l’uomo che l’amava, a cui lei doveva appartenere, e che non poteva vederla.

Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo,
Feltrinelli, Traduzione Maria Larocchi