Le figurine di Radiospazio. Mariti

Albert era di statura media, direi, ma siccome non si poteva pensare a lui senza associarlo alla possente consorte, sembrava piccolo. Era esile, gracile e pareva più vecchio della sua età che era la stessa di Mrs Forrester. I capelli, molto corti, erano bianchi e radi, e bianchi erano pure i baffetti ispidi. Il viso, magro e rugoso, non aveva tratti rimarchevoli, e gli occhi azzurri, che forse un tempo erano stati belli, erano ormai stanchi e slavati. Era sempre ben vestito: pantaloni di tweed (sempre dello stesso modello), giacca nera e cravatta grigia con un piccolo fermacravatta di perla. Non imponeva mai la sua presenza, e quando, in piedi nel salotto di Mrs Forrester, accoglieva gli ospiti che li aveva invitato non lo si notava più dell’arredamento discreto e virilmente signorile. Era molto educato, e stringeva la mano agli ospiti con un sorriso affabile e cortese:
«Come stai? Sono contento di vederti» diceva agli amici di vecchia data.
«Tutto bene, spero».
Ma agli sconosciuti di un certo prestigio, e per di più alla prima visita, andava incontro sulla porta del salotto dicendo:
«Sono il marito di Mrs Forrester. Mi permetta di presentarle mia moglie».

William Somerset Maugham, L’impulso creativo,
“Una donna di mondo e altri racconti”, Adelphi, Traduzione Simona Sollai

Le figurine di Radiospazio. La tenda dello scrittore

June ha detto: «Sto cercando qualcuno a cui sottomettermi, ora che non posso più sottomettermi a Henry.» Cerco di spiegarle che lo scrittore è un duellante che non combatte mai all’ora stabilita, ma raccoglie un insulto come raccoglierebbe qualsiasi oggetto curioso, un articolo da collezionista, per deporlo più tardi sulla sua scrivania e ingaggiare con esso un duello verbale. C’è chi lo chiama debolezza. Io lo chiamo rinvio. Ciò che è debolezza nell’uomo, diventa qualità nello scrittore. Perché egli preserva, colleziona, quanto esploderà più tardi nel suo lavoro. Ecco perché lo scrittore è l’uomo più solo della terra; perché egli vive, lotta, muore, rinasce, sempre da solo; tutti i suoi ruoli sono giocati dietro una tenda. Nella vita, è un personaggio incongruo. Per giudicare uno scrittore è necessario provare un amore eguale per la prosa e per l’uomo. La maggio parte delle donne ama soltanto l’uomo.

Anaïs Nin, Diario 1931 – 1934, Bompiani, Traduzione Delfina Vezzoli

Le figurine di Radiospazio. Profitti e svantaggi

L’ateniese Demado condannò un concittadino, impresario di pompe funebri, perché era esoso nei prezzi e perché traeva profitto solo dalla morte di molti. Questo modo di giudicare presenta però il fianco alla critica, perché nessuno si avvantaggia mai se non danneggiando gli altri. Bisognerebbe perciò condannare ogni sorta di guadagno.
Il mercante non fa ottimi affari se non per le dissolutezza dei giovani; l’agricoltore se non vende il grano a prezzo elevato; l’architetto se non vanno in rovina le case; il giudice se gli uomini non litigano; e persino il sacerdote trae vantaggio dalla morte e dai vizi. Non c’è medico, secondo il comico greco (Filemone, n.d.r.), che abbia cara la salute dei propri amici; e non c’è soldato cui stia a cuore la pace della propria patria, e così via. Quel che è peggio, poi, se ognuno di noi scruta la propria coscienza, scopre che i nostri desideri più profondi nascono e si nutrono a spese altrui.
Pensando a ciò, mi è capitato di notare che, così operando, la natura non viene meno alla sua universale economia, visto che i fisici ritengono che ogni cosa nasca, si nutra e cresca grazie alla corruzione e alla morte di un’altra:

Nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
Continuo hoc mors est illius, quod fuit ante.

(Poiché, qualunque corpo il termin passa
Da natura prescritto all’esser suo,
Questo è sua morte, e non è più quel desso)
Lucrezio, De rerum Natura, traduzione Alessandro Marchetti

Michel de Montaigne, Saggi, “Il profitto dell’uno è svantaggio per l’altro”,
Rea edizioni, a cura di Fabrizio Cristallo

Le figurine di Radiospazio. Il messaggero

Le mogli vengono picchiate dai mariti; la polizia uccide neri e latino-americani; i vecchi frugano nei bidoni della spazzatura o mangiano cibo per cani: la vergogna impera, regna. Ci sono teenager neri che non avranno mai un lavoro sino alla fine dei loro giorni, non perché siano pigri ma perché non c’è lavoro; e anche perché i ragazzi dei ghetti non hanno capacità particolari da vendere. Bambini e bambine scappano, approdano ai marciapiedi di New York o di Hollywood; si prostituiscono e finiscono squartati. Se in voi nasce l’impulso di massacrare i messaggeri spartani che corrono a riferire l’esito della battaglia, la verità delle Termopili, massacrateli pure. Io sono uno di quei messaggeri e vi comunico ciò che, molto probabilmente, non volete sentire.

Philip K.Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer,
Feltrinelli, Traduzione Vittorio Curtoni

Narrativa, Gianni Celati, La malinconia dei bambini (frammento)

I due bambini si annoiavano moltissimo, soprattutto in metropolitana a osservare la gente che non sa mai dove mettersi perché ha sempre paura che gli altri la guardino, o quelli che vogliono far capire agli altri che loro se ne infischiano di tutto, o quelli che vogliono far capire agli altri che loro sono stanchissimi di tutto. Queste cose facevano venir loro la malinconia.
Poi facevano venir loro la malinconia gli automobilisti che suonano il claxon per far vedere che loro hanno fretta; quelli per strada che spingono per far vedere che vanno per i fatti loro; quelli nei bar che discutono di cose che non interessano a nessuno, solo per far vedere come sanno parlare; quelli che ridono quando non c’è niente da ridere, solo per far vedere che hanno capito tutto; quelli nei negozi che guardano da un’altra parte per far vedere che loro non hanno tempo da perdere; le donne che guardano da un’altra parte per far vedere che si lasciano ammirare, ecc.
In pratica tutto quello che vedevano andando in giro faceva venir loro la malinconia, ed era la stessa malinconia che veniva loro quando erano a casa e sentivano parlare i loro genitori o parenti.

Gianni Celati, Bambini pendolari che si sono perduti, Feltrinelli

Narrativa. Annie Ernaux, Un residuo di pensiero magico

Il 7 novembre, tre settimane dopo essere ritornati a Yvetot, hanno comprato una concessione cimiteriale accanto a te. Lui vi è stato deposto per primo, nel 1967, lei diciannove anni dopo. Io non sarò sepolta in Normandia, vicino a voi. Non l’ho mai desiderato né immaginato. L’altra figlia sono io, quella che è fuggita lontano da loro, altrove.
Tra qualche giorno andrò sulle tombe, come sempre per Ognissanti. Non so se questa volta avrò qualcosa da dirti, se sarà il caso di farlo. Se mi vergognerò o se sarò fiera di averti scritto questa lettera, intrapresa sulla spinta di un desiderio che ancora non mi è chiaro. Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato. Oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti.
Lottare contro la lunga vita dei morti.
Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.

Annie Ernaux, L’altra figlia, L’Orma, Traduzione di Lorenzo Flabbi

Le figurine di Radiospazio. Il momento presente

In un mondo che contiene il momento presente, non si dovrebbe nominare nulla, per non trasformarlo così facendo. Che esistano, piuttosto, questa riva, questa bellezza, e anch’io, per un istante, stracolmo di piacere. Il sole brucia. Vedo il fiume. Vedo gli alberi screziati, e bruciati dal sole autunnale. Le barche scivolano via prima nel rosso, poi nel verde. Una campana rintocca lontano, ma non a morto. Ci sono campane che suonano per la vita. Una foglia cade, per la gioia. Quanto amo la vita! Guardate come il salice scaglia nell’aria i suoi rami sottili! Guardate come la barca passa tra i rami, piena di giovani indolenti, incoscienti, vigorosi. Suonano un grammofono, mangiano la frutta che tirano fuori da sacchetti di carta. Buttano nel fiume le bucce di banana, e quelle affondano, sembrano anguille. Tutto ciò che fanno è bello. 

Virginia Woolf, Le onde, Einaudi, Traduzione Nadia Fusini

Le figurine di Radiospazio. Lo specchio

Un uomo orribile entra e si guarda nello specchio.
“Perché vi guardate allo specchio, se non vi è possibile vedervi senza provare dispiacere=”
L’uomo orribile mi risponde: “Signore, dopo gli immortali principi dell”89, tutti gli uomini sono per diritto uguali; dunque io ho il diritto di specchiarmi; con piacere o dispiacere, questo riguarda solo la mia coscienza”.
Secondo il buon senso avevo indubbiamente ragione io; ma dal punto di vista della legge, egli non aveva torto.

Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, Feltrinelli, a cura di Franco Rella

Le figurine di Radiospazio. Romanzi in tre righe

A Clichy un mendicante settantenne, certo Verniot, è morto di fame. Nel suo pagliericcio sono stati trovati 2000 franchi. Ma non bisogna generalizzare.

Non lontano da Villebon un certo Fromond, che stava intrattenendo altri disgraziati con il racconto delle sue miserie, si è improvvisamente gettato in una fornace accesa.

Domenica uno sguattero di Nancy, Vital Frerotte, è morto per una sbadataggine. Era appena tornato da Lourdes, definitivamente guarito dalla tubercolosi.

A 80 anni la signora Scout, di Lambézellec, nel Finistère, cominciava a pensare che la morte si fosse dimenticata di lei. Così ha aspettato che sua figlia uscisse, e si è impiccata.

Tre scioperanti di Fressenneville condannati a pene detentive: uno, due o tre mesi, a seconda del grado di scurrilità delle contumelie rivolte ai soldati.

I giudici di Doullens hanno sanzionato tre pie donne di Hérissart, ree di avere accennato a lapidare i gendarmi.

Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi, Traduzione di Matteo Codignola

Le figurine di Radiospazio. Chiacchiere e tennis

Aprile, domenica.

In questa schifosa città disgraziata tutto si viene a risapere. Non si può far niente. Non sono passati neanche tre giorni, e Claudia ha cominciato a prendere in giro e far punture sul fatto dell’altra sera. Non m’ha voluto dire da chi l’ha saputo. Ride a proposito del procuratore, dice che vedendolo sempre così infoiato bisognerebbe aiutarlo seriamente affidandolo alle cure della signora Scortcicacazzi, che tutti i giorni fa cose da pazzi, senza scrupoli né imbarazzi, sia coi vecchi che coi ragazzi, ed è un argomento inesauribile di chiacchiere sempre nuove e sempre sassose. Secondo le più recenti è riuscita a violentare l’elettricista che le riparava il frigorifero, ma ha avuto uno scacco col meccanico del suo dentista; notoriamente adesca i garagisti per mezzo della macchina trascinandoli in aperta campagna col pretesto di verificare la frizione o la marcia indietro, fatto il lavoro persuade  il marito a cercare sempre nuovi garage, e tutto questo è di dominio pubblico al punto che le ragazzine al tennis ne parlano quasi apertamente. 

Alberto Arbasino, Le piccole vacanze, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. Profumi

Quando mi viene voglia di lusso vado a passeggiare intorno alla Madelaine. È un quartiere ricco. Le strade odorano di lastricato di legno e di tubi di scappamento. Il turbine di gas che segue gli autobus e i taxi mi schiaffeggia il volto e le mani. Davanti ai caffè, le voci che percepisco un istante sembrano uscire da un altoparlante che gira. Resto in contemplazione delle automobili ferma. Le donne lasciano una scia di profumo. Attraverso i viali solo quando un agente interrompe il traffico.
Immagino che malgrado i miei abiti logori le persone sedute ai tavoli nelle terrazze mi notino.
Una volta, una signora seduta di fronte a una teiera minuscola mi ha osservato.
Felice, colmo di speranza, sono tornato sui miei passi. Il clienti però hanno sorriso, e il cameriere mi ha cercato con gli occhi.
Mi sono ricordato a lungo di quella sconosciuta, del suo collo, dei suoi seni. Di sicuro le ero piaciuto.
A letto, quando udivo suonare mezzanotte, ero certo che lei mi pensasse.
Ah, come vorrei essere ricco!
l collo di pelliccia dl mio soprabito susciterebbe ammirazione, soprattutto in periferia. La giacca la terrei aperta. Una catenina d’oro mi attraverserebbe il gilet; un’altra d’argento, congiungerebbe il borsellino alle bretelle. Il portafogli si troverebbe nella tasca posteriore dei pantaloni, come quelli degli americani. Un orologio da polso mi obbligherebbe a fare un gesto elegante per guardare l’ora. Metterei le mani nelle tasche del gilet coi pollici in fuori, e non come fanno i nuovi ricchi, lungo i risvolti.
Avrei un’amante, un’attrice.

Emmanuel Bove, I miei amici, Feltrinelli, Traduzione Beppe Sebaste

 

Le figurine di Radiospazio. Lo sguardo dei piccoli

«Che importa se ancora io sono piccolo?… E poi lo dite voi che io sono piccolo… E che vuol dire essere piccolo? Questa divisione fra grandi e piccoli l’avete fatta voi, perché vi conviene. Vi siete fatti padroni delle cose del mondo e le nascondete perché avete paura che noi vele portiamo via… O anche senza ragione – senza una “precisa” ragione, come dite voi… Credete che io non lo sappia? È per questo che fate la faccia severa… Credete che io non abbia scoperta la ragione di questo vostro perpetuo muso duro?… Voi dite che i grandi sono persone serie. Non ridono mai. Hanno dei gravi pensieri, delle gravi preoccupazioni. Stanno seduti, curvi, il mento nella mano e la fronte aggrottata come le statue dei cimiteri. Ma io so che non è vero. Fate così per impedire tra voi e noi qualunque confidenza, per mettere intorno a voi una difesa, per impedire a noi di scoprire il vostro trucco… Io lo so… La vostra serietà!… Un giorno vi ho veduti. Ho guardato attraverso il buco della serratura… Vi ho sorpresi… E non eravate serii mentre io vi guardavo e voi non sapevate che io vi vedevo… E ridevate, scherzavate, giocavate come giochiamo noi… più di come giochiamo noi… Tante altre volte, se io entro all’improvviso nella vostra camera e voi subito non mi vedete… Appena mi vedete cambiate faccia, riprendete la vostra faccia da genitori… Perché?»

Alberto Savinio, “Tutta la vita”, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. Automi

Insidiosi, proteiformi, gli automi pur di far irruzione nelle nostre vite sanno miniaturizzarsi, ci offrono servigi, mutano forma e rinunciano a fingersi vivi. Scandiscono le ore e i minuti delle nostre vite quelle tonde ostriche di metallo, quei rettangoli mentitamente pitagorici, gli orologi. L’inesatto tempo di Atene la dialettica e Roma la bellicosa s’accompagnava al trascorrere del sole, al variare della luce; potevano bastare le tacite clessidre a sabbia, sebbene il trascorrere dei granuli ne dilatasse via via i forami; e le clessidre ad acqua patissero le lentezze dei geli, e i fatui vapori del solleone. Il duro ticchettio degli orologi è tutto nostro, quelle minute viscere di metallo, quel vibrar di quarzi che ci dice – nemmeno ci avverte – del nostro ininterrotto perire.

Giorgio Manganelli, UFO e altri oggetti non identificati, Quiritta

Narrativa. Giulio Mozzi, Al festival dei libri

Giovanni – 27 settembre 2004
Pordenone. Ieri, circa le undici di mattina. Sono sopravvissuto alla premiazione della Vetrina Più Bella di Pordenonelegge, il Festival dei libri con gli autori. Il proprietario del negozio d’abbigliamento «Fou You» ha vinto una targa e due borse piene di libri.
Mi inoltro nel corso pieno di gente.
Mentre contemplo una bancarella di chincaglierie – e mi domando, perplesso, quante siano le chincaglierie esistenti al mondo; e se mai, a forza di vendere, le chincaglierie finiranno – una voce maschile chiama:
«Giovanni! Giovanni!»                                
La voce sembra piuttosto irritata.
Io osservo un piccolo busto di John Kennedy in legno dipinto.
Si sente ancora: «Giovanni! Giovanni!»                
La voce sembra furibonda.
Com’è come non è, mi volto. E mi trovo difronte un tipo ansimante con tantissimi capelli, una camicia a righe fuori dalle braghe, la faccia arrossata.
«Giovanni, cazzo», dice il tipo.
«Ce l’ha con me?», dico, puntandomi l’indice destro al centro del petto.
Il tipo sbianca.
«Scusa», dice continuando ad ansimare, «scusa, cazzo, ti avevo preso per Giovanni, cazzo, dove cazzo sarà finito.»
«Mi spiace», dico,«ma non la posso aiutare».
«Ma che cazzo te ne frega a te» dice il tipo rallentando appena l’ansamento. «Che cazzo te ne frega a te», ripete.
Lascio perdere. Faccio per voltarmi.
«Che c’è?», dico.
«E cazzo», dice il tipo continuando a tenermi la mano sulla spalla, «mi prendi per il culo e ne vai? Che cazzo me ne frega a me, non me ne incula un cazzo, se mi vuoi prendere per il culo fai come cazzo di pare, ma non te ne vai mica così, cazzo».
«Be’», dico rigirandomi verso di lui e incrociando le braccia, «che cosa dovrei fare?»
«Ma fa’ quel cazzo che vuoi, va’», dice il tipo. Mi molla la spalla, si gira e se ne va.
«Giovanni! Giovanni!»                                
Il bancarellaro delle chincaglierie, che evidentemente è del posto, mi strizza l’occhio:
«Non si preoccupi. È fatto così».
«Sì, vabbè», dico, «ma non è il massimo della cortesia, mi pare».
Il bancarellaro ride. «Perché lei non conosce Giovanni», dice.

 Giulio Mozzi, Sono l’ultimo a scendere (e altre storie), Laurana reloaded

 

Le figurine di Radiospazio. Furfanti e poliziotti

Un capo della polizia che aveva veduto un poliziotto picchiare un furfante si mostrò molto indignato e avvertì il subalterno che non avrebbe mai più dovuto agire a quel modo, se non voleva rimetterci il posto. « Non siate troppo severo con me, » disse il poliziotto sorridendo; «lo picchiavo con un bastone pieno di crusca. » « Eppure, » continuò il capo della polizia, « si tratta di cosa sgradevole; anche se non gli avete fatto male. » « Ma, » disse il poliziotto, « era un furfante di stoppa. »*
Nel cercar di esprimere la propria soddisfazione il capo della polizia allungò la mano destra con tale violenza che si ruppe la pelle dell’ascella e una quantità di segatura scese dalla ferita. Era falso anche il capo della polizia.

Ambrose Bierce, Poliziotto e furfante