Il video della domenica. Renoir al lavoro

Dimenticate il commento musicale, che è deviante, anzi disattivate decisamente l’audio ed entrate senza finta compunzione in casa di Pierre-Auguste Renoir per osservarlo mentre dipinge. La sua vita è al termine, Renoir morirà nello stesso anno in cui è stato realizzato questo filmato (1919); l’artrite reumatoide lo devasta da tempo, ma l’artista sembra sereno (a me pare che a un certo punto faccia anche l’occhiolino). E’ contagiosa la soddisfazione con cui si fuma la sigaretta e quella vaga allegria da satiro arzillo che pervade il reperto, forse accentuata dalla forma della barba. 

 

 

 

Il video della domenica. Giorgio Strehler, Arlecchino servitore di due padroni

Dal 1947 ad oggi lo spettacolo conta più di 2200 repliche. Inizialmente interpretato da Marcello Moretti e poi, dal 1960 dal grande Ferruccio Soleri. Dal 2002 il ruolo viene spesso e con altrettanta forza interpretativa portato in scena da Enrico Bonavera.

Il video della domenica, “DONATELLA”. Ricordando Elsa Martinelli

Elsa Martinelli fu una delle prime mannequin (denominazione d’annata) che divenne diva – senza passare da Miss Italia – dopo essere stata cassiera e ancor prima ìnfilatrice di perle e fanciulla di famiglia modesta. “Donatella” è un film che precorre “Pretty woman”, ma con Emanuele Ferzetti al posto di Richard Gere e senza carte di credito, senza bagni schiuma. Dopo i primi successi, anche hollywoodiani, Elsa prese a recitare sempre meno copioni cinematografici per dedicarsi sempre più intensamente al suo copione personale, che era quello della signora del jet set. Gli anni l’avevano stilizzata, accentuando la distanza fra gli occhi e affilando gli spigoli delle mascelle. La ragazzina di “Donatella” si era progressivamente trasformata nell’icona glamour di una mantide inappetente, e dunque innocua. Diventata adulta, Cenerentola non conservava nemmeno il ricordo dell’ascensore sociale che l’aveva proiettata nel mondo dell’alta società della quale era divenuta ambasciatrice distaccata; la trama della fiaba si era cancellata, rimaneva solo un carnet di nomi scorporati dalle rispettive storie e risonanti in un immutato presente.

Il video della domenica. INTERVISTA CON EUGENIO MONTALE. L’artista lirico? Genio e imbecillità

Montale sorride, addirittura ci regala qualche sottile risata. I suoi studi giovanili da baritono lo divertono, e ride anche per lo scampato pericolo: se avesse continuato la carriera, chissà come sarebbe diventata la sua vita. Montale racconta, ed è cosa abbastanza rara; sfortunatamente a un certo punto della conversazione l’intervistatore decide che il discorso sta diventando troppo scorrevole e  piacevole, quindi innesta (lui) la marcia poetica e incomincia a pennellare paesaggi da cui spunta qualche traccia di “meriggiare pallido” mentre sullo schermo ansima uno sbiadito paesaggio ligure. Ma per due terzi l’intervista è molto gustosa, la coda finale è il tristo pedaggio che si deve pagare alla poeticità. In tutti questi anni ci siamo abituati, come alle tasse.

Il video della domenica. INSIDE CHANEL. 4′

Una favola moderna in chiave fashion, la storia di un’orfanella che divenne Coco Chanel. Prima puntata (ma le altre non le pubblicheremo, sono reperibili in rete).

 

Il video della domenica. Sanguineti, per strada, all’improvviso

Capita, a un poeta, di vincere un premio letterario – il Tomasi di Lampedusa del 2009, nel nostro caso – e di uscirsene per strada, a cerimonia compiuta. La liturgia del premio si è compiuta, la giornata è tersa, il clima seducente. Forse il poeta pensa come può impiegare quell’ora che precede il pranzo ufficiale. Ma ogni premio ha un indotto, così sul marciapiede il poeta viene avvicinato da un suo lettore che fino a poco prima era in sala. Il lettore è molto più che fervido, è avvolgente e caloroso, consonante e, nonostante gli anni, candidamente proteso: conoscendo l’opera del poeta, egli desidera sapere di più su di lui; vorrebbe entrare con premurosa cautela nel retrobottega della scrittura (forse anche nei meandri del pensiero) di quell’autore che tanto ammira. Poiché il poeta si mostra disponibile, il lettore osa: può chiamarlo compagno? Non gli sembra che gli autori del Gruppo 63 (compreso il poeta stesso) pensino bene ma scrivano troppo difficile? Cosa ne direbbe Gramsci? Perché le opere di Ildebrando Pizzetti e di Michele Lizzi vengono così poco rappresentate? E poi, sempre col massimo rispetto, il lettore confessa di aver passato l’estate sudando sette camicie per decifrare Smorfie, che raccoglie la prima produzione del poeta.
Sanguineti era un uomo autenticamente aperto e disponibile: i suo imbarazzi venati di ironia sono piccoli flash che illuminano angoli preziosi della sua personalità.

Il video della domenica. LOUIS MALLE, JEANNE MOREAU, MILES DAVIS. “ASCENSORE PER IL PATIBOLO”

Uno dei luoghi comuni più frequentati dai cinefili è “Una sequenza da storia del cinema”. Credo che lo si possa dire appropriatamente per questa passeggiata notturna di Jeanne Moreau, che tre anni più tardi ritroveremo in un’altra memorabile camminata solitaria (Antonioni, La notte, 1971). La combinazione è perfetta: oltre alla grande attrice, allora trentunenne, c’è la magistrale colonna sonora di Miles Davis e il talento di un regista esordiente, Louis Malle, allora ventiseienne, che ricordando la genesi del suo primo film dichiarò: “Quando realizzai Ascensore per il patibolo scelsi deliberatamente di partire da un libro che era un thriller (di Noël Calef, n.d.r.), consapevole di fare qualcosa che sarebbe stato venduto all’industria cinematografica come un film di serie B. Ma volevo anche fare un buon thriller. Il buffo è che ero davvero diviso tra l’enorme ammirazione per Bresson e la tentazione di fare un film alla Hitchcock. Così, in “Ascensore” c’è qualcosa dell’uno e dell’altro. In molte scene, specialmente all’interno dell’ascensore, cercai di emulare Bresson. Al tempo stesso imitavo Hitchcock nel tentativo di fare, forse con un po’ di ironia, un thriller che funzionasse bene.” Civetteria o felice inconsapevolezza dei vent’anni?
Nella sequenza, Jeanne Moreau pronuncia solo due battute: “Julien…” e poco dopo: “Julien, je t’ai cherché partout“. Esercizio per le giovani attrici: ripeterle più e più volte, con o senza la colonna musicale di Miles Davis.

 

Il video della domenica. ARTHUR DE PINS, GERALDINE

Il plot del giovanotto che una mattina si risveglia trasformato in donna non è nuovo, ma il ritmo e il disegno elegantemente trasandato del corto sono di qualità.

 

Il video della domenica. Giorgio Strehler in prova. L’OPERA DA TRE SOLDI

 

Magnetico, dominatore, debordante, tirannico, instancabile fino alla distruzione di sé e degli altri, dominato da un narcisismo incontenibile, su Giorgio Strehler si è indubbiamente detto e scritto di tutto, ma è altrettanto indubbio che pochi hanno saputo costruire l’azione scenica come lui: con la sua fisicità che lo spingeva a sostituirsi all’attore in ogni momento, e non solo per mostrargli un gesto e un ritmo ma anche per diventare egli stesso attore: surrettiziamente, si potrebbe dire perché, come molti grandi registi Strehler, quando ha recitato in prima persona non è mai stato un bravo attore. Era semplicemente straordinario nel far recitare gli altri. In questo breve video, il maestro, esaurita la sua performance, lascia la scena a Gianni Santuccio e a Milva, impegnati nel famoso “Tango Ballade”, di Kurt Weill.

Il video della domenica. PER FARE UN POEMA DADAISTA. 3′

E’ un’alternativa agli innumerevoli video che insegnano come piegare le t-shirt o come riutilizzare i contenitori delle uova o le lattine di Coca cola. Il breve video mette in pratica le istruzioni contenute in Dada manifesto sull’amore debole e l’amore amaro, che Tristan Tzara lesse a Parigi, alla galleria Povolozky il 9 dicembre del 1920 e che pubblicò l’anno seguente.
E’ un gioco forse ozioso, ma gratificante, come spiega lo stesso Tzara al termine delle istruzioni, che qui riportiamo.

Prendete un giornale
Prendete delle forbici
Scegliete sul giornale un articolo lungo quanto intendete debba essere il vostro poema
Ritagliate l’articolo
Quindi ritagliate accuratamente ogni parola di cui è composto l’articolo e mettetelo in una borsa
Agitate un poco
Disponete ogni frammento uno dopo l’altro nell’ordine in cui si trova nella borsa
Copiate scrupolosamente.
Il poema vi assomiglierà.
Ed eccovi trasformati in uno scrittore assolutamente originale e di affascinante sensibilità, ancorché incompreso dal volgo.

 

Il video della domenica: un corto di FEDERICO FELLINI, AGENZIA MATRIMONIALE (1953)

È il 1953. Fellini ha alle spalle una discreta attività di sceneggiatore e un esordio nella regia (Luci della ribalta, insieme ad Alberto Lattuada). Zavattini gli offre la possibilità di dirigere da solo un episodio dei sei che compongono, L’amore in città. Gli altri registi sono Antonioni, Lattuada, Lizzani, Maselli, Dino Risi.
Per Zavattini, creatore del progetto, gli episodi del film dovrebbero essere altrettanti tasselli della poetica neorealista che si sta decantando: la prostituzione, il suicidio, le squallide balere della periferia romana, la storia di una madre indigente, incerta se cedere in adozione la sua creatura, il gallismo degli italiani.
Fellini decide di rispettare lo spirito della commissione, ma apporta una piccola, sostanziale modifica: introduce nell’inchiesta sulle agenzie matrimoniali un elemento surreale, il matrimonio di una ragazza povera con un ricco licantropo. In questo corto, Fellni, all’inizio della sua attività di regista, crea un alter ego che anticipa di qualche anno il Mastroianni della Dolce vita: è Antonio Cifariello, un altro bello del cinema italiano, al quale affida il ruolo del giornalista che conduce l’inchiesta.
Sulla contraddizione fra “stile neorealistico” e taglio surreale del soggetto, scriverà Fellini: “Poiché Zavattini mi dava quest’opportunità, stabilii di girare un cortometraggio nello stile più neorealistico possibile con una storia che in nessun caso poteva essere vera, neanche neo-vera. Pensavo: Cosa farebbero James Whale e Tod Browning se dovessero girare Frankenstein o Dracula in stile neorealistico? E così nacque Agenzia matrimoniale.”
Zavattini non apprezzò.

Il video della domenica. ADRIEN MONDOT&CLAIRE BARDAINNE, HAKANAÏ, 2’50”

Dal punto di vista tecnico, questo video si avvale di: “proiezione mappata, CGI e sensori per reagire dinamicamente ai movimenti e alla vicinanza della performer”. La cosa, in se stessa, non ci commuove, e non ci viene nemmeno la voglia di sapere cosa sia un CGI. Il risultato invece realizza quello che dovrebbe essere il fine di ogni danza, il connubio fra la leggerezza (meglio se immateriale) coniugata con un corpo in movimento. 

 

Il video della domenica. BORIS VIAN, GASTRONOMIA A’ L’ITALIENNE

 

Autore “scandaloso”, e purtroppo prigioniero del suo più discusso romanzo, Sputerò sulle vostre tombe;  poeta sempre tentato dal gorgo esistenziale (“Non vorrei crepare /Prima d’aver conosciuto /I cani neri del Messico (…)/Non vorrei crepare/Senza sapere se la luna/Sotto la sua falsa aria di moneta/Ha un lato appuntito/Se il sole è freddo/Se le quattro stagioni/Sono davvero quattro (…)/Senza aver ficcato il cazzo/Nei posti più impensati/Non vorrei crepare /Senza conoscere la lebbra /O le sette malattie/Che si prendono laggiù/Il bene e il male…”); autore di cinquecento canzoni e posseduto dal jazz, Boris Vian incarnò il mito di un neo-maledettismo che seppe parlare ai giovani degli anni ’50 e ’60. Questo raro video ce lo propone in una dimensione stralunata e minimale, forse provocatoria, forse irridente – ma forse si tratta più semplicemente di una libera uscita dal personaggio.

 

Il video della domenica. AMELIA ROSSELLI legge brani da SERIE OSPEDALIERA

Quando i poeti si leggono, riescono quasi sempre a sorprenderci. Spesso pensiamo che leggano male, ma non lo confessiamo perché ci sembra che quella lettura, in quanto coincidente con la fonte della poesia, debba essere forzatamente la più attendibile. La nostra delusione non è immotivata: ci hanno insegnato, fin da piccoli, che la poesia è musicale, ma senza avvertirci che la musica può essere concreta, atonale, dodecafonica, ecc. Quando, cresciuti, abbiamo ascoltato gli attori che leggevano versi, le loro voci vibranti, le loro casse toraciche risonanti, loro fosse nasali perfettamente lubrificante, le loro corde vocali tirate a lucido hanno arrotondato, ripulito e riplasmato la parola. Così, quando il poeta si legge ci sembra sempre nudo, con quella sua voce inadeguata in quanto semplicemente umana, e soprattutto con quella stramba musica alla quale intona, sorprendendoci (deludendoci?) i suoi versi. Quando i poeti si leggono, appaiono sempre inadeguati a quella “buona forma” che abita in noi e che ci impone passeggiate sempre uguali nella routine del Bello. Vale la pena di sottrarsi, non senza fatica, a questa noiosa tiranna per riscoprire la fatica del discorso poetico in costruzione. 

Nata nel 1930 a Parigi, Amelia Rosselli crebbe tra la Francia, L’Inghilterra e gli Stati Uniti in un contesto fitto di tragiche vicende di storia privata, politica e sociale. Figlia di Carlo – esule antifascista, fondatore del movimento «Giustizia e Libertà» – nel profilo psicologico, intellettuale e artistico della Rosselli ebbe grave impatto, nella già problematica vicenda familiare, avere assistito, a sette anni, all’assassinio di suo padre, e del fratello di questi, Nello, perpetrato dai fascisti dinnanzi all’intera famiglia.
Il periodo della prima giovinezza fu contrassegnato da continui cambiamenti di residenza tra l’Europa e l’America. Il trauma dell’assassinio del padre, aggiunto alla malattia mentale e morte della madre, indussero uno stato di psicosi nella Rosselli, a causa del quale seguirono ripetute degenze presso ospedali psichiatrici.
Nel 1958 pubblicò il poemetto La libellula. Nel 1964, usciva con Garzanti la raccolta Variazioni belliche, seguita nel 1969 da Serie Ospedaliera.
Nell’Italia post-bellica, la Rosselli affiancava all’attività di poeta quella di musicista, sia come etnomusicologa, sia come esecutrice. Svolse attività di traduttrice letteraria, consulente editoriale e collaboratrice di riviste, che richiamarono sulla sua opera l’interesse di poeti come Zanzotto, Raboni, e Pasolini.

Nel 1969, le fu diagnosticato il morbo di Parkinson.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella mansarda in via Del Corallo a Roma, dove, nel 1996, si tolse la vita.

Il video della domenica. IL GOVERNO DI GROUCHO MARX: tasse, lavoro e dicasteri

Nel “non libero” stato di Freedonia, il surreale esprime il suo più genuino prodotto, Groucho Marx. Fin dalle prime battute il neopresidente del Consiglio lascia intuire un programma politico che non ha niente da invidiare a un sistema democratico in via di disfacimento come quello in cui ci stiamo dibattendo.

Sequenza tratta da Duck Soup (La guerra lampo dei fratelli Marx)