Cos’è questa forza che muove, obbliga e fa soffrire? Cos’è questa forza che spinge all’uniformità? Anna Ginsburg racconta una storia tramite immagini iconiche, simboliche ed invita a celebrare tutte le forme che una donna può avere. https://www.collater.al/what-is-beauty-anna-ginsburg/
Il giovane Rowan Atkinson in una paludata (a suo modo) galleria di personaggi shakespeariani (le risate fuori campo sono un po’ eccessive, ma la visione vale la pena ugualmente)
“Credo che la realtà non sia realista. Il realismo e’ una maniera come un’altra di esprimere la realtà. I realisti hanno una visione ristretta e parziale della realtà, perciò il realismo e’ diventato accademico, freddo, dogmatico, morto e, quindi addirittura una forma di irrealismo”.
“Federico mi dà qualche indicazione, molto precisa ma anche molto contraddittoria: magari dice: “Fa’ un motivo allegro ma che sia triste… un motivo vecchiotto ma che sia nuovo… un motivo spensierato ma che sia patetico… Eravamo stati tutta una giornata a cercare, cincischiare… non usciva niente… Al momento di andar via, suono un motivo (il tema della Dolce vita, N.d.R.)… Federico mi dice: Questo va bene, con questo ci facciamo tutto il film”
Bratislava anni 80, ma una scuola media “normale”, con tanti ragazzi altrettanto “normali”, ed una nuova insegnante di Russo che appare simpatica, affettuosa e disponibile. Poco interessante finora, direte voi, ma il primo appello è già sottilmente distopico. La professoressa chiede ad ogni suo alunno il mestiere dei genitori. All’apparenza anche questo è normale, soprattutto per noi italiani, ma la catena degli eventi che ne seguono ribalta quella presunta normalità, scatenando conflitti interiori ed esterni che sfiorano la tragedia. Parliamo di The Teachear, che circola inspiegabilmente sotto-tono per le nostre sale, quelle da amatori per intenderci. Ne parliamo perché in quella narrazione si intravvede l’essenza della natura umana, i suoi limiti e le sue cadute ma anche la sua forza, una essenza che qui si svela molto di più che in eventi eccezionali o in elucubrazioni pseudo-filosofiche con poca estetica. L’essenza umana quale tutti ci accompagna e tutti ci accomuna e che è bene ricordare come prossima e da vivere direttamente e non attraverso l’altrui narrazione. Slovacchia anni 2000, una scuola media “normale”, con ragazzi altrettanto “normali” ed una nuova insegnante di Inglese che appare simpatica, disponibile e affettuosa e che all’appello chiede ad ogni alunno il mestiere dei loro genitori … il resto a noi. De te fabula narratur.
La ricerca della perfezione può essere un additivo molto efficace, o addirittura lo scopo di una vita. Fino a quando regge.
Molto apprezzabile il bianco e nero (morigerato, senza snobismi), così come il montaggio e la rappresentazione simbolica, solo apparentemente banale, dello scorrere del tempo.
Sintesi di un lungometraggio tratto da Alice nel paese delle meraviglie, il video mantiene fede al suo titolo e riscatta il capolavoro di Carroll dalla vaniglia disneyana, nonché dalla impropria etichetta di “libro per ragazzi”. Si potrebbe dire che il racconto di Svankmejer presenta delle analogie con la fine del Pinocchio collodiano: la protagonista, all’inizio, è una bambola che si trasforma in essere umano quando inizia il suo fantastico viaggio (l’umanità è un pre-requisito per un viaggio davvero formativo?). Il mondo che Alice scopre nel dipanarsi delle sue avventure non è comunque comunque meraviglioso: assomiglia piuttosto a un incubo che, pur concepito dall’autore nell’ormai lontano 1988, ha i tratti squallidi e orrifici dei nostri anni.
Fino a qualche tempo fa, c’erano i cartoni animati. Adesso, vengono chiamati sbrigativamente cartoni, anche perché ai bambini (ma anche ai loro genitori) sembra del tutto normale che un pupazzo disegnato prenda vita e abbia un’anima, o addirittura un contorto e a volte patologico profilo psicologico – le risorse tecnologiche hanno azzerato il miracolo, e se oggi un profeta camminasse sulle acque davanti a centomila persone alla luce del crepuscolo, molti spettatori direbbero: “Sì, d’accordo, ma potevano curare un po’ di più il lighting design e mettere uno straccio di colonna sonora. Per fortuna l’ingresso era libero”.
Alexia Meade crea un corto circuito che, se non proprio miracoloso, è certamente virtuoso nel suo giocare fra reale e irreale, fra la concretezza del corpo e l’ingannevole stilizzazione del soggetto “dipinto” (in senso letterale). E con questo, capovolge con leggiadria il metro del realismo, quello, per intenderci, che fa dire al visitatore di una mostra: “Che bello, sembra vero!”