Galleria. Un ménage

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Per loro, il Bagno Hawaii era l’unico frequentabile di tutto il litorale, ne erano innamorati da più di trent’anni. Solo qualche commercialista ladro e tamarro poteva farsi abbagliare dal confinante Copacabana, con quei barman brasiliani che schizzavano aperitivi , la musica a palla, le ragazze nude che sognavano Donnavventura, e i prezzi spudorati come la sua clientela. All’anziano gestore dell’Hawaii, che ormai teneva aperto solo per loro due, rivolgevano sempre il solito flebile conforto: “Non se la prenda, passerà anche la loro stagione”. E così fu. Il Copacabana e tutti gli altri locali furono spazzati via dai pensionati cinesi che invasero l’intera costa con le loro villette unifamiliari di carta velina; i pensionati cinesi furono sloggiati dai mostri marini che, respinti  dagli oceani, vennero a consumare la loro interminabile agonia sulla terra ferma; le carcasse dei mostri furono inghiottite, insieme alle coste, da un mare sempre più acido e vendicativo. Ma i due vecchi clienti del Bagno Hawaii erano tipi adattabili e non si scomposero. I più li avevano sempre considerati una coppia chiusa, impermeabile al mondo e anche un po’ noiosa; forse per questo, all’ora dell’aperitivo continuavano a guardarsi negli occhi con il loro sorriso inalterabile  e dicevano: “Nonostante tutto, questo è sempre un gran bel posticino”.

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GALLERIA. Il bacio rubato

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Si sarebbero poi sposati, molti anni più tardi, dopo essersi persi di vista per un bel po’. Tramite una comune amica, lei aveva sempre seguito le vicende di lui: che era emigrato in Germania; che si era fatto la moglie del suo datore di lavoro (piena di soldi, teneva le redini dell’impresa); che lei gli aveva messo in piedi una bella attività di import export; che poi si erano lasciati quando lui aveva conosciuto una pornostar d’origine italiana molto nota in Germania; che lui era diventato impresario e aveva ingaggiato una dozzina di ragazze con le quali andava in giro; che la pornostar si era incazzata di brutto perché lui si dava da fare con tutte e dodici e l’aveva piantato dopo averlo riempito di botte (perché, contrariamente a quanto lui pensava, le pornostar non sono di larghe vedute nella vita privata); che era tornato in Italia facendo il bodyguard di una cantante con la quale aveva avuto una storia tumultuosa finita anche sui giornali; che la manager della cantante lo aveva tolto dai guai perché era sempre stata innamorata di lui, così come la madre della cantante stessa; che fra le tre donne era scoppiata una rissa furibonda in una discoteca per il possesso di lui; che lui ne aveva avuto abbastanza ed era tornato al paese per cercare un po’ di tranquillità. 
Così, ventisette anni dopo quel bacio contro il muro che lui le aveva rubato, si erano sposati. Uscendo dalla chiesa, lei ripercorse rapidamente all’esistenza da talpa che aveva condotto fino a quel momento: l’impiego, rare uscire con qualche collega – tutti sul punto di divorziare – storie di pizza e birra con epiloghi frettolosi. Poco altro, già dimenticato o da dimenticare. Temeva di essere inadeguata quell’esuberante che aveva appena sposato, ma aveva la camminata di chi ha vinto il primo premio a una lotteria. Improvvisamente vedeva le amiche come quelle torpide trote che i ristoratori ingrassano negli stagni per prelevarle con la reticella all’ora del pranzo. Gettando il bouquet alle invitate (un gesto puramente rituale, perché erano tutte sposate), rabbrividì d’orgoglio e fu percorsa da un presentimento di piacere che di lì a poco si sarebbe rivelato del tutto immotivato.

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Galleria. Domeniche al mare

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Certe domeniche mio padre andava al mare. Così almeno diceva. Con un certo suo amico, diceva: imprecisato, perché quando mia madre gli chiedeva con chi, rispondeva: che importanza ha l’amico? Anche il mare rimaneva imprecisato, perché a mio padre non gliene importava niente, l’acqua gli faceva schifo, non sapeva nemmeno nuotare; il mare gli apriva la fantasia, ecco perché ci andava, come una cura. Allora mia madre si metteva a ridere perché sosteneva che a lui la fantasia gliel’avevano amputata insieme al cordone ombelicale, quindi c’era poco da aprire. Noi andavamo nell’altra stanza perché quello di mia madre era il riso forzato di uno che prova a vomitare senza riuscirci e tutti stanno male per lui. Mio padre se la prendeva a morte e faceva come quelli che hanno bevuto e sostengono di non essere ubriachi, così per dimostrare che aveva fantasia incominciava a raccontare delle storie di pirati, di creature immaginarie e cose simili. Allora mia madre smetteva quel riso penoso e gli dava del truffatore e dell’imbecille. Sosteneva che erano soltanto riassunti di film.

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Galleria. Certe sere

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Quando quella faccenda era incominciata, si poteva dire che era stata un successo: la televisione, i vicini, gli articoli su Cronaca Vera… Poi erano venute le discussioni.
– Cosa fai?

– Non lo vedi? Mi vesto.
– Vai anche stasera? Non è mica giovedì.
– Lo so, ma devo recuperare, la scorsa settimana non mi sono fatto vivo.
– Fammi capire, avete un contratto scritto? Ti pagano?
Qualche volta mia moglie mi sembra proprio ottusa, invece è solo ruvida.  E soprattutto orsa. Non riesce nemmeno a concepire una vita sociale coi vicini, figuriamoci con gente che viene da tanto lontano.
– A che ora esci?
– Passano a prendermi fra poco.
– E quando torni?
– Non lo so… non è come andare al cinema, due ore e via… Per loro, il tempo è un’entità molto relativa, forse non esiste nemmeno, non l’ho ancora capito.
– Vorrei tanto sapere cosa vi dite in tutto questo tempo che non esiste.
– Loro non parlano con le parole come fanno tutti. Comunichiamo. Ci scambiamo informazioni.
– Informazioni su cosa?
– Dipende… Sugli universi… sul futuro dell’umanità, cose del genere…
– Mah.

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Galleria. Il corvo

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A volte, il sonno tardava a venire, soprattutto quando il dopocena si prolungava e il bambino, unico in tutta la casa, forse in tutta la città, veniva spedito a letto. Le parole felpate della radio e le voci dei grandi,  tanto più allegre senza di lui, penetravano nella camera e lo soffocavano come un pulviscolo incipriato e beffardo popolato di forme gaudenti che si scambiavano frivolezze e chissà quali segreti gateaux. Questi gateaux ricorrevano spesso nei discorsi esoterici degli adulti; da quello che il bambino aveva capito, dovevano essere frutti preziosi che crescevano in luoghi imprecisati e notturni, certamente non nelle case di tutti i giorni. Finalmente, la malinconia perdeva di intensità quando dalla finestra socchiusa s’infiltrava nella camera un piccolo benessere sotto la forma di un refolo d’aria; era un marchingegno leggero e sapiente che con piccoli gesti professionali ricomponeva il lenzuolo maltrattato, stirava le rughe della coperta e lisciava qualche ciocca di capelli affinché il dormituro entrasse decorosamente nel regno del sonno. Poteva essere soltanto la mano della mamma, pensava il bambino rimanendo immobile, di quella donna sventata che finalmente si era pentita di avergli preferito i grandi e i gateaux. E si imponeva di non aprire gli occhi perché il volto di quella madre doveva restare imprecisato ed esclusivamente notturno. 

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Galleria. Il maggiolino

ragazza posseduta da maggiolino VW

“Sei una cretina!”, le ripeteva la madre, “Comprare un’automobile con lo stipendio che ti ritrovi! Andarsi a impiccare così con cinque anni di rate! Alla tua età, io lo trovavo sempre qualcuno che mi portava in collina a far l’amore”. “Altri tempi”, rispondeva la figlia, e la finiva lì – sua madre non avrebbe mai capito quella liaison così diversa da tutte le altre. 

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Galleria. La coiffure

acconciatura tonda

Sarebbe andata allo scontro, era ormai necessario. Ma non in uno di quei piccoli bar semideserti e con le luci al neon dove lui le dava appuntamento; questa volta lo avrebbe affrontato in discoteca, sotto gli occhi di tutti, anche di quelle shampiste coscione con le quali gli piaceva tanto tradirla. Lei sarebbe comparsa piuttosto sul tardi, avrebbe  agganciato uno di quei bestioni del suo entourage (a quell’ora erano tutti  strafatti) e gli sarebbe passata davanti al naso senza guardarlo, come una Cleopatra. Gli avrebbe soltanto sibilato: “Metamorfosi” – e subito via, appesa al braccio di quel manzo alto due metri, come colei che ha deciso di farselo in serata.

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Galleria. A sipario chiuso

il professore, di sera

Terminato lo spettacolo rimane a lungo immobile davanti al sipario chiuso, anche quando la piccola società, compiuto il sacrificio, si è rintanata, chi in trattoria, chi subito a casa di corsa per togliersi di dosso i vestiti impregnati di teatro – come l’odore del fritto di certe trattorie, s’insinua tra le fibre dei tessuti e non va più via, ma col fritto ti diverti di più. Gli spettacoli del Professore sono la mazza periodica e irreale che si abbatte sulla piccola società all’improvviso: «Tu lo sai che è per questa sera, vero?», «No! Avevo letto ad aprile»; «Macché, a fine aprile, c’è il prossimo, Visi noti, sentimenti confusi, di un tedesco; questa sera va in scena il suo, del Professore, Antigone in soggiorno, quello scritto proprio da lui. Unica replica, come sempre.»  «Allora non c’è scampo, ci tocca.» Sospeso fra la speranza (di avere qualcuno in sala) e il timore (di percepire nella penombra il tormento degli spettatori), il Professore si chiede: «Ma perché ci vengono?» e subito dopo, con una peristalsi ansiosa: «Verranno?».
Sì, certo che andranno: tutte le volte (due, ma anche tre all’anno) la piccola società indossa i vestiti da teatro e, come i necrofori obbligati a tirare la carretta per campare la famiglia, i genitori salutano i figli sprofondati nel caldo della televisione. Andranno perché sono comandati da un sentimento oscuro: il Professore è il nano tedoforo di una Cultura che ha sede non si sa dove ma che di tanto in tanto invia tramite quel suo  subagente un messaggio perentorio al quale il borgo non può sottrarsi – peccato, si vivrebbe così bene entro quelle mura medioevali, senza messaggeri e perfino senza professori. Mentre rabbrividisce nell’estraneità del suo vestito lungo, la moglie fa un ultimo tentativo: «E se per questa volta…?».  «Non si può, non possiamo passare per dei selvaggi», tronca il marito mentre cerca di avviare l’auto refrattaria nonostante l’antigelo. La moglie annuisce. Un fremito nervoso le risale lungo la coda.

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Galleria. Il casco

 

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Fin dai suo primo sghembo gattonare, il padre aveva incominciato a chiamarlo campione, come nei film americani. “Come va, campione?”, “Il campione ne ha combinata un’altra delle sue!”; gli sembrava spiritoso e beneaugurante nei confronti di quel gamberetto che la fioca lanterna della sua immaginazione proiettava su piste imprecisate. La moglie taceva. Sembrava refrattaria a quelle euforie atletiche. “Non ha lo spirito sportivo”, masticava il padre, “perché l’ho sposata? Assomiglia ogni giorno di più a una tarma”; questo pensiero si rafforzava di sera, quando la ritrovava con una coperta grigia sulle spalle e lo sguardo fisso su una  lampadina da quaranta candele. Nemmeno gli occhi del figlio campione brillavano quando rientrava dagli allenamenti quotidiani. Aveva preso dalla madre e anche lui fissava le lampadine a quel modo. Per fortuna indossava sempre il casco, lo toglieva solo per entrare nel letto, e questo era motivo di consolazione per il padre, soprattutto quando andavano a trovare quegli stronzi dei parenti.

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GALLERIA. Quella certa apprensione

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Si sarebbero poi sposati, una ventina d’anni dopo. Dopo altri vent’anni, una sera lei gli avrebbe chiesto: “Ma tu mi ami?” Lui le avrebbe risposto che se l’aveva sposata una qualche ragione ci doveva essere. Lei pensò che era rimasto così com’era sempre stato: non cattivo, e sentì che avrebbe continuato a proteggerlo, con quella certa apprensione che l’aveva sempre accompagnata. Si consolò pensando che in fondo non era cambiato niente.

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GALLERIA. I prototipi

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Era cresciuto in una famiglia di gente semplice, che gli abitanti della piccola comunità evitavano di definire bestiale solo per timore e pietà. I suoi primi anni erano trascorsi nella più stretta parsimonia, non solo di cibo e di abiti, ma anche di parole: tutte le energie erano destinate alla sopravvivenza e non si dovevano sprecare in chiacchiere, un centinaio di suoni gutturali erano più che sufficienti per gli scambi interpersonali e per cacciare i corvi che planavano sulla capanna prima di assalire il desco – a volte, quando i corvi erano molto affamati, la voce non bastava più, allora bisognava usare il bastone, proprio come con i membri della famiglia quando si contendevano una talpa o un riccio, prede insufficienti a sfamare tutti i parenti.
Poi, da un giorno all’altro, gli si erano spalancate le porte di un’altra vita, grazie all’interessamento di un benefattore che, dopo essersi sperduto fra quelle gole maledette e aver trovato in quella capanna sbilenca un rifugio (non disinteressato, perché durante la notte era stato depredato dal padre di famiglia), aveva preso a benvolere quel ragazzo quasi muto e se l’era portato via, nella città in fondo alla valle, dove gli aveva fatto studiare Storia e Teoria e Dinamica dei Media: una buona idea, perché ben presto il ragazzo aveva trovato un posto in un’agenzia di informatica. Lì si trovava bene, lo stipendio era accettabile (stratosferico, ai suoi occhi) e i superiori lo tenevano in considerazione, ma qualcosa dell’antica selvatichezza sopravviveva in lui: durante la pausa mensa non si univa al colleghi, se ne stava in disparte a collaudare i prototipi della ditta, soprattutto le futuribili parabole da passeggio, con le quali, irragionevolmente, si illudeva di catturare lo stridere dei corvi assaltatori, così veniva considerato da tutti un ruffiano, se non proprio una spia.

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ALDO PALAZZESCHI, LA CONTESSA ROSA RAMINO LICCIO. Audio/Radiospazio. 6′

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tratto dallo spettacolo Palazzeschi: nel giardino delle contesse, rappresentato alla Biblioteca Arturo Graf di Torino nell’ottobre del 2011.
interprete Eleni Molos

La contessa Rosa Ramino Liccio  è uno dei molti personaggi che affollano Il codice di Perelà, il romanzo che rivelò nel 1911 le grandi doti del Palazzeschi narratore (il poeta si era affacciato alla ribalta letteraria pochi anni prima). Il protagonista del romanzo, Perelà, è una straordinaria invenzione: il fumo di cui è formato il suo corpo, è la sostanza più omogenea alla letteratura, al pensiero, nonché alla poetica del suo autore. (Perelà ripete spesso: “Io sono leggero… un uomo leggero… tanto leggero”). La diversità del nostro eroe si rivela fin dalla nascita che avviene senza travaglio, senza grida, nel silenzio di un camino dentro il quale egli è rimasto annidato per trentatré anni; davanti al fuoco siedono tre vecchie, Pena, Rete e Lama. Un giorno, le sillabe iniziali dei tre nomi si condensano, s’impastano col fumo e Perelà prende a veleggiare verso il mondo come un maturo e innocente fanciullo. Giungerà alla corte del Re dove conoscerà sia la fortuna che la rovina.
Fra le tante figure che affiorano dall’ordito del romanzo, abbiamo ritagliato questa contessa condannata a una pena dal sapore quasi dantesco: scrollarsi di dosso i veli di un pudore destinato a non estinguersi mai.

Uno sceneggiato poco natalizio. ALPHONSE ALLAIS, DUE E DUE FANNO 5.Audio/Radiospazio. 9′

Allais. Due e due fanno 5

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rappresentato al Piccolo Regio di Torino il 29 dicembre 2012
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Marco Intraia, Carlo Nigra
regia di Alberto Gozzi

Chi scrive cose divertenti corre continuamente il rischio di essere etichettato come umorista. E’ un timbro che non si cancella più, e lo scrittore, una volta che è stato ufficialmente marchiato, finirà per adeguarsi a questa deprimente qualifica, soprattutto in pubblico, quando gli verrà chiesto di far sorridere ad ogni costo. Alphonse Allais (1854-1905) purtroppo per lui, venne a suo tempo arruolato in questo girone di autori tendenzialmente melensi e depressi, così la qualifica di umorista oscurò l’aspetto più interessante della sua narrativa, che è una scrittura incline al paradosso e alla provocazione. Lo dimostra anche questo Due e due fanno 5; il racconto, ambientato in Paradiso, mostra un Domineddio molto umorale che ingaggia Babbo Natale per impartire agli uomini, la notte del ventiquattro dicembre, una beffarda punizione.

ENNIO FLAIANO, PICCOLO FRASARIO ESSENZIALE. Audio/Radiospazio. durata 12′

FLAIANO PICCOLO FRASARIO

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dallo spettacolo Certo, certissimo, anzi probabile (giugno 2012), Galleria Allegretti, Torino

Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Intraia, Anna Montalenti, Eleni Molos, Alessandro Slvatore, Annalisa Usai
regia di Alberto Gozzi

Innamorati dell’Assurdo. Jean Tardieu, Osvaldo e Zenaide. Audio/Radiospazio, durata 7′

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I due innamorati in scena sono zuccherosi, smancerosi e polverosi come il salottino che li ospita. Cosa c’importa di queste due giovani cariatidi d’altri tempi? – vien da chiedersi mentre ascoltiamo le prime battute del loro dialogo. Ma ben presto il meccanismo dell’Assurdo, di cui Tardieu è maestro, entra in azione e scopriamo che quell’apparente insensatezza è il ritratto feroce dell’ipocrisia amorosa e dei suoi funesti rituali ancora oggi in uso.