Maria Dolores Pesce, L’ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci

https://www.youtube.com/watch?v=gxmlLDpHkUw&t=252s

Io credo che la parabola di “Ultimo tango a Parigi”,  forse l’opera più famosa e anche più bella del regista parmense scomparso oggi a Roma, sia stata segnata come un’ombra da un equivoco: quello che si trattava di liberazione sessuale, la stessa che riempiva le strade del ’68 facendosi o credendo di farsi veicolo di ogni singola personale liberazione all’interno della liberazione collettiva che si andava immaginando.
In realtà Bertolucci utilizzò termini e stigma di quella contemporaneità come sintassi per una esplorazione profonda nell’umanità dell’uomo e della donna che nella diversità e nell’esercizio nuovo della sessualità attingevano spazi e luoghi della loro anima prima sommersi, spazi che avevano a che fare con la loro essenzialità e naturalezza anche oltre il genere e la sessualità.
Bernardo Bertolucci nasce e si forma in una temperie culturale vivace e multiforme segnata dal padre Attilio, poeta di grande rilievo, e sviluppata a partire dal profondo rapporto con Pier Paolo Pasolini. Così è come se il film, che è al centro della sua parabola creativa, si costruisse tra letteratura e cinema attorno a suggestioni profonde e sotto traccia, dagli influssi di un opaco esistenzialismo ai suggerimenti e alle citazioni della nouvelle vague, senza dimenticare una dimensione di conflitto di classe mai esplicitato in tutto il film fino alla sua tragica conclusione (Jeanne uccide Paul con la pistola di ordinanza del padre militare dopo che lui le aveva rivelato la sua vita e condizione).
È un film su una possibilità che si andava sperimentando, quella di poter separare sesso e sentimento, non tra generi ma dentro ciascun genere, una possibilità che accendeva fantasie e speranze ma che, come il film anticipa, poteva nascondere la vertigine della perdita dell’identità e insieme la sua angosciosa impossibilità.
L’equivoco che sembrava aver condannato il film forse lo ha salvato per nostra fortuna, mantenendo acceso un faro anche nell’oscurità della censura.

Stefano Jossa, La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana (Le parole e le cose)

«Le chiedo se sarebbe disponibile a supportare la miacandidatura per una borsa di studio». La frase suona come una richiesta disostegno in ambito accademico, piuttosto formale e cortese: nessunosospetterebbe che fino a un secolo fa avrebbe significato una richiesta disostegno fisico, come se il richiedente volesse che lo si aiutasse a non cadereoppure gli si tenesse la mano. In fondo, un’altra metafora del sostegno a unconcorso è «dare una spinta» (o «spintarella», ovvero «dare un calcio» o«calcione»), come se l’attività intellettuale non potesse essere espletatasenza un preliminare intervento fisico. «Supportare», infatti, voleva dire«reggere, mantenere, sostenere». E’ solo dalla metà del secolo scorso, per uncalco dall’inglese to support, che supportare ha cominciato asignificare «sostenere moralmente, aiutare, appoggiare»: a partire, sembra, daun titolo su una rivista americana durante la prima campagna elettoraleitaliana dopo il Fascismo, negli anni Quaranta del Novecento, «Sopportiamo De Gasperi»(nel senso, ovviamente, di «supportiamo»).

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Galleria. Lo scoglio

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Lei lo vedeva così: pensieroso, svagato, ma capace di certe uscite ingegnose che la coglievano di sorpresa. Doveva essere un uomo gentile, altrimenti non avrebbe guardato con tanto trasporto quello stormo di uccelli; ne ebbe la conferma quando si accorse che riservava  la stessa sensibilità anche alle piccole quotidianità, una birra, un bizzarro mulinello di foglie secche, una persiana malandata ma espressiva e a tutte le cose semplici che scaldano il cuore.  Le vennero in mente, per contrasto, certi pretesi intellettuali, solo in apparenza disponibili, ma sordi, e contorti. Lui no, lui la avvolgeva con pensieri assidui e sempre misurati. Il suo perseverare così lieve le divenne col tempo necessario, poi nacque in lei il desiderio di avvicinarlo, di vedere il suo viso. Una mattina si stupì di aver avviato un dialogo, e in così poco tempo, con un uomo di cui conosceva solo la nuca e la schiena. Molte volte si chiese se sarebbe stata così ardimentosa da salire su un piccolo legno per remare fino a lui; il tratto di mare, non più lungo di una cinquantina di metri, le sembrava un oceano. Per il momento non si rispose e scelse di assaporare i piaceri dell’indecisione. Nel frattempo si sarebbe informata se da quelle parti noleggiavano barche.

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Roberta Errico, Chi cerca giustizia viene bollato come cretino, dimostrò Sciascia (The Vision)

Una sintesi eccellente della vita politica di Sciascia e della sua poetica la fornì lo scrittore statunitense Gore Vidal: “Sciascia è di sinistra, ma come pochi italiani è un ‘migliorista’. E la sua vena empirica è destinata a sbalordire molti italiani politicizzati. Ha idee, ma non ideologia, in un Paese dove l’ideologia politica è tutto e le idee politiche sono poco conosciute”. 

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Eugenio Lucrezi, Che lingua parla il dottor Faustroll, patafisico. Su Alfred Jarry (Le parole e le cose)

“Il cittadino Alfred Jarry non deve essere stato, nel corso della sua vita breve e intensa fino  alla furia, un tipo particolarmente ligio alle regole e interessato alle procedure. Si ha l’impressione, anzi, che se ne sia fatto beffe; chissà se per  una deliberata scelta sovversiva o semplicemente perché troppo occupato in fantasticherie che chiedevano di farsi azione all’istante, e risolutamente.”

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Galleria. L’impronta

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Anche se non ufficialmente, se n’era andata. Sulla parete dell’entrata aveva lasciato (volontariamente o per la fretta?) un’impronta di sé, ma così indecifrabile che persino lui faceva fatica a ricondurla all’originale – arrivò anche a pensare che si trattasse di qualcosa di simile a una pelle caduca di cui si era liberata per potersi sentire più leggera e più nuova.
Ispezionò le stanze della casa dove rintracciò alcuni effetti personali di lei, ma non era affatto detto che sarebbe tornata a recuperarli, anzi, tutto lasciava pensare che là dove aveva deciso di stare non ne avesse affatto bisogno.
Ritornò in entrata; l’impronta continuava a starsene per suo conto senza far caso a lui, com’era logico essendo estranei l’uno all’altro. Guardò la parete e provò a immaginare i giorni futuri (solo i giorni, non osò spingersi agli anni); a prima vista non sembrava una di quelle impronte che si ammorbidiscono col tempo; sarebbe rimasta così, ingiallendo insieme alla parete fino a che lui non avesse deciso di far imbiancare l’appartamento, ma era una prospettiva lontana e improbabile.

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A spasso con Mister Hyde. L’oca giuliva

“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)


Walter Siti, MAMBO ITALIANO. IL TALK POLITICO COME ARTE ENGAGÉE (Le parole e le cose)

Vittorio-Sgarbi

“I talk politici presumono di fare il punto sull’attualità e mettono sul piatto nientemeno che il comportamento degli spettatori nell’urna elettorale, dunque sono costretti a respingere qualunque sospetto di “montatura” (anche se ogni tanto qualche fuori-onda li smaschera) – sono, per dir così, spettacoli in buona fede, forse neppure voluti da chi li produce, li scaletta, li improvvisa e li recita; canovacci da commedia dell’arte ma senza Arlecchini o Brighella professionisti, con attori inconsapevoli o addirittura controvoglia.”

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Galleria. Tribù

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La prima volta che si erano incontrati, l’anziana signora si era lasciata andare sulla panchina senza nemmeno far caso a lui. Imprecava fra sé e sé contro non si sa chi, era proprio arrabbiata. Alan aveva evitato di darle corda perché le vecchie non erano il suo genere. Poi lei si era girata e se lo era studiato per bene: «Di che tribù sei?», aveva chiesto. Con chiunque altro Alan l’avrebbe presa storta ma era chiaro che la nonna non ci stava proprio con la testa, era fuori di suo, senza additivi. Straparlava di cinema, soprattutto di film western perché, diceva, era stata fidanzata con un tizio che faceva lo stuntman a Cinecittà; conosceva a memoria tutti i suoi film e durante i caroselli intorno alla diligenza rovesciata lo riconosceva sempre, anche in mezzo a una cinquantina di altri indiani. Nessuno montava come lui: «Anche a letto, sai?, mica solo sul set! Che bastardo!» Era scoppiata a ridere e gli aveva dato una manata sulla coscia: «Non ho mai più trovato un altro come quello!.» Alan non poté fare a meno di vederla che si rotolava nel letto col suo stuntman, carnosa, fiorente e al tempo stesso già un po’ morta com’era adesso. Quel pensiero gli metteva paura ma ne era attratto come da uno strapiombo di cui non conosceva la profondità.

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Il video della domenica. Tableaux vivants. Caravaggio in 13 flash, 4′

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https://www.youtube.com/watch?v=nIeyulbiB0A

C’è qualcosa di candido e al tempo stesso di spregiudicato in questo aggirarsi nella grande pittura per impadronirsene e in certo modo sceneggiarla, privandola del suo alone e della sua materia prima per ricondurla a un pronto uso tutto terrestre. Viene in mente quel vecchio gioco nel quale un estratto a sorte chiudeva gli occhi e, dopo una breve pausa, si voltava repentinamente per sorprendere gli altri giocatori che dovevano mostrarsi immobili, pietrificati, pena la squalifica (come si chiamava?, non ricordo). Ma in questi tableaux vivants il gioco mira in alto, anzi mira al Sublime, ben sapendo che lo potrà soltanto riecheggiare, magari in una sorta di involontaria parodia – la sorte comune a quasi tutti temerari che pretendono di misurarsi con l’arte.

01 – Il santo sepolcro
02 – Maria Maddalena in estasi
03 – Martirio di san Pietro
04 – La decapitazione di San Giovanni Battista
05 – Giuditta e Oloferne
06 – Flagellazione di Cristo
07 – Martirio di san Matteo
08 – Annunciazione
09 – Il riposo durante la fuga in Egitto
10 – Narciso
11 – La resurrezione di Lazzaro
12 – Estasi di san Francesco d’Assisi
13 – Bacco

Galleria. Lo stress del mattino

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«La vita è già così complicata», pensava Elisabetta, «che è proprio da stupidi guastarsi l’umore con certe piccolezze.» Anche quella mattina, poco prima di uscire, si ripeteva la solita tragedia: Teddy pretendeva di andarsene fuori così com’era nonostante il rigore invernale. Era incominciato un estenuante patteggiamento: del cappottino nemmeno parlarne perché secondo lui faceva vecchio bacucco, così Elisabetta aveva ripiegato su un giubbotto, ma Teddy l’aveva liquidato subito in quanto troppo tamarro; l’unico indumento che sembrava disposto a indossare era il coordinato di cotone con la maglietta e righe e i pantaloncini blu. Elisabetta aveva gridato: «Ma sei scemo? È il 18 gennaio!», ed erano partite due sculacciate. Poi gli inevitabili sensi di colpa e il tentativo di un compromesso: «Passi per il coordinato – è una follia, speriamo che non mi arrestino – ma se vuoi uscire devi metterti anche il cappuccio di pelo.» Come tutta risposta, Teddy si era denudato sostenendo che i due capi non erano compatibili. Ed eccoli lì, in entrata, impegnati in un deprimente braccio di ferro. Il temperamento autocritico di Elisabetta la portava a dirsi che in fondo la colpa era sua: una volta aveva letto su una rivista che è un errore molto diffuso diventare amici dei propri figli. Una madre deve fare la madre e basta.

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