La prima volta che vide il proprio sangue, la bambina pensò al tramonto. Capì la fatica del diradare certi cumuli di nubi sull’orizzonte, quando i raggi trovano appena la forza di distillare gocce di luce sul mondo. L’ingombro delle nebbie sul naturale cammino del sole le faceva allargare le mani verso la curva del cielo per reggerne i fianchi dolorosi. Come a lei tutto il corpo si faceva pesante e dolente lungo il bacino così le pareva dovesse avvenire del firmamento. Ma se, nell’estate, i tramonti erano pallidi e scivolavano via rapidi se ne arrovellava come di una defezione. Quella del dolore era una condanna universale, e quando l’aria vi si sottraeva, più fatica si poggiava sulle spalle del mondo in affanno per redimere la vita umana. Tanta sofferenza le sembrava uno spreco se ne ne nasceva subito qualche cosa. Come da un agnello sgozzato si ricava il cibo, così voleva che subito dal tramonto nascesse una cosa utile; non sapeva ancora riconoscerla nella notte.
Paola Masino, Nascita e morte della massaia, ISBN edizioni
Una Comacchio tenebrosa avvolta da nubi di mosquitos e da esalazioni metanifere è teatro di delitti la cui eco rimbalza a Roma sulle scrivanie dei potenti e varca addirittura l’Oceano, destando l’allarme dell’Alleato Americano.
Su una strada, dietro il cancello di un ampio giardino, al termine del quale s’intravvede il biancore di un grazioso castello investito dal sole, stava un bambino, bello e lindo, vestito con quegli abiti di campagna pieni di civetteria. Il lusso, la noncuranza e lo spettacolo abituale, rendono quei bambini lì così graziosi, che li si crederebbe fatti di una pasta diversa dai bambini di condizione mediocre o povera. Al suo fianco, giaceva sull’erba un giocattolo splendido, lindo come il suo padrone, verniciato, dorato, vestito di una veste purpurea, coperto di piume e di luccichii. Ma il bambino non si curava del suo giocattolo preferito, ed ecco quel che guardava: dall’altro lato del cancello, sulla strada, tra i cardi e le ortiche, c’era un altro bambino, sporco, gracile, fuligginoso, uno di quei monelli-paria in cui un occhio imparziale potrebbe scoprire la bellezza se, come l’occhio dell’intenditore sa indovinare una pittura ideale sotto una vernice da carrozziere, sapesse ripulirlo della ripugnante patina della miseria. Attraverso quelle sbarre simboliche che separavano i due mondi, lo stradone e il castello, il fanciullo povero mostrava al fanciullo ricco il suo giocattolo, che questi esaminava avidamente come un oggetto raro e sconosciuto. Ora, questo giocattolo che il piccolo straccione tormentava, agitava e scuoteva in una scatola bucherellata, era un topo vivo! I genitori, certo per risparmiare, avevano tratto il giocattolo dalla vita stessa. I due bambini ridevano insieme, fraternamente, mostrando i denti di uguale candore.
Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli, Traduzione Franco Rella
Lei mi tormentava con le cose dell’anima, se ne riempiva la bocca. L’anima, è la vanità e il piacere del corpo finché uno è in gamba, ma è anche la voglia di uscire dal corpo quand’è malato o le cose girano male. Delle due cose uno si prende quella che funziona meglio sul momento, ecco tutto! Fin che si può scegliere tra le due, va bene. Ma io, non potevo più scegliere, i giochi erano fatti!
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio. Traduzione Ernesto Ferrero
Secondo Peter Szondi, uno dei più lucidi studiosi di drammaturgia, con il Rinascimento il teatro entra nella dimensione del fra, cioè dei rapporti intersoggettivi: al di là della trama, che pure è la struttura portante, il vero motore dell’azione è il continuo riposizionarsi (o svelarsi) dei personaggi: tramite il dialogo, naturalmente, ma anche tramite i gesti, i silenzi, il non detto. In questa frammento narrativo, Somerset Maugham sembra realizzare pienamente l’ipotesi drammaturgica di Szondi costruendo una situazione da pochade: Lui ama Lei per vent’anni, ma invano. Una sera, Lei ha un ripensamento, ma (evidentemente) tardivo. Occorre uscire dal cul de sac in cui si sono infilati. Fortunatamente per loro, i due sono attori consumati: se la caveranno facendo ricorso al mestiere, alla finzione e a un’istintiva fiducia nella retorica.
Era evidente che Charles non capiva. E non c’era da stupirsene. Per venti anni lei era rimasta sorda alle sue insistenze appassionate, ed era naturale che lui avesse lasciato ogni speranza. Julia si rese conto che doveva aiutarlo, e disse con dolcezza: «È tardi. Mostratemi questo nuovo disegno che avete comprato, e poi bisognerà che vada a casa». Andarono di sopra. Su una seggiola si vedevano posati con cura il pigiama e la veste da camera. «Che bella camera da letto intima e allegra!», disse Julia. Egli staccò dal muro il disegno incorniciato e lo portò dinanzi a lei: «Vi piace? È un bel disegno…» «Bellissimo». Egli riappese il quadro al suo chiodo. Quando tornò a voltarsi verso di lei la vide che si era avvicinata al letto e stava là con le mani dietro la schiena, un po’ come una schiava circassa presentata da un Grande Eunuco a un Visir. «Che meravigliosa serata!» disse con languore. «Mai mi ero sentita vicino a voi come stasera…» I suoi begli occhi erano pieni di tenerezza e di abbandono, e un sorriso, pure d’abbandono, errava sulle sue labbra. Ma vide il sorriso di Charles congelarsi. Egli aveva capito. «Accidenti» pensò. «Non mi vuole. È stato tutto un bluff.» Per un momento rimase impietrita. «Accidenti», pensò lui «e ora come faccio a cavarmela? Che figura da idiota». Non poteva insistere in quella posa… Doveva trovar subito un ripiego. «Come sono contenta di poter pensare che non abbiamo nulla da rimproverarci. Se avessi tradito mio marito con voi… se fossimo stati amanti… voi vi sareste stancato di me da tanto tempo. Com’erano quei versi di Shelley che dicevate?» «Mai, mai tu puoi baciarla/ Tu non hai la tua felicità, ma il suo amore durerà in eterno.» Be’, meno male, se l’era cavata.
Somerset Maugham, Ritratto di un’attrice, Mondadori, traduzione di Elio Vittorini
Oggi sarebbe proprio il giorno adatto alle Affinità elettive Credo di averla ascoltata leggere Le affinità elettive dozzine di volte ormai È da deficienti ma è una lettura ideale per scacciare la noia né troppo impegnativa né decisamente scema assolutamente adatta a ogni orecchio Un linguaggio soporifero ho sempre pensato fino a oggi (A Richard) Lei non legge uomo fortunato A lei Goethe non ha ancora guastato il mondo A me l’ha reso via via sempre piú repellente Anche piú in generale la letteratura mi ha incupito il mondo eppure non passa settimana senza che lei mi legga almeno un libro Lei legge legge legge e io intanto mi annoio a mortema con quella noia mortale sono almeno piú soddisfatto che senza
Thomas Bernhard, Elisabetta II (questa non è una commedia), Einaudi
Per il ballo mascherato Amy aveva copiato il suo costume da una pastorella di porcellana di Sassonia che stava sul caminetto in salotto: cappello a nastri, corpetto scollato, gonne corte, scarpine verdi e tutto. Gabriel si era vestito in modo da far coppia con lei. Tutto andò a meraviglia fino al momento di uscire: il padre di Amy posò lo sguardo sulla figlia, con quelle caviglie bianche che brillavano, il seno profondamente scoperto, due macchie tonde di colore sulle gote, e cadde in un accesso di furore per proprietà oltraggiata. «È un obbrobrio! Non accadrà mai che mia figlia vada in giro con un vestito simile. È osceno! Osceno!» Amy s’era tolta la maschera per fargli un sorriso. « Ma come, papà, » gli disse soave, « che cosa c’è che non va? Guarda la pastorella sul caminetto: l’hai sempre sotto gli occhi, e non ti sei scandalizzato mai!» «C’è una bella differenza! Sì, una bella differenza, cara signorina, e tu lo sai benissimo! Sali immediatamente di sopra, e chiudi quella scollatura, e allunga quella gonna a una lunghezza decente prima di uscire da questa casa: e lavati la faccia!» «Non ci vedo niente di male,» osservò con fermezza la madre. Poi sedette accanto ad Amy e se la spicciarono presto: dopo dieci minuti, ecco ritornare la giovane con la faccia pulita, la scollatura ricoperta di merletto, e la gonna da pastorella che spazzava pudibonda il tappeto dietro di lei. Ma quando Amy uscì dallo spogliatoio per il suo primo ballo con Gabriel, il merletto era sparito dalla scollatura, le vesti erano rialzate più arditamente di prima, le macchie sulle gote sembravano due melograni. Gabriel era in estasi, e i due giovani convennero che spesso i vecchi erano noiosi, ma non conveniva farli inquietare disobbedendo apertamente: la loro gioventù era passata, ormai, che cosa vivevano a fare?
Il messaggio imperiale L’imperatore — così si dice — ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere, sempre all’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s’è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno — si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.