Autore: radiospazioteatro
Narrativa. Alberto Arbasino, Turbamenti alla Scala (frammento)

Arbasino, L’anonimo lombardo
Le figurine di Radiospazio. Valutazioni errate

Lui Allora lui pensa che sono uno scemo?
Lei Lo pensa di tutti.
Lui Ma ti ha detto che io sono uno scemo?
Lei Ha detto tante di quelle cose.
Lui Ma glielo hai sentito dire?
Lei Da quello che mi ha detto su di te, non credo che ti rispetti.
Lui Non mi rispetta e pensa che sono uno scemo.
Lei Ti usa, come usa tutti. Dimenticalo.
Lui A che tipo di giochi gioca?
Lei Senti, non importa. Non ha lasciato tracce, sono sopravvissuta.
Lui Vuoi dire che dopo tutto questo tempo con lui, la corda si è spezzata, slap, così?
Lei Era logorata. Lo sai cosa vorrei ora?
Lui Cosa?
Lei Vorrei che lui entrasse e che ci vedesse. Nudi. L’uno nelle braccia dell’altro.
Lui Davvero?
Lei Baciami.
Lui Sai che ti dico? Ha fatto un grave errore. Io non sono uno scemo.
Il video della domenica. Uno storico provino: JEAN PIERRE LEAUD/I QUATTROCENTO COLPI
È difficile immaginare qualcosa di più adolescenziale di un quattordicenne che si proclama disinvolto. Nel 1959, il piccolo Jean Pierre, classe 1944, era evidentemente pronto per andare sul set. (Segue una minuscola appendice a sorpresa).
Narrativa, Gianni Celati, La malinconia dei bambini (frammento)

I due bambini si annoiavano moltissimo, soprattutto in metropolitana a osservare la gente che non sa mai dove mettersi perché ha sempre paura che gli altri la guardino, o quelli che vogliono far capire agli altri che loro se ne infischiano di tutto, o quelli che vogliono far capire agli altri che loro sono stanchissimi di tutto. Queste cose facevano venir loro la malinconia.
Poi facevano venir loro la malinconia gli automobilisti che suonano il claxon per far vedere che loro hanno fretta; quelli per strada che spingono per far vedere che vanno per i fatti loro; quelli nei bar che discutono di cose che non interessano a nessuno, solo per far vedere come sanno parlare; quelli che ridono quando non c’è niente da ridere, solo per far vedere che hanno capito tutto; quelli nei negozi che guardano da un’altra parte per far vedere che loro non hanno tempo da perdere; le donne che guardano da un’altra parte per far vedere che si lasciano ammirare, ecc.
In pratica tutto quello che vedevano andando in giro faceva venir loro la malinconia, ed era la stessa malinconia che veniva loro quando erano a casa e sentivano parlare i loro genitori o parenti.
Gianni Celati, Bambini pendolari che si sono perduti, Feltrinelli
Le figurine di Radiospazio. Čajkovskij

Una dama appassita e molto artificiosamente acconciata, agitando un ventaglio di piume di struzzo nere, venne verso di me.
«Guarda un po’, il maestro Čajkovskij! Complimenti per il successo!»
«Per quale successo?», le chiesi piuttosto irritato.
«Be’, be’, lei lo sa benissimo, maestro: la nuova sinfonia. Di grande effetto. Forse un po’ triste e un po’ rumorosa, ma di grandissimo effetto!»
Non riuscivo a risponderle. «Come faccio a liberarmi di questa qui? Una cretina integrale. E perché ride così forte, adesso? Forse ha detto per caso una cosa quasi giusta. Forse la sinfonia è un fallimento, pura e semplice vanità, insincera, vuoto rumore. Allora, il Signore abbia pietà della mia anima. Più vicino alla verità non riesco a giungere…»
Laurence Sterne, Le risorse della retorica (frammento)

— Non hai mai visto un orso bianco? — chiese mio padre, rivolgendosi a Trim che se ne stava in piedi dietro la sua sedia. — A Vossignoria piacendo, no! — Ma sapresti parlarne Trim, in caso di bisogno? — Come è possibile, fratello, — intervenne zio Tobia, — se ti ha appena detto che non ne ha mai visto uno. — Qui ti volevo! — esclamò mio padre. — E ora ascoltami. Un ORSO BIANCO! Molto bene. Ne ho mai visto uno? Potrei vederne uno? Sto per vederne uno? Dovrò mai vederne uno? O potrò mai vederne uno? Avrei potuto vedere un orso bianco? (come me lo immaginerei?) Se vedessi un orso bianco, cosa direi? Se non dovessi mai vedere un orso bianco, allora? Se io mai ho, posso, devo, avrò da vedere un orso bianco vivo, potrò vederne almeno la pelle? Non ne ho mai Visto uno dipinto? Nessuno me lo ha mai descritto? Non ne ho mai sognato uno? Mio padre, mia madre, mio zio, mia zia, i miei fratelli o sorelle, videro mai un orso bianco? In tal caso, che darebbero per vederlo? Come si comporterebbero? E come si comporterebbe l’orso bianco? Sarà selvaggio o addomesticato? Terribile, ispido o morbido? Val la pena di vedere un orso bianco? Non vi è peccato in ciò? È meglio di uno NERO?
Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy
Le figurine di Radiospazio. Finali repentini

Nasten’ka se ne stava ferma, in silenzio, come inchiodata al suolo; un momento dopo cominciò con una sorta di timidezza a stringersi forte a me. La sua mano cominciò a tremare nella mia mano; la guardai… Ella si appoggiò a me ancora più forte. In quell’istante passò accanto a noi un giovane. Egli a un tratto si fermò, ci guardò fissamente e poi fece di nuovo alcuni passi. Il mio cuore tremò… «Nasten’ka», dissi sottovoce, «chi è, Nasten’ka?» «È lui!» mi rispose lei in un bisbiglio, stringendosi ancora di più a me trepidando… Io mi reggevo a stento sulle gambe. «Nasten’ka! Nasten’ka! Sei tu!» risuonò una voce dietro a noi e in quello stesso istante il giovane fece alcuni passi verso di noi…
Mio Dio, come gridò! Come sussultò! Come si strappò dalle mie braccia e gli volò incontro!… Io ero lì fermo e li guardavo come colpito a morte. Ma appena ella gli ebbe dato la mano, appena si fu gettata tra le sue braccia, improvvisamente di nuovo si voltò verso di me, in un lampo mi fu accanto e, prima che riuscissi a raccapezzarmi, mi gettò entrambe le braccia al collo e mi baciò forte e con ardore. Poi, senza dire una parola, si lanciò di nuovo verso di lui, lo prese per le mani e lo trascinò con sé. Io rimasi lì a lungo a guardarli… Finalmente entrambi sparirono alla mia vista.
Fëdor Dostoevskij Le notti bianche
Maurice Blanchot, Medicina e magia

Quando pensiamo a Freud, siamo certi di aver avuto in lui una reincarnazione tardiva, forse l’ultima, del vecchio Socrate. Che fede nella ragione è stata la sua, che fiducia nel potere liberatorio del linguaggio. Che potere riconosceva alla relazione più elementare: un uomo che parla e un uomo che ascolta. E come per incanto non solo gli spiriti, ma anche i corpi guariscono: fatto mirabile e che quindi trascende la ragione. Per evitare grossolane interpretazioni magiche di questo fenomeno meraviglioso, Freud ha dovuto sobbarcarsi a un’ostinata opera di delucidazione, tanto più necessaria in quanto il suo metodo, cominciato assai vicino al magnetismo, all’ipnosi e alla suggestione, aveva un’origine impura. Anche ridotti a rapporti di linguaggio, i rapporti tra medico e malato non restano forse essenzialmente magici? Non sempre la magia comporta le cerimonie, l’imposizione delle mani o l’impiego delle reliquie. Essa è già presente là dove un uomo si dà importanza con un altro, e se tra un semplice malato e il suo medico intercorre un rapporto di autorità in cui quest’ultimo abusa sempre della propria importanza, ciò sarà vero a maggior ragione con un malato che non si reputa o non è reputato ragionevole. In qualsiasi clinica psichiatrica quest’impressione di violenza salta agli occhi del visitatore, che del resto vi contribuisce con lo spettacolo. Le parole non sono libere, i gesti ingannano. Tutto ciò che l’uno dice, tutto ciò che l’altro fa, paziente o dottore, è astuzia, finzione o prestigio. Siamo in piena magia.
Maurice Blanchot, La conversazione infinita, Einaudi.
Le figurine di Radiospazio. I grafomani

Ci dovrebbe pur essere una qualche legge contro gli scrittori inutili e inetti, come ci sono contro i vagabondi e i fannulloni. I tipi come me e cento altri verrebbero subito banditi dal nostro popolo. Non scherzo. La grafomania è sintomatica in un secolo eccezionalmente disordinato. Da quando in qua abbiamo scritto tanto, come da quando viviamo in mezzo alle turbolenze?{238} E quanto i Romani, se non quando furono vicini alla rovina? L’affinamento degli ingegni non implica un eguale affinamento nel governo della cosa pubblica.
Michel de Montaigne, “Della vanità”.Saggi
Il video della domenica. Borges legge “El Tango”. Musica Astor Piazzolla. (sottotitoli in italiano)
Dove saranno? Chiede la elegia
di chi non e’ piu’, come se fosse
uno spazio in cui lo Ieri potesse
esser l’Oggi, l’Anche e il Tuttavia.
Dove sara’ (ripeto) la masnada
che fondo’, in polverose strade
sterrate o in sperdute contrade,
la setta del coltello e del coraggio?…………………………….
Narrativa. Marcel Schwob, Una sorpresa (frammento)

Devo confessare che da giovane ero vittima di passioni improvvise, di una violenza a volte riprovevole, ma che fortunatamente svanivano con la stessa velocità con cui mi avevano aggredito. Avevo letto a lungo Apuleio, Petronio, Catullo e Longo e Anacreonte; tutte le donne mi apparivano come fiori e io ero la loro farfalla. Mi piaceva seguire per strada quelle eleganti e costruivo un romanzo sulla loro forma, vista da dietro. Non osavo vedere il loro viso per paura di una delusione. Facevo piuttosto il gradasso e nonostante fossi un po’ sovrappeso, assumevo pose poetiche, ma non scrivevo mai versi, anche se avrei potuto farne. Il ridicolo della mia giovane età! Mi lasciavo crescere i capelli, criticavo Victor Hugo dopo averlo esaltato – ero un giovane Alceste viziato – e, parola d’onore, mi credevo affascinante.
Nella corte vicino casa, c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Una fra le altre, una ragazza che un po’ cuciva e un po’ leggeva il giornale o qualche romanzo, mi sembrava estremamente poetica. Per lei bruciavo dell’amore più byroniano; e poiché ero miope, mi sembrava di vedere la Venere di Milo. Presto credetti di aver fatto un certo colpo su di lei e aspettai che me ne desse la prova.
Un giorno – era estate, e lei cuciva alla finestra – la vidi fermarsi; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; si portò le mani alle labbra: doveva avermi mandato il più casto dei baci. Presi i miei occhiali e corsi alla finestra: la sua mano era ancora posata sulle labbra: “Io vi amo!”, gridai.
Orrore! Si stava ficcando le dita nel naso.
Marcel Schwob, Scritti giovanili
Le figurine di Radiospazio. Un’inglese in Sicilia

Nel pomeriggio feci il bagno in mare e presi lezione di nuoto da Amenta, un marinaio italiano, quindi pranzai al ristorante Vittoria. La magnifica estate siciliana era al suo culmine e il ronzio degli insetti rendeva l’aria sonnolenta. Ci sdraiammo pigramente sull’erba secca e bruciata, con doloroso turbamento di svariate colonie di formiche, e Amenta rise di me vedendomi così impigrita. Feci lo sforzo di rialzarmi e c’inerpicammo su per il fianco della collina, per ritrovare la stessa fornace ardente alla sommità; così ci abbandonammo alla nostra indolenza e giacemmo all’ombra di un fico, sotto un cielo dell’azzurro più intenso; giacemmo l’uno nelle braccia dell’altro, la mia testa posata sul suo petto. Ma ahimè; non provai nessun brivido in risposta all’ardore della sua passione.
Le figurine di Radiospazio. Le frasi lunghe

Colette: […] Ho una specie di passione per tutto quello che ha scritto Marcel Proust, per quasi tutto quello che ha scritto… Come in Balzac, mi ci immergo… È delizioso…
Intervistatore: Ma la lunghezza delle sue frasi non le dà fastidio?
Colette: No. E perché dovrebbe disturbarmi? Si tratta di un’onda particolare. Bisogna saper nuotare bene, qualche volta… Ma è un problema dei lettori andare fino a Proust e non di Proust andare fino ai lettori… Finiranno per arrivarci…
Julia Kristeva, Colette , Donzelli Editore
