
http://www.spreaker.com/user/7367339/brian-aldiss-il-nuovo-babbo-natale
In meno di due minuti, un piccolo apologo sull’ipocrisia genitoriale (o, se si preferisce, sul pedagogicamente corretto)

C’è uno spettacolo ancora più sconfortante della furfanteria ed è l’indignazione che essa provoca, o meglio: la rappresentazione che l’indignato si sente di dover mettere in scena. Essendo privo di qualunque rudimento di recitazione, l’indignato che rappresenta la sua indignazione sembra uno di quegli attori che all’inizio provocano pena, poi imbarazzo, poi irritazione per l’impudenza che mettono in mostra; se si esibisse su un palcoscenico e davanti a un pubblico pagante verrebbe sommerso da fischi e ortaggi; invece, essendo l’indignazione l’humus più diffuso, finisce per recitare davanti a una platea di indignati in tutto simili a lui – un po’ come i poeti da quattro soldi che si leggono e s’incoronano fra loro. Analfabeta com’è, l’indignato improvvisa copioni sgangherati: quelle che ritiene siano denunce infuocate sono solo enunciati del suo Io offeso – un Io che egli ritiene tanto fragile e immacolato da doverlo proteggere come fa un imam con la verginità delle sue figlie. Tendenzialmente bulimico, l’indignato patisce i morsi di una fame sempre più rabbiosa; il suo palato pruriginoso ama i cibi differenziati, di conseguenza egli esterna su tutto, dai politici ai cartelli stradali con la stessa intensità, così come il suo messaggio è sempre uguale: lo schifo, sì, lo schifo che promana da tutto e da tutti: uno schifo cosmico e irrefrenabile da cui si sente prima minacciato poi sommerso. Rabbioso com’è, (mai che si esprima con parole incisive, ferme e vibranti) l’indignato precipita spesso nell’assurdo. Mi ricorda, in questo, un avvocato che incontravo tanti anni fa allo stadio: bolognese vecchio stampo, odiava ferocemente la Juventus (molto amata dalla Romagna). Erano i primi anni Sessanta e la squadra torinese schierava giocatori come Charles, Sivori e Boniperti. Il Bologna, squadra di casa, cercava di contenere i danni. Non appena le maglie bianconere apparivano dagli spogliatoi, l’avvocato veniva sopraffatto dall’indignazione; diventava paonazzo e con voce strozzata incominciava a gridare: “Maledetti! Andate via!”. Tutti si chiedevano se era matto, dopo tutte quelle ore di attesa sulle gradinate, e con quel che era costato il biglietto… Ma l’avvocato continuava: “Pupi schifosi prezzolati dagli Agnelli! Via… fuori da questo stadio!” Per fortuna il clamore generale era tanto forte che le squadre non sentivano e la partita incominciava lo stesso. Oggi, tutto lo stadio è pieno di indignati e la partita non si gioca più. Al suo posto c’è un’altra cosa, maleodorante e informe, che non si riesce a definire.
P.S. Nei soggetti più permeabili la rappresentazione dell’indignazione può assumere le forme dello squadrismo (vedi il tentato “arresto” dell’ex deputato Osvaldo Napoli).

Leggere queste righe, scritte da Violette Leduc nel 1946, con la sensazione di avere un piede sul petto.
Leggerle prendendosi delle pause, alzando la testa, guardando il cielo crepato dagli alberi spogli, proprio come accadeva nel film sulla sua vita diretto da Martin Provost.
Poi, leggerle ancora, in assenza di aria, allora tutte d’un fiato, forse come avrebbe fatto lei, forse come le ha sentite arrivare, le parole, nella sua stanza buia in rue Paul Bert a Parigi.
Recitarle, ad alta voce, alla madre, chiedendo di essere ascoltata, elemosinando dell’amore, un gesto di tenerezza.
Urlarle, quelle parole, ad uno sconosciuto, per strada, la strada da lei percorsa avidamente tremando di paura, con la sacca piena di provviste da rivendere al mercato nero, anche se la guerra è finita. Sussurrarle, magari a se stessi, come una confidenza, come un segreto, come un’onta, la sua, quella di essere una figlia illegittima e di portare come marchiato a fuoco sul viso, il ricordo di quell’innocente colpa.
Scriverle, sentire che “le piccole frasi affannose ci afferrano alla gola”, come voleva Simone de Beauvoir, Signora, lei la chiamava così, supplicandola di placare quel dolore, di arginare il mare di ferite, di follia, di rabbia, di trovare nell’asfissia della vita, uno spazio denso di parole.
Luana Doni
“Mia madre non mi ha mai dato la mano…Mi aiutava a salire, a scendere i marciapiedi stringendomi il vestito lì dove la manica si lascia afferrare facilmente. Ne ero umiliata. Mi sembrava di essere la carcassa di un vecchio cavallo tirato per l’orecchia da un carrettiere…Un pomeriggio, mentre un calesse fuggiva via, schizzando sull’estate sinistra i suoi riflessi, in mezzo alla strada, respinsi la mano. Lei mi strinse più forte e mi sollevò da terra come un pollo tirato su per un’ala. Divenni inerte. Non andavo più avanti. Mia madre vide le mie lacrime.

https://www.alfabeta2.it/2016/09/24/gianfranco-baruchello-notizie-due-minuti/
Artista di lunghissimo corso e impegnato sui fronti delle sperimentazioni più svariate, Gianfranco Baruchello fu allievo di Marcel Duchamp, che conobbe nel 1962. Questa sua breve opera del 2008 assume i ritmi e i modi del videoclip per operare un dissolvimento ansiogeno della notizia della quale raccoglie, nell’ultima inquadratura, le ceneri raccogliendole nell’urna funeraria del Corriere della sera.
Si è consumato, e speriamo definitivamente, l’orrore di una campagna referendaria disgustosa. Ciascuno può dire di aver dato il peggio di sé, specialmente sui social. C’è chi parla di un complotto algoritmico; personalmente non credo sia stato necessario: è evidente che nell’invocata pancia degli scriventi si annidava una quantità impressionante di gas letali che ci hanno ammorbato per troppi mesi. Apriamo la finestra.

La scatola è linda e razionale: una sala con due ordini di colonne intorno alla quale una gigantesca mano ha avvolto un nastro adesivo; quando sono entrato ho pensato a una sala citata, virgolettata che mi ha fatto pensare alle prime opere di Giulio Paolini, e non a caso, visto che proprio negli anni Settanta in quello stesso spazio, interno al Teatro Gobetti di Torino, ci si ritrovava, con Paolini, appunto, e altri pittori, altri teatranti, altri artistici e vaghi temperamenti. Ci si ritrovava a progettare anche teatro. Qualche risultato talvolta ne usciva; per esempio, nel 1970, Gianfranco De Bosio, all’epoca direttore e regista del Teatro Stabile di Torino, mise in scena alcuni atti unici di autori del Gruppo 63, che era ancora abbastanza fresco. Per molti anni quello spazio si è chiamato, con minimale clarté sabauda, Sala delle Colonne. Oggi si chiama Sala Pasolini: una piccola platea con un praticabile direi di quattro metri per tre, non di più, sul quale recitano quattro attori. Sulla destra, tre strumentisti.
Si mette in scena, con cadenza settimanale, un trittico di Natalia Ginzburg prodotto dal Teatro Stabile di Torino: Dialogo, Segretaria e il più noto Ti ho sposato per allegria.
(Che fatica impelagarsi in una cronaca teatrale: prima di arrivare al dunque bisogna passare per le plaghe grigiastre di queste informazioni, oltretutto con la consapevolezza che sono sempre insufficienti. Mai più!).
Ho visto i primi due spettacoli. Non essendo un recensore all’antica (anzi, non essendolo affatto), non mi ero premurato di leggere in precedenza i testi, che non conoscevo. Ed è stato un bene perché durante l’esecuzione mi sono trovato a compiere istintivamente un’intensa attività comparativa: leggevo la scrittura scenica e nello stesso tempo ricostruivo quella (letteraria, si sarebbe detto un tempo) della Ginzburg. Di solito ricorro a questo impegnativo lavorio per non soccombere di fronte alle più dozzinali messe in scena dei classici; quando mi sento proprio annegare, faccio come gli imbianchini che scrostano le pareti per tornare “a muro” e rifare l’intonaco. Ma durante i due spettacoli che ho visto, il mio andirivieni fra azione scenica e testo non era dettato dalla necessità di sopravvivere; nasceva invece dal piacere di scoprire un progetto drammaturgico che si lasciava leggere in trasparenza mentre prendeva forma sulla scena. Questo dovrebbe essere un pre-requisito, s’intende, ma tutti sappiamo che raramente è così.
Qui, nel progetto Ginzburg, mi sembra che il lavoro sulla drammaturgia del testo e quella scenica si siano svolte in contemporanea, anche se il regista, nel primo spettacolo, Dialogo, ha fatto una scelta molto netta e ricca di conseguenze: ha creato un doppio del marito e della moglie dialoganti. Sulle prime mi è sembrato un rischio: il doppio, in teatro, così carico di suggestioni storiche e teoriche, è un artificio difficile da gestire: spesso questi doppi diventano ingombranti contenitori delle buone intenzioni di partenza. A meno che non si abbiano le idee chiare, come in questo caso. La coppia borghese del testo originario, trasformata in quartetto, consente al regista una concertazione dinamica e liberissima, nella quale il flusso della parola s’incanala e si trasforma creando via via forme di coro, di contrappunto, di basso continuo. Grazie a questa radicale riscrittura scenica, decadono gli psicologismi, e con essi i vezzi e la paccottiglia delle intonazioni di maniera. La crisi della coppia borghese, così omogenea alla poetica della Ginzburg, viene sottratta alla rivisitazione d’epoca (solo qualche sobrio intervento musicale dal vivo crea una straniante profondità storica), per planare nell’oggi, fresca di una crudeltà croccante e nuova.
Lo stesso rigore, declinato in forme diverse impronta anche il secondo spettacolo, Segretaria, imperniato sul perturbante, una ragazza piovuta dal cielo (o rotolata giù da un talamo: dal punto di vista attanziale non c’è troppa differenza), che funge da cartina di tornasole in un malandato (ancora) contesto familiare. Qui i dialoghi eleganti della Ginzburg vengono, per così dire, centrifugati dalla regia e dalla virtuosistica interpretazione degli attori, in un ritmo scenico che senza dubbio non coincide con le scansioni morbide della scrittura letteraria. E viene da dire, fortunatamente, per l’autrice e per noi, perché il migliore recupero dei classici (compresi quelli del Novecento), è proprio quello di usarli, soprattutto se la riscrittura scenica risulta così vitale e motivata come in questo felicissimo trittico.
Teatro Stabile di Torino. QUALCUNO CHE TACE. IL TEATRO DI NATALIA GINZBURG. Teatro Gobetti, Sala Pasolini
Giorgia Cipolla, Elio D’Alessandro, Christian La Rosa e Ilaria Matilde Vigna
Musiche originali eseguite dal vivo dai Perturbazione
Regia di Leonardo Lidi

Lino Guanciale e Alessandra Mastronardi nella fiction tv “L’allieva”, rai uno

http://www.ilpost.it/2013/10/31/nascita-morte-mondo-mappa-tempo-reale/
E’ solo una simulazione, d’accordo, forse solo il gioco di un matematico (Brad Lyon) che si è divertito a rappresentare il flusso costante dei nati e dei morti; sta di fatto che se si incomincia a guardare il gioco dei puntini verdi (le entrate) e di quelli rossi (le uscite) che si avvicendano come sul tabellone di un aeroporto dal traffico frenetico, scatta l’effetto ipnotico. I Births sono più del doppio dei Deaths, e sono quasi tutti concentrati fra Asia e Africa. Di tanto in tanto compaiono anche l’Europa e l’Italia, ma così fugacemente che non si capisce se a proposito di nascite o di morti. Poi, fortunatamente, si passa ad altro, pensando che è, appunto, solo una simulazione.
L’aver assistito a qualche centinaio di tramonti non preclude né sminuisce, per gli amanti del genere, il piacere del tramonto in atto, anzi lo aumenta perché quel nuovo e antico spettacolo va a collocarsi in un cunicolo della memoria dove trova altri esemplari solo apparentemente uguali ad esso. Così, questo piccolo atto unico di Campanile mette in mostra, ad ogni edizione l’ingranaggio che governa la macchina di una comicità perfetta. Bisogna tuttavia stare attenti, perché questo, come tutti i congegni perfetti, è delicato e richiede una mano sicura e leggera – quella che nel nostro caso mettono in mostra i tre ottimi interpreti: Eros Pagni, Camillo Milli e Magda Mercatali, diretti da Marco Parodi.

http://news.vodafone.it/2016/06/13/vodafone-shake-il-nuovo-spot-con-bruce-willis/
Guardando l’ennesimo spot della saga Vodaphone/Willis, viene in mente, per contrasto, un edificante e assai noto racconto per ragazzi di Tolstoj, Il nonno e il nipotino, che dice più o meno così:
Il nonno era molto vecchio. Camminava stentatamente, la vista gli si era indebolita, ci sentiva poco e quando mangiava imbrattava tovaglia e vestiti. Il figlio e la nuora s’infastidirono tanto che lo cacciarono dalla tavola comune e gli prepararono un seggiolone a parte, dietro la stufa.
Un giorno, mentre gli porgevano la minestra, il vecchio non afferrò la scodella che cadde e andò in pezzi. La nuora diede in escandescenze e disse che da allora in poi gli avrebbero dato da mangiare in una ciotola di legno, come alle bestie.
Il vecchio sospirò e chinò la testa.
Il giorno seguente, Michele, il nipotino, seduto in terra accanto al nonno, cercava di congiungere alcuni piccoli pezzi di legno ricurvo.
«Che fai, Michele?» gli chiese il babbo. Michele rispose: «Sto fabbricando una ciotola. Quando tu e la mamma sarete vecchi mi servirà per darvi da mangiare».
Il marito e la moglie si guardarono sconcertati e scoppiarono in lacrime. Ricondussero subito il vecchio genitore alla tavola familiare e lo circondarono d’ogni premura possibile.
E’ evidente che nei futuri spot della serie non ci saranno capovolgimenti né tanto meno ravvedimenti, nessuno passerà sottobanco al vecchio Bruce qualche giga avanzato, nessuno lo inviterà al giovanile consesso: il bello del gioco (e dello spot) sta proprio nel meccanismo dell’esclusione, in essa risiede la forza dell’offerta promozionale riservata “a chi ha meno di trent’anni”. Si potrebbe anche dire che Bruce se l’è andata a cercare: lusingato dalla ragazza (ventiquattrenne) che lo sta ritraendo in un (deplorevole) ritratto sul muro, ha incominciato a registrarla col cellulare ma sul più bello gli finiscono i giga – metafora impietosa? casuale? maliziosa?, chi lo sa.
Credo nel mettere in scena il proprio declino ci sia un piacere sottile non privo di una certa civetteria soprattutto quando ancora ci si regge bene in piedi, come Bruce. Alcuni attori lo realizzano interpretando Re Lear.
Da ascoltare (e anche molto da guardare, nonostante due stacchi fastidiosi: uno sulla facciata della casa in legno (e passi), l’altro su tre insulsi gabbiani.

Questa dei morti è diventata un’ossessione. Il pensiero della morte accompagna tutti i vecchi: quelli meglio riusciti lo stemperano in un sorriso composto, un po’ dolente, e a volte anche venato di dolcezza quando chinano le barbe per osservare un bambinetto che gattona fra le aiuole o due passeri che si contendono con comica ira un pezzetto di pane. Il vecchio ben riuscito – cioè che tenta di sublimarsi nel personaggio del vecchio letterario – ricorda di quando lui stesso era passeretto frenetico e bambino ipercinetico, sempre in quel giardinetto e sempre sotto gli occhi dei vecchi del tempo; ricorda i loro occhi nascosti dietro la cataratta che lo spiavano indulgenti mentre uccideva i suoi compagni di giochi con la pistola di latta o semplicemente sparando con l’indice e il pollice: “Morto Giorgio… morto Pietro… morta Giovanna…” Ma erano uccisioni così festose che parevano quasi grida di ingresso nella vita. Nel vecchio riottoso che si oppone ottusamente alla morte, la voce del bambino diventa grido strozzato, il suo Ego s’incarognisce e si compiace di vedere morti complottanti contro di lui. Nel suo corpo stanco continua a scorrere una grottesca linfa giovane che lo illude di poter ancora uccidere con la leggerezza di una volta, puntando le dita a pistola e facendo “pum pum” con la bocca mentre non rinuncia a saltellare fra le aiuole nonostante gli scricchiolii delle ossa. Lo spettacolo del vecchio che arranca fra le aiuole imitando il passero iroso ha mobilitato un vasto pubblico entusiasta, e sull’onda del plauso popolare (“Il mio popolo”, dice egli fra sé) il vecchio viene percorso da scariche di eccitazione fuori età e si abbandona alla coprolalia (contrassegno dell’adolescenza e della disperazione senile). Strepita “vaffanculo”, come il bambino maleducato alla mamma (ma già, nessuno sgrida più i bambini, ai nostri giorni, e tanto meno i vecchi). Continua a ripetere il grido compulsivo, del quale è ormai prigioniero, e mulina le braccia immaginando che siano due grandi falci che mietono nemici. (E’ una sindrome che caratterizza il vecchio mal riuscito: i nemici crescono proporzionalmente al numero degli anni). L’allucinazione, che si autoalimenta, disegna scenari funebri sempre più ampi. I morti diventano schiere, gironi, categorie: i politici, i giornalisti… E’ un’ascesa tenace, quella che il vecchio sta compiendo, al termine della quale, forse, s’illude di incontrare il Male e, chissà, forse anche la Morte, per sopprimerli entrambi in un gesto che egli spaccia per Purità totale ma che nasconde solo una fiammella di paura, non si sa dove nascosta nel corpo in disarmo e che si rivela durante i momenti di stanchezza, quando il vecchio si assopisce borbottando: “Vaffanculo… pum… Vaffanculo… pum pum…”, questa volta come una preghiera.

Nel dormiveglia della notte elettorale, l’alieno è arrivato. Per la verità, era da qualche tempo che soggiornava sul nostro pianeta sotto forma di baccello, come nel famoso film di fantascienza del 1956 L’invasione degli ultracorpi. I baccelloni provenienti da un altro mondo giungevano in qualche modo sulla Terra, poi, dopo un periodo di incubazione, prendevano sembianze umane. Così è stato per Trump; la trasformazione, piuttosto frettolosa per via della scadenza elettorale, non è ancora del tutto compiuta, come dimostra il ciuffo, ancora baccellare, ma per il grande pubblico può andare bene, soprattutto se il grande pubblico vuole qualcosa di diverso e di forte a tutti i costi. L’alieno evocato da Hawking non è stato stuzzicato, si è presentato lui alla porta. Ha bussato energicamente con la mazza del suo spaventoso Ego, e visto che nessuno apriva ha sfondato direttamente la porta fra il plauso generale (o quanto meno di una sembra solida maggioranza). Ora è difficile dire se si limiterà a cambiare l’arredamento e a fare delle pulizie di routine oppure se opterà per una disinfestazione radicale incominciando dai messicani e dagli immigrati così come aveva promesso in campagna elettorale, ma se scatterà l’operazione battericida, anche molti degli stessi elettori di Trump dovranno incominciare a temere: siamo tutti batteri. In questo, ahimè, fratelli.
P.S. Il sito che regola le richieste di emigrazione in Canada è appena andato in tilt per eccesso di richieste.