LUCIANA CASTELLINA, LA GASTRONOMIA E IL MOVIMENTO OPERAIO (da “Le parole e le cose”)

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Un saggio che riscatta la gastronomia dalle scempiaggini, dai luoghi comuni, dalle promozioni socioturistiche – e perfino dal grottesco di MasterChef.

 

L’Aquila, 6 aprile 2009. Bukovski

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una poesia è una città piena di strade e tombini
piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
piena di banalità e di roba da bere,
piena di pioggia e di tuono e di periodi
di siccità, una poesia è una città in guerra,
una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere sono piene di cinici urbiaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di nottte, e fanno scappare
la bandiera; una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore…
una poesia è questa città adesso,
50 miglia dal nulla,
le 9,09 del mattino,
il gusto di liquore e delle sigarette,
né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade,
questa poesia, questa città che serra le sue porte,
barricata, quasi vuota,
luttuosa senza lacrime, invecchiata senza pietà,
i monti di roccia dura,
l’oceeano come una fiamma di lavanda,
una luna priva di grandezza,
una musichetta da finestre rotte…

una poesia è una città, una poesia è una nazione,
una poesia è il mondo…

e ora metto questo sotto vetro
perché lo veda il pazzo direttore,
e la notte è altrove
e signore grigiastre stanno in fila,
un cane segue l’altro fino all’estuario,
le trombe annunciano la forca
mentre piccoli uomini vaneggiano di cose
che non possono fare.

Charles Bukovski, Una poesia è una città, “Poesie”
Mondadori, Traduzione Vincenzo Mantovani

GIORGIO MANGANELLI, Quando la scheda prende il volo

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Giorgio Manganelli secondo Tullio Pericoli

Riferire di un libro può essere un esercizio deprimente per chi scrive e per chi legge, a meno che l’autore della scheda non sia Giorgio Manganelli, consulente editoriale di lungo corso per Mondadori, Einaudi, Adelphi, Garzanti e Feltrinelli. Ammesso che la scheda di lettura di un libro sia qualcosa di simile a un genere (come non mi sembra illecito pensare), Manganelli opera dall’interno una squisita infrazione: non tanto perché ignora con grazia qualsiasi ipocrita obiettività, quanto perché l’io manganelliano è l’entità che guida la danza. Come a volte accade, l’infrazione delle regole produce effetti virtuosi; così, la scheda di non importa quale romanzo (o romanzetto) diventa una tappa nell’esplorazione della poetica dell’autore (della scheda stessa). Ne è un bell’esempio questa pagina sul romanzo di Stephen Hudson, A True Story, The Falcon Press, London, 1948, nella quale Manganelli lascia trapelare con eleganza la sua avversione per le scritture «oneste» e per le «verità» in letteratura. Anche chi, come me, non ha letto il romanzo di Stephen Hudson (che non fu ovviamente tradotto in italiano dopo questo giudizio), deve essergli grato per aver generato involontariamente una pagina così divertente e ricca di spunti critici.

Mi pare un libro singolarmente, nobilmente noioso. Non posso dire che sia infimo trash: ha una sua grazia crepuscolare, una minuta, pedante dolcezza da miope; e pertanto la noia che ne emana è piena di decoro, di dimessa onestà. Oh nessuno negherà che si tratti di libro «onesto»: il materiale è tutto di prima mano, e si ha la chiara impressione che qualcuno si sia dato la pena di vivere, allo scopo di bene informarsi sulle cose che accadono nella vita: genitori ottusi o un poco svagati, scuole snobs, prepotenti giovani amici, viaggi in luoghi eccitanti (America), amori e matrimoni.
È tutto «vero», come è detto anche nel titolo, che vuol essere una leale promessa di galantuomo ma, come spesso accade alle cose vere, include anche una certa, inevitabile dose di falso: l’onestà non è solo nell’occhio dello scrittore, è una qualità leggermente deteriore che circola in tutti gli eventi, un che di dolcemente stantio, un’ombreggiatura, una mentita aureola da fotografia di defunti.
Offrire seicento pagine rilegate di veridica favola al lettore fiducioso non mi pare giusto: anche gli utenti della noia possono aspirare a cose più mordenti.

Giorgio Manganelli, Estrosità rigorose di un consulente editoriale, Adelphi

Il video della domenica. ADRIEN MONDOT&CLAIRE BARDAINNE, HAKANAÏ, 2’50”

Dal punto di vista tecnico, questo video si avvale di: “proiezione mappata, CGI e sensori per reagire dinamicamente ai movimenti e alla vicinanza della performer”. La cosa, in se stessa, non ci commuove, e non ci viene nemmeno la voglia di sapere cosa sia un CGI. Il risultato invece realizza quello che dovrebbe essere il fine di ogni danza, il connubio fra la leggerezza (meglio se immateriale) coniugata con un corpo in movimento. 

 

Un bambino con un cuore. ELIF SHAFAK, LA CITTÀ AI CONFINI DEL CIELO

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Elif Shafak scrive un romanzo storico, ambientato ad Istanbul nel XVI secolo. Il protagonista è il giovane Jahan, ammaestratore improvvisato di un elefante caratterizzato dal colore della sua pelle: un rarissimo bianco latte. Dopo un avventuroso viaggio in mare, che porterà il poco più che bambino ed il suo animale dall’India alla capitale Turca, questi incontra Sinan; un personaggio che avrà un ruolo chiave nella sua crescita personale, allontanandolo dal suo passato e da quei pensieri di vendetta che covava nei confronti del patrigno, reo di avergli ucciso la madre. Sinan, altri non è che l’architetto dell’Imperatore Solimano; un artista ammirato per le sue opere, ma anche pieno di nemici non dichiarati.
Il Maestro decide di prendere sotto la sua ala protettrice, insieme ad altri tre ragazzi, proprio Jahan; imponendo loro un percorso scolastico molto faticoso, al fine di farli divenire i suoi assistenti.
Vero e proprio “Romanzo di formazione” nel quale al protagonista viene concesso uno spazio temporale di maturazione che non si limita alla mera giovinezza; ma che, al contrario, tenderà ad ampliarsi col trascorrere degli anni. E di anni, così come di avvenimenti importanti, ve ne saranno per oltre un secolo.
Jahan ci viene presentato da subito come un bambino ingenuo, dal cuore appesantito, nella sua terra d’origine. Un bambino con un cuore! Un personaggio che mantiene intatta la sua moralità (fatta eccezione per alcuni furti di lieve entità), la cui onestà intellettuale lo porta continuamente a cercare la verità degli eventi in una realtà tanto ambigua quanto pericolosa qual è quella degli uomini di Corte dell’Impero Ottomano.
Luca Perrone

Il giorno seguente, Jahan fu convocato dal capo degli eunuchi bianchi. Il suo primo pensiero fu che costui lo avrebbe rimproverato per aver trascorso la notte nel serraglio, proprio quella notte in cui Chota morì. Peggio ancora, Jahan aveva sfidato il suo potere, rifiutatosi di consegnare la carcassa all’emissario francese. Ed il tutto, senza alcun successo. Infatti, come previsto, l’animale venne fatto a pezzi. Tutti elementi che avrebbero potuto innervosire il capo degli eunuchi bianchi per diversi anni. Eppure, curiosamente, a Jahan non importava. Un’audacia, mai fino ad allora conosciuta, si era impossessata di lui.
Quando venne condotto davanti a Kamil Agha, Jahan s’inclinò, lentamente, senza grazia alcuna, ed attese, con gli occhi fissi sul marmo del pavimento.
« Alza la testa! ». L’ordine schioccò come una frusta.
Jahan obbedì. Per la prima volta da quando arrivò a Palazzo, e dall’indimenticabile schiaffo che da lui ricevette, volse lo sguardo dritto negli occhi del capo degli eunuchi bianchi : il blu profondo del fiore di cardo.
« Ti osservo da molti anni. Hai fatto una rapida carriera. Nessun altro domatore si avvicina neppure lontanamente dove sei arrivato tu. Ma non è per questo che ho dell’affetto per te. Vuoi conoscerne la ragione? »
Jahan restò in silenzio. Non dubitava affatto che Kamil Agha provasse dell’affetto nei suoi confronti.
«Ogni “recluta” è composta di acciaio fuso. Rimodellato. Tu sei dei nostri, Indiano. Curiosamente, però, nessuno ti ha convertito. Lo hai fatto da solo. Ma sai dov’è che hai commesso un errore?»
«Non saprei dire, signore.
«L’amore. »

Elif Shafak, La città ai confini del cieloTraduzione Luca Perrone

Matteo Cavezzali, IL TERRORISMO SPIEGATO AI NOSTRI FIGLI. INTERVISTA A TAHAR BEN JELLOUN (da Minima&Moralia)

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http://www.minimaetmoralia.it/wp/tahar-ben-jelloun/

 

 

 

Il signor TRIC. Una piccola storia da blog

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Un importante e prestigioso (assai) TRIC (Teatro di Rilevante Interesse Culturale) fu taggato, qualche tempo fa, da Radiospazio. Cediamo di tanto in tanto alla debolezza di rendere partecipi della nostra attività alcuni Enti culturali che di solito ricambiano di buon grado. Ci si tagga, insomma; chissà perché, ci sembra che la cosa abbia un senso, sia pure vago, sia pure tanto pallido da suscitare almeno un’occhiata (non sono post sui quali soffermarsi tanto); e ci sembrava, nel caso specifico, perfino un gesto di attenzione nei confronti di quel TRIC, che promuove anche incontri di buon livello culturale, farci vivi con i nostri post non strettamente teatrali, accreditando in tal modo il suddetto signor TRIC di una sensibilità più aperta di quella delle compagnie sciamannate e assatanate che pensano solo ai finanziamenti, agli incassi e, nel migliore dei casi, alla produttività compulsiva.
Dopo qualche cenno di cortese riscontro, il signor TRIC si ruppe le palle (è una caduta di stile, ma lo stile venne meno all’improvviso) e mandò un DM (messaggio privato): “Buongiorno, si può sapere perché taggate le vostre iniziative?”. Come se gli avessimo proposto un tagliapeli del naso col 10 per cento di sconto. Quando ci riavemmo, provammo con la lusinga, e rispondemmo: “Per stima”. La risposta fu asciutta: “Grazie per la stima, ma preferiamo essere taggati per cose che ci riguardano”. Alla faccia dell’Interesse Culturale. Certi teatranti, non c’è legge ministeriale che li redima.

Una trentina di cose su Albertine (senza dimenticare Marcel). ANNE CARSON, ALBERTINE WORK OUT (da Le parole e le cose)

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The Albertine Workout è una plaquette di Anne Carson uscita nel 2014. Questa è la parte iniziale del testo nella traduzione di Matilde Manara

Vecchi comici sovrani, Re Faruk

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Negli anni Cinquanta, spiccava nelle cronache romane e nazionali un personaggio che dava molto lavoro ai giornalisti e non meno diletto ai lettori. A suo modo, un benemerito. Si chiamava Fārūq ibn Fuʾād, ma in Italia era stato familiarmente traslitterato in Re Faruk. A sedici anni, alla morte del padre, era diventato “Sua Maestà Faruq I, per grazia di Allah, Re dell’Egitto e del Sudan, Sovrano di Nubia, del Kordofan  e del Darfur”. Il suo regno era terminato bruscamente nel 1952 ad opera di un colpo di Stato, architettato da Nasser e da altri generali. Di qui, l’esilio a Roma. Una ricchezza quasi inesauribile consentiva al sovrano di dedicarsi alle donne e al gioco con una tenacia e un’esuberanza di mezzi che facevano fantasticare gli italiani, ancora piuttosto acciaccati dalla guerra. Era tanto sopra le righe, il monarca, che le sue gesta, anziché generare indignazione proletaria, inducevano al riso, come capitoli di una fiaba libertina e tanto iperbolica da risultare in fin dei conti buffa. I racconti, catturati dai buongustai alfabetizzati sulle cronache dei giornali, si diffondevano oralmente come ghiottonerie preziose che non costavano nulla, come le fantasie. Piaceva molto, ad esempio, il fatto che Re Faruk non toccasse mai denaro e che incaricasse i suoi segretari di ricompensare i facchini delle stazioni che gli caricavano i bauli sul treno con dei cronometri d’oro (parendogli più elegante che quegli umili faticatori ricevessero un ricordo di Sua Maestà al posto di qualche volgare e caduca banconota). Ma i racconti che divertivano di più erano quelli del tavolo di gioco; piacque in particolare uno scontro del Monarca intorno a una posta colossale. Dopo una lunga serie di rilanci, l’avversario decise di andare a vedere l’ultima puntata di Faruk e col piglio del giocatore che ha la partita in pugno disse al Re: “Poker di Fanti”. Quando calò le carte, Faruk rispose semplicemente: “Poker d’Assi”, guardandosi bene dal mostrare le sue. Quando l’avversario protestò che era suo diritto verificare il punto, il sovrano disse semplicemente: “Parola di re”, e con un gesto ampio e regale che abbracciava la montagna delle fiche s’intascò la puntata (che sarebbe la traduzione mimica del romanesco “famo a fidasse”)
Ecco, questo racconto fece molto ridere gli italiani, ma sono passati tanti anni.

 

Il video della domenica. BORIS VIAN, GASTRONOMIA A’ L’ITALIENNE

 

Autore “scandaloso”, e purtroppo prigioniero del suo più discusso romanzo, Sputerò sulle vostre tombe;  poeta sempre tentato dal gorgo esistenziale (“Non vorrei crepare /Prima d’aver conosciuto /I cani neri del Messico (…)/Non vorrei crepare/Senza sapere se la luna/Sotto la sua falsa aria di moneta/Ha un lato appuntito/Se il sole è freddo/Se le quattro stagioni/Sono davvero quattro (…)/Senza aver ficcato il cazzo/Nei posti più impensati/Non vorrei crepare /Senza conoscere la lebbra /O le sette malattie/Che si prendono laggiù/Il bene e il male…”); autore di cinquecento canzoni e posseduto dal jazz, Boris Vian incarnò il mito di un neo-maledettismo che seppe parlare ai giovani degli anni ’50 e ’60. Questo raro video ce lo propone in una dimensione stralunata e minimale, forse provocatoria, forse irridente – ma forse si tratta più semplicemente di una libera uscita dal personaggio.

 

FRANCESCA BORRELLI, PER DEREK WALCOTT. UN’INTERVISTA

 

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“Un purista della razza direbbe che è tutto un mélange: non ci sono individui puri nei Caraibi, ma è proprio questa la loro forza. I Caraibi sono un nulla in termini di purezza, il che equivale a dire che sono un tutto. Qualsiasi caraibico porta in sé la cultura indiana, quella cinese, quella libanese, e naturalmente quella africana, la spagnola, l’inglese, la francese, l’olandese, e così via. Se si esamina il fondamento dell’esperienza non si può mai dire che essa appartiene a una sola nazionalità, e questo vale anche per le influenze assorbite da Omero, Dante, Shakespeare, Borges, tutti gli scrittori del mondo: c’è una intelligenza dello scrivere nell’aria dei Caraibi. Dunque, è in questo senso che Omero fa parte della mia esperienza.”

Onorevoli e barbieri

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Quando i barbieri non erano ancora hair stylist ma semplici barbieri, venivano considerati dagli altri artigiani come una categoria leggermente eteroclita; anzitutto per la natura stessa di quel lavoro, frivoletto anche se socialmente utile: era un’arte, sicuro, ma per l’appunto tutti sanno che gli artisti non muoiono certo di fatica, persi come sono dietro le loro fantasie. E di fantasie ne fluttuavano molte, nelle barberie: sulle donne, soprattutto: non le mogli che a volte comparivano sulla soglia della bottega per riprendersi il marito, ma sulle ragazze che occhieggiavano con le gambe fuori e i seni promettenti su certi calendarietti profumati, omaggi riservati ai clienti più intimi e arzilli che li conservavano nei comparti più segreti del portafoglio, piccoli e maliziosi conforti a cui fare ricorso durante la lunga bonaccia matrimoniale. In quell’ambiente così maschio la femmina immaneva, inconoscibile, con la forza dell’assenza e della contraddizione, ma un mistero di tutt’altra natura, fra il burocratico e il sindacale, circondava la figura del barbiere, la chiusura del lunedì, che ad alcuni sembrava uno sberleffo immotivato e anarcoide. I barbieri se ne fregiavano come di un’onorificenza e raccontavano di turbinosi raid al mare consumati con ragazze imprecisate (doveva esistere un magazzino segreto nel quale si conservavano ragazze sempre libere il lunedì). L’invidia dei più diventava diffidenza, e qualche volta giudizio moralistico; quelle ventiquattro ore di deboscia gettavano un’ombra sulla figura del barbiere che nella vita reale smentiva i racconti fantasiosi di alcuni, e dedicava il suo giorno libero a innocenti occupazioni.
I tempi, come vuole l’adagio, sono cambiati, ma di fronte alla quasi plebiscitaria assenza di parlamentari alla discussione sul Testamento biologico è necessaria una postuma e tardiva riparazione che riabiliti i miti barbieri, responsabili unicamente  nei confronti della loro clientela.

P.S. Riguardo ai banchi vuoti alla Camera, lunedì 13 marzo, qualche giornale ha attenuato i toni. Come La Stampa, ad esempio: “Chi conosce le procedure sa che a presenziare sono tenuti solo coloro che, di ogni partito, hanno lavorato alla legge”. Quanto alla Repubblica, ha riportato una dichiarazione di Giachetti, che presiedeva la seduta: “Girano video che mostrano l’aula vuota, ma è una cosa che si verifica sempre in occasione delle discussioni generali che coinvolgono solo i deputati chiamati a intervenire mentre nelle fasi successive c’è un coinvolgimento pieno dell’aula”.
Ma dopo il clamore, stimolato dagli stessi media che oggi attenuano, un profumo di bergamotto è rimasto nell’aria, irrancidito.

 

 

 

Il video della domenica. AMELIA ROSSELLI legge brani da SERIE OSPEDALIERA

Quando i poeti si leggono, riescono quasi sempre a sorprenderci. Spesso pensiamo che leggano male, ma non lo confessiamo perché ci sembra che quella lettura, in quanto coincidente con la fonte della poesia, debba essere forzatamente la più attendibile. La nostra delusione non è immotivata: ci hanno insegnato, fin da piccoli, che la poesia è musicale, ma senza avvertirci che la musica può essere concreta, atonale, dodecafonica, ecc. Quando, cresciuti, abbiamo ascoltato gli attori che leggevano versi, le loro voci vibranti, le loro casse toraciche risonanti, loro fosse nasali perfettamente lubrificante, le loro corde vocali tirate a lucido hanno arrotondato, ripulito e riplasmato la parola. Così, quando il poeta si legge ci sembra sempre nudo, con quella sua voce inadeguata in quanto semplicemente umana, e soprattutto con quella stramba musica alla quale intona, sorprendendoci (deludendoci?) i suoi versi. Quando i poeti si leggono, appaiono sempre inadeguati a quella “buona forma” che abita in noi e che ci impone passeggiate sempre uguali nella routine del Bello. Vale la pena di sottrarsi, non senza fatica, a questa noiosa tiranna per riscoprire la fatica del discorso poetico in costruzione. 

Nata nel 1930 a Parigi, Amelia Rosselli crebbe tra la Francia, L’Inghilterra e gli Stati Uniti in un contesto fitto di tragiche vicende di storia privata, politica e sociale. Figlia di Carlo – esule antifascista, fondatore del movimento «Giustizia e Libertà» – nel profilo psicologico, intellettuale e artistico della Rosselli ebbe grave impatto, nella già problematica vicenda familiare, avere assistito, a sette anni, all’assassinio di suo padre, e del fratello di questi, Nello, perpetrato dai fascisti dinnanzi all’intera famiglia.
Il periodo della prima giovinezza fu contrassegnato da continui cambiamenti di residenza tra l’Europa e l’America. Il trauma dell’assassinio del padre, aggiunto alla malattia mentale e morte della madre, indussero uno stato di psicosi nella Rosselli, a causa del quale seguirono ripetute degenze presso ospedali psichiatrici.
Nel 1958 pubblicò il poemetto La libellula. Nel 1964, usciva con Garzanti la raccolta Variazioni belliche, seguita nel 1969 da Serie Ospedaliera.
Nell’Italia post-bellica, la Rosselli affiancava all’attività di poeta quella di musicista, sia come etnomusicologa, sia come esecutrice. Svolse attività di traduttrice letteraria, consulente editoriale e collaboratrice di riviste, che richiamarono sulla sua opera l’interesse di poeti come Zanzotto, Raboni, e Pasolini.

Nel 1969, le fu diagnosticato il morbo di Parkinson.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella mansarda in via Del Corallo a Roma, dove, nel 1996, si tolse la vita.

In treno, con qualche cesta di gatti e una bambina di troppo. PAUL LÉAUTAUD, PASSATEMPI

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steinberg, gatti sgabelli

disegno di Saul Steinberg

In una società che sommerge i bambini di smancerie per mascherare il suo sostanziale disinteresse nei loro confronti, bisogna apprezzare le poche voci politicamente scorrette. Ho detto poche, ma sono in realtà pochissime e per trovarle bisogna leggere gli scrittori fuori dal coro, isolati, dandy, e anche un po’ misantropi. Come Paul Léautaud (1872 -1956), un autore che costeggiò con poco trasporto la narrativa, il teatro, la poesia e che preferì dedicarsi alla scrittura diacritica, più appartata e apparentemente circoscritta. Abbandonato in culla dalla madre, il piccolo Paul cresce con un padre che, vivendo nel mondo dello spettacolo, trova le attrici molto più interessanti di un neonato; da grande, Paul collezionerà un numero notevole di amiche spigliate che ribattezzava con nomi fantasiosi e significativi: “Pantera”, “Flagello”, “Sheherazade”… Ma più delle donne lo interessavano i gatti e in misura leggermente minore i cani (“Ho avuto almeno trecentocinquanta gatti e centocinquanta cani. Sono morti bene a casa…

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