
Il museo di mio padre. Il sogno del museo ebbe inizio… in un tempo lontano lontano, quando mio padre, figlio di un povero prete nel villaggio di Talitsij, nel distretto di Shuya, nell’oblast di Vladimir, mise piede per la prima volta su una pietra romana. A quel tempo, era un filologo di ventisei anni, con una borsa di studio dell’Università di Kiev per andare all’estero. Mi sbaglio. In quell’istante nacque la decisione di creare un museo. Il sogno del museo iniziò, naturalmente, prima di Roma, nei giardini impomatati di pioggia di Kiev, forse perfino nei boschi di Talitsij, nel distretto dove aveva studiato latino e greco, alla luce di una scultura ardente. “O se potessi vederla…”; e più tardi, “O se anche altri (scalzi e poveri come lui) potessero vederla con i loro occhi”. Il sogno di un museo russo di scultura nacque, posso dirlo con sicurezza, insieme a mio padre. Mio padre è nato nel 1846.
Tarusa, oblast di Kaluga. Una casa chiamata “Pesochnaia” – un’antica casa signorile, ora trasformata in luogo di villeggiatura – a due chilometri da Tarusa, completamente isolata, sulla riva del fiume Oka, con betulle simili a… è autunno. Gli ultimi fiori – fiori rosa, vividi e minuti, senza nome, dal profumo meraviglioso, che saprò ricordare per sempre – sbocciano per la via. Papà e mamma partono per gli Urali, a prelevare il marmo per il museo. La giovane Asija dice alla tata: “Augusta Ivanovna, che cos’è un museo?” “L’edificio dove ci sono pesci e serpenti essiccati”. “Perché?”. “Perché così gli studenti possono studiarli”. Felice del suo futuro da studentessa o forse semplicemente approfittando dell’assenza dei miei genitori, la tata esplode in un accecante “jodel” tirolese. Scriviamo le lettere a mamma e papà. Io scrivo, l’analfabeta Asija disegna musei e Urali e su tutte le vette degli Urali un museo. “Ed ecco un Urale, poi un altro e un altro”, dice, diligente, scoccando la lingua, fino alla guancia. “Ed ecco un museo e un altro e un altro…”. Mentre anch’io, srotolando la lingua, con fatica, dico, “Avete trovato il marmo per il museo? È resistente? Anche a Tarusa c’è il marmo, solo che non è resistente”. Poi scrivo: “Avete trovato un gatto per noi, un gatto di montagna? A Tarusa ci sono tanti gatti, me non esistono gatti di montagna”. Una splendida mattina, la casa piena di pietre multicolori: blu, rosa, lilla, colore del fiume, colore del bosco. Una pietra mi sembra un pezzo di roastbeef; quest’altra sembra caffè che trabocca. Non guardiamo neppure il grande quadrato regolare di pietra bianca, leggermente grigia, leggermente scintillante. Quello è il marmo per il museo. Quanto al gatto di montagna, il gatto promesso, i genitori non l’hanno portato con loro. * La corona d’alloro Il giorno dell’inaugurazione del museo. Mattina, primordi, giorno trionfale. Un corriere dal museo? No – voce di donna. Destato dal suono del campanello, mio padre è già sulla soglia della sala; indossa la vecchia, immutabile vestaglia grigio-verde, il colore del maltempo, il colore del Tempo! Apparizione molto graziosa di una donna molto alta alla porta con enormi occhi verdi da una cornice di ciglia scure, profonde, come quelle di Carmen, palpebre un po’ rosse, color terracotta, come quelle di Carmen. È l’amica che conosciamo tutti, l’amica del museo del mio vecchio padre, delle mie poesie da ragazzina, l’amica delle battute notturne di pesca con mio fratello grande, delle prime conquiste di mia sorella grande, l’amica di ciascuno di noi separatamente e di tutta la famiglia, la donna nella cui amicizia ci siamo tuffati alla morte di mia madre – Lidia Alexandrovna T., nata Gavrina, per metà ucraina e per metà napoletana, sangue nobiliare, anima romantica. Mio padre, riconoscendola: “Per amore di Dio, Lidia Alexandrovna, perdonatemi, sono in uno stato tale… non immaginavo fosse lei… pensavo, il corriere… mi permetta, sono… (indicando imbarazzato la vestaglia)”. “Oh, no, no, carissimo, onoratissimo Ivan Vladimirovič, stai bene così come sei. In questo giorno propizio la tua vestaglia è come una toga romana. Proprio così: una toga. Oppure… un peplum greco, se preferisci”. “Ma… (papà, sempre più imbarazzato), io… in un certo modo… non sono uso…” “Credimi: è la toga di un saggio. E poi, tra poche ore emergerai in tutta la tua gloria. Sono venuta così presto perché volevo essere la prima a congratularmi per te, questo è il giorno più bello della tua vita – e anche della mia. Sì, anche della mia vita, visto che non ho mai creduto di poter creare qualcosa. Una tale felicità non mi è stata concesso. Per questo ho imparato ad amarti. Ti ho amato subito. E continuerò ad amarti fino al mio ultimo respiro. Perché sei un creatore. Ecco, esattamente: un creatore. Dovevo essere la prima a ringraziarti per il successo che ti ha sorriso, per questo successo frutto di grande fatica. Nel nome della Russia – e del mio – ti ho portato: questo”. E davanti a mio padre sfoggia una corona di alloro. “Ma… la prego… la prego…”. “Indossala. Subito. Qui. Ora. Davanti ai miei occhi. Che incoroni la tua bella, nobile fronte”. “Fronte… Lidija Aleksandrovna, carissima, sono infinitamente commosso, ma… una corona d’alloro… per me… è davvero del tutto inutile”. (Nel suo completo distacco dal mondo esterno, mio padre non si sofferma neppure un attimo a pensare a come figurerebbe un ‘laureato’ in vestaglia!) “No, no, no, non c’è da discutere”, sibila la visitatrice, torcendo le labbra, con le lacrime agli occhi. “Devo incoronarti, anche solo per un istante!”. Approfittando del fatto che mio padre, in un gesto di imbarazzata gratitudine, le porge entrambe le braccia, con atto da traditrice – del tutto italiano, in verità – gli depone, anzi gli impone la corona in testa. Lui, schermandosi. “Ti prego, non farlo, non farlo…”. Lei, supplicando. “Oh, non levarla, ti sta così bene”. Con tutta la passione possibile, piena di desiderio – perché il desiderio è la più vasta delle passioni – lei lo bacia, quella trentacinquenne spavalda bellezza bacia un uomo di quasi settant’anni sulla fronte coronata d’alloro. Un istante dopo (la corona è già stata tolta e deposta con cura sul tavolo all’ingresso), la visitatrice, in piedi, stringe le mani di mio padre, le pone sul suo petto: “Voglio che tu lo sappia: è alloro romano. Me lo sono fatto spedire da Roma. Un piccolo alberello in un vaso. Ho intrecciato la corona con le mie mani. Sì, è vero, sei nato nell’oblast di Vladimir, ma Roma è la tua giovinezza, la tua anima è romana. Ah, se soltanto tua moglie avesse potuto vivere fino ad oggi: questo giorno sarebbe stato il suo dono!”. Mio padre morì il 30 agosto del 1913, un anno e tre mesi dopo l’apertura del museo. La corona d’alloro è finita nella sua bara.
Marina Cvetaeva