Danilo Kiš, Un romanzaccio (frammento)

All’angolo della strada, di fronte alla caserma, compare Fraüein Weiss con le sue scatole di cartone. Da sotto il vestito sbrindellato spuntano due gambe sottili e nodose, che terminano in calzini color arancio Fraülein Weiss, un vecchia tedesca, vende caramelle di zucchero d’orzo. Avanza ondeggiando, curva sotto il peso, sepolta sotto le sue scatole, alle quali è legata da una cordicella di carta; solo la testa spunta fuori, come se la portasse sotto braccio, dentro una scatola. L vecchiaia e gli acciacchi hanno trasformato il suo viso in una pozzanghera scura. Una fitta trama di rughe si irradia dalla sua bocca che, simile alla piaga della mano di cristo, s’è spostata nel mezzo della faccia. È qui, in questa enorme e vecchia piaga, che confluiscono a raggiera tutti i solchi delle sue rughe. Vedete, figlioli miei, questi mucchi di ossa corrose, questo dimenarsi, questo rantolare, è tutto un geniale romanzaccio, l’ultimo capitolo di un libro logoro, pieno di splendore, di celebrazioni e di sconfitte Fraülein Wess, una dei superstiti dello spettacolare naufragio del Titanic, cercò una volta di suicidarsi. Prendendo a modello una famosa attrice, riempì la sua stanza d’albergo di rose e fiori. Per una giornata intera, i piccoli fattorini e i ragazzi dell’ascensore simili ad angioletti, portarono mazzi di fiori profumatissimi, e gli ascensori dell’albergo si trasformarono quel giorno in grandi giardini pensili, giardini di cristallo che portavano in cielo il peso del loro profumi e tornavano giù a precipizio, avendo perduto ogni senso d’orientamento. Migliaia di rosei garofani, di giacinti, di lillà, giaggioli, centinaia di candidi gigli dovevano cadere immolati. E la sua anima, addormentata dai profumi e ad esse mescolata, si sarebbe alzata in volo, leggera, spogliandosi di una vita, verso i roseti del paradiso, o si sarebbe trasformata in un fiore, in un giaggiolo… la ritrovarono il giorno dopo priva di sensi tra i fiori assassini. Dopo questo fatto, vittima della vendetta degli dèi dei fiori, cadde sotto automobili e tram; sul suo corpo passarono barrocci di contadini e veloci vetture di piazza, e ogni volta usciva da sotto le ruote ferita ma viva, e conobbe così, in questo appassionato contatto con la morte, il mistero dell’eternità. Gemendo ed emettendo profondi suoni lamentosi, simili al pianto di un bambino, essa ci passa vicino ed è come scartabellare le pagine sudice  e ingiallite di un romanzo sciupato… Gut’ Morgen, Fraülein Weiss küss die Hand!

Danilo Kiš, Giardino cenere, Adelphi

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