
Trovo che non c’è nulla di barbaro o di selvaggio nel popolo dei cannibali, a quanto mi riferiscono, se non per il fatto che ognuno di noi considera «barbarie» ciò che non rientra nel suo costume; pare infatti che non si possegga altro termine di paragone, se non l’esempio e l’idea delle opinioni e dei costumi del paese in cui viviamo. Qui, la religione è perfetta; perfetta è l’amministrazione; perfetto e raffinato l’uso di ogni cosa. Ora, quei selvaggi sono selvaggi allo stesso modo per cui diciamo selvaggi i frutti che la natura ha prodotto da sé, nel suo naturale sviluppo; là dove, in verità, sono proprio quelli che noi abbiamo alterato con artifici e distorto dall’ordine naturale che dovremmo chiamare selvaggi. In quelli sono infatti vive e rigogliose le più genuine, utili e naturali virtù e proprietà che in questi abbiamo imbastardito, adeguandole al nostro gusto corrotto. E perciò, sapore e delicatezza sembrano eccellenti al nostro palato, in confronto ai nostri, in numerosi frutti di quelle regioni in cui non vengono coltivati. Non c’è infatti motivo per cui l’arte superi la nostra grande e potente madre natura. Con le nostre invenzioni abbiamo sovraccaricato la bellezza e la ricchezza delle sue opere al punto da soffocarla. Il fatto è che ovunque splende la sua purezza, lì fanno cilecca le nostre imprese frivole e vane.
Michel de Montaigne, Saggi, REA, a cura di Fabrizio Cristallo