Luciano Folgore, La pioggia sul cappello

Luciano Folgore, pseudonimo di Omero Vecchi (1888-1966), fu probabilmente il più prolifico creatore di nomi d’arte: Aramis, Albano Albani, Fiore di Loto, Esopino, Remo Vecchio (anagramma del vero nome), Cerbero, Er Moro de li Monti (con cui firmò una raccolta poesie in romanesco), Esopone, battendo di stretta misura uno specialista come Olindo Guerrini, (Argìa Sbolenfi, Marco Balossardi, Giovanni Dareni, Pulinéra, Bepi, Mercutio). Otto pseudonimi contro sette, vittoria al fotofinish. In questa girandola di pseudonimi, quello che viene ricordato, peraltro di rado, dalla Storia della Letteratura italiana è Luciano Folgore, in quanto legato al periodo futurista. Il ventunenne Omero Vecchi, infatti, fu abbagliato dall’incontro con Marinetti, ma dopo alcune opere volonterosamente futuriste, in lui finì per prevalere la sua natura camaleontica ed eclettica, e soprattutto una vena ironico/provinciale che non si accordava troppo ai futuristici furori.

Silenzio. Il cielo

è diventato una nube,

vedo oscurarsi le tube

non vedo l’ombrello,

ma odo sul mio cappello

di paglia,

da venti dracme e cinquanta

la gocciola che si schianta,

come una bolla,

tra il nastro e la colla.

Per Giove, piove

sicuramente,

piove sulle matrone

vestite di niente,

piove sui bambini

recalcitranti,

piove sui mezzi guanti

turchini,

piove sulle giunoni,

sulle veneri a passeggio,

piove sovra i catoni,

e, quello ch’è peggio,

piove sul tuo cappello

leggiadro,

che ieri ho pagato,

che oggi si guasta;

piove, governo ladro!….

L’odi tu? Non è di passaggio

come l’acqua

di maggio,

che sciacqua la terra e la monda.

Sgronda terribilmente;

si sente il blasfemo

di un polifemo ambulante,

si veggono ninfe e atalante

fuggire in un angiporto;

Plutone più vivo che morto

si pone una nivea pezzuola

sul feltro che cola;

Dïana s’accorcia la tunica

fin quasi all’altezza del femore,

e Dedalo immemore e Marte

con toga a due petti e speroni

s’impalano ai muri con arte

per evitare i doccioni.

Cibele fa segno all’auriga

che incurva il soffietto alla biga,

e monta sul cocchio

mentre la furia di Eolo

le palpa il malleolo

le morde il polpaccio,

si sfibia

d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo,

dal naso al tallone d’Achille,

fradici fino al midollo,

cugini alle anguille,

nubili d’ombrello,

col solo cappello,

sentiamo che l’essere anfibî

sarebbe un superbo destino,

te biscia,

io girino,

e liscia la piova del giorno

ci colerebbe d’attorno,

non come a Issïone

che fece la ruota a Giunone,

ma pari al Tritone

cui Teti concesse

– regalo di nume –

di potersi fare

un ampio palamidone

di schiume di mare.

E piove sempre,

sul càmice mio,

sul peplo tuo

colore oramai dell’oblio,

piove sul croceo e l’eburno

del tuo moccichino di seta,

piove sul cromo del mio coturno

che s’impatacca di creta,

piove sopra il cinabro

che t’impomidaura il labro,

piove sui tremuli tocchi

che t’anneriscono gli occhi,

e andiamo d’androne

in androne,

con facce di mascherone,

squadrandoci obliquamente

se qualche pozza lucente

ci specchia e ci invecchia

per farci morir di furore,

Narcisi

dai visi colore

di colla di paglia,

di succo di nastro,

d’impiastro di minio,

di guazzo assassino

di cipria e di cartoncino.

E piove a dirotto

da tutte le nubi,

piove dai tubi

sfasciati

dell’acquedotto

del cielo,

piove sui cani spelati,

piove sul melo e sul tiglio,

piove sul padre e sul figlio,

piove sui putti lattanti

sui sandali rutilanti,

su Pègaso bolso,

su l’orïolo da polso,

piove sul tuo vestitino

che m’è costato un tesauro,

piove sulla salvia e sul lauro

sull’erbetta e sul rosmarino,

piove sulle vergini schive,

piove su Pàsife e Bacco,

piove persin sulle pive

nel sacco.

E piove soprattutto

sul tuo cappello distrutto

mutato in setaccio,

che ieri ho pagato

che adesso è uno straccio,

o Ermïone

che scordi a casa l’ombrello

nei giorni di mezza stagione.

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