
Stamattina Teodoro W. Adorno* ha fatto una cosa da gatto: nel bel mezzo di un appassionato discorso, metà geremiade e metà insistente strofinamento ai miei pantaloni, è rimasto immobile e rigido a guardare fisso un punto dell’aria in cui per me non c’era nulla da vedere fino alla parete dove è appesa la gabbia del vescovo di Evreux, che mai ha suscitato l’interesse di Teodoro. Qualunque signora inglese avrebbe detto che il gatto stava guardando un fantasma mattutino, dei più autentici e comprovabili, e che il passaggio dalla rigidità iniziale a un lento movimento della testa da sinistra a destra, conclusosi nella linea di visione della porta, dimostrava pienamente che il fantasma se ne era appena andato, con ogni probabilità infastidito da quell’avvistamento implacabile. Potrà sembrare strano, ma il sentimento del fantastico in me non è innato come in altre persone che poi non scrivono racconti fantastici. Da bambino ero più sensibile al meraviglioso che al fantastico (per le diverse accezioni di questi termini, sempre mal utilizzati, si può consultare con profitto Roger Caillois), e a parte i racconti di fate, come il resto della mia famiglia credevo che la realtà esteriore si presentasse tutte le mattine con la stessa puntualità e le stesse rubriche fisse della Prensa **. L’evidenza che ogni treno dovesse essere trascinato da una locomotiva era una certezza alla quale frequenti viaggi da Banfield a Buenos Aires offrivano una conferma rassicurante, e per questo la mattina in cui per la prima volta vidi entrare in stazione un treno elettrico che sembrava fare a meno della locomotiva scoppiai a piangere con una tale veemenza che, secondo mia zia Enriqueta, ci volle più di un quarto di chilo di gelato al limone per riportarmi al silenzio. (Del mio abominevole realismo di quel periodo dà un’idea complementare il fatto che, passeggiando con mia zia, trovassi spesso monete per strada, ma soprattutto l’abilità con cui dopo averle rubate a casa le facevo cadere mentre mia zia guardava una vetrina, per poi precipitarmi a raccoglierle ed esercitare l’immediato diritto di comprarmi le caramelle. A mia zia invece il fantastico doveva essere molto familiare visto che non trovava mai insolita quella ripetizione un po’ troppo frequente e condivideva perfino l’eccitazione del ritrovamento e qualche caramella).
* Il gatto Adorno è il più famoso fra i gatti che accompagnarono Cortazar, nella vita e anche in alcune sue opere.
** Storico quotidiano argentino
Julio Cortazar, Il sentimento della letteratura, SUR