Grandi rivelazioni. Il segreto di Milady

Milady fissò per qualche istante, con terrore crescente, quel pallido viso circondato da barba e capelli neri, la cui unica espressione era di glaciale impassibilità. Poi, a un tratto: «Oh, no, no» disse, indietreggiando fino alla parete alle sue spalle. «No, questa è un’apparizione infernale. Non può essere lui. Aiuto, aiuto» gridò con voce rauca, voltandosi verso il muro, come volesse aprirsi un varco scavando con le sue stesse mani. «Ma chi siete voi dunque?» gridarono tutti i testimoni di questa scena. «Domandatelo a questa donna» disse l’uomo dal mantello rosso, «poiché vedete bene che mi ha riconosciuto». «Il carnefice di Lilla! Il boia di Lilla» gridò Milady in preda a un folle terrore, aggrappandosi con le mani al muro per non cadere. Tutti si scostarono, e l’uomo dal mantello rosso restò solo in piedi in mezzo alla sala. «Oh, grazia, grazia! Perdono» gridò la miserabile cadendo in ginocchio. Lo sconosciuto aspettò che si ristabilisse il silenzio. «Ve lo dicevo che mi aveva riconosciuto» riprese. «Sì, sono il carnefice della città di Lilla, ed ecco la mia storia». Tutti gli occhi erano fissi su quell’uomo, di cui tutti i presenti attendevano le parole con avida ansia. «Questa donna era un tempo una fanciulla, bella allora come lo è oggi. Era monaca nel convento delle Benedettine di Templemad. Un giovane prete dal cuore candido e devoto celebrava la messa in quel convento; ella decise di sedurlo e ci riuscì, avrebbe sedotto anche un santo! «I voti di entrambi erano sacri, irrevocabili; il loro legame non poteva dunque durare a lungo senza condurli alla rovina. Lei lo convinse a fuggire insieme dal paese; ma per partire, per scappare, per andare in un’altra regione della Francia dove avrebbero potuto vivere tranquilli perché sconosciuti, occorreva del denaro, e nessuno dei due ne aveva. Il prete rubò gli arredi sacri e li vendette, ma mentre si accingevano a partire furono entrambi arrestati. «Otto giorni dopo, lei aveva sedotto il figlio del carceriere ed era fuggita. Il prete fu condannato a dieci anni di ferri e al marchio. Io ero il carnefice della città di Lilla, come dice questa donna. Fui costretto a marchiare il colpevole, e il colpevole, signori, era mio fratello! «Giurai allora che questa donna, che lo aveva rovinato, che non era soltanto sua complice, poiché era stata lei a spingerlo al delitto, non sarebbe sfuggita alla meritata punizione. Scoprii il luogo dov’era andata a nascondersi, la trovai, l’afferrai, la legai, e le impressi il medesimo marchio che avevo impresso a mio fratello. «Tornai a Lilla, ma il giorno dopo mio fratello riuscì anch’egli a fuggire; fui accusato di complicità e condannato a rimanere in prigione al suo posto finché lui non fosse ritornato e non si fosse costituito prigioniero. Il mio povero fratello ignorava tale condanna; egli aveva raggiunto questa donna e insieme erano fuggiti nel Berry, dove lui aveva ottenuto una piccola parrocchia, e dove questa donna si faceva passare per sua sorella. «Il signore della terra dove si trovava quella parrocchia vide la presunta sorella del curato e se ne innamorò, al punto da volerla sposare. Allora ella abbandonò l’uomo che aveva rovinato, solo per rovinarne un altro; e divenne la moglie del conte de La Fère». Tutti gli occhi si voltarono verso Athos, poiché questo era il suo vero nome; ed egli fece un segno con la testa, come a dire che tutto ciò che aveva detto il carnefice era vero. «Allora mio fratello» riprese il boia, «pazzo, disperato, deciso a sbarazzarsi di una vita alla quale costei aveva tolto tutto, onore e felicità, il mio povero fratello tornò a Lilla, e saputo della sentenza che mi aveva condannato in vece sua, si costituì e la sera stessa si impiccò all’inferriata della sua cella. «Quanto a me, devo rendere giustizia a coloro che mi avevano condannato, poiché mantennero la parola: non appena fu constatata l’identità del cadavere, fui rimesso subito in libertà. «Ecco il delitto di cui l’accuso, ecco la causa per cui l’ho marchiata». «Signor d’Artagnan» disse Athos, «quale pena chiedete per questa donna?» «La pena di morte» rispose d’Artagnan. «Lord Winter» continuò Athos, «quale pena chiedete per questa donna?» «La pena di morte» rispose lord Winter. «Signori Porthos e Aramis» disse ancora Athos, «voi che siete i suoi giudici, quale sentenza pronunciate contro questa donna?» «La pena di morte» risposero con voce sorda i due moschettieri. Milady lanciò un urlo spaventoso e fece alcuni passi verso i suoi giudici, trascinandosi sulle ginocchia. Athos tese la mano verso di lei. «Anne de Breuil, contessa de La Fère, lady Winter» disse, «i vostri delitti hanno stancato gli uomini sulla terra e Dio in cielo. Se conoscete qualche preghiera, recitatela, poiché siete stata condannata e state per morire». A queste parole, che non le lasciavano alcuna speranza, Milady si raddrizzò in tutta la sua altezza con l’intenzione di parlare, ma la voce le mancò. Sentì che una mano potente e implacabile l’afferrava per i capelli e la trascinava irrevocabilmente. Ella dunque non tentò neppure di opporre resistenza e uscì dalla capanna.

Alexandre Dumas, I tre moschettieri, Mondadori

Lascia un commento