Charles Baudelaire, Sbarre

Su una strada, dietro il cancello di un ampio giardino, al termine del quale s’intravvede il biancore di un grazioso castello investito dal sole, stava un bambino, bello e lindo, vestito con quegli abiti di campagna pieni di civetteria.
Il lusso, la noncuranza e lo spettacolo abituale, rendono quei bambini lì così graziosi, che li si crederebbe fatti di una pasta diversa dai bambini di condizione mediocre o povera.
Al suo fianco, giaceva sull’erba un giocattolo splendido, lindo come il suo padrone, verniciato, dorato, vestito di una veste purpurea, coperto di piume e di luccichii. Ma il bambino non si curava del suo giocattolo preferito, ed ecco quel che guardava: dall’altro lato del cancello, sulla strada, tra i cardi e le ortiche, c’era un altro bambino, sporco, gracile, fuligginoso, uno di quei monelli-paria in cui un occhio imparziale potrebbe scoprire la bellezza se, come l’occhio dell’intenditore sa indovinare una pittura ideale sotto una vernice da carrozziere, sapesse ripulirlo della ripugnante patina della miseria.
Attraverso quelle sbarre simboliche che separavano i due mondi, lo stradone e il castello, il fanciullo povero mostrava al fanciullo ricco il suo giocattolo, che questi esaminava avidamente come un oggetto raro e sconosciuto. Ora, questo giocattolo che il piccolo straccione tormentava, agitava e scuoteva in una scatola bucherellata, era un topo vivo!
I genitori, certo per risparmiare, avevano tratto il giocattolo dalla vita stessa.
I due bambini ridevano insieme, fraternamente, mostrando i denti di uguale candore.

Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli, Traduzione Franco Rella

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