
Vigeva da noi una legge ferrea, quella di non comprare nulla da fuori, nulla d’importazione: per quanto possibile si attingeva alla produzione interna. Ma quando si andava al negozio del signor Auster, all’angolo fra via Ovadia e via Amos, bisognava comunque scegliere fra il formaggio del kibbutz, prodotto dalla Tenuva – la centrale del latte – e quello arabo: il formaggio arabo del villaggio vicino, Lifta, era da considerarsi un prodotto d’importazione o locale? Questione complessa. A dire il vero, il formaggio arabo era un po’ più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo si tradiva il sionismo: da qualche parte, in un kibbutz o una cooperativa agricola, nella valle di Ierezel o fra le alture di Galilea, c’era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato per noi quel formaggio ebraico – allora come avremmo potuto voltarle la schiena comprando il formaggio straniero? La mano non avrebbe tremato? D’altro canto, a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l’odio fra i due popoli. E il sangue che si sarebbe versato, purtroppo, sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. L’umile contadino arabo, il sincero e semplice lavoratore della terra il cui spirito non era ancora stato intaccato dai miasmi delle metropoli, questo fellah era in fondo il fratello bruno del mugiko incolto dall’animo nobile dei racconti do Tolstoj! Dunque come avremmo potuto diventare così spietati da voltare le spalle al suo formaggio rustico?
Amos Oz, Una storia d’amore e di tenebra, Feltrinelli