
La natura e l’esperienza, dopo matura riflessione, mi insegnarono che tutte le buone cose di questo mondo sono buone per noi solamente in quanto ci sono utili; e che, per quanto ne accumuliamo per darle agli altri, noi stessi ne possiamo godere appena quel tanto che possiamo usare e non di più. L’avaro più avido e rapace del mondo, sarebbe guarito due volte del suo vizio se si fosse trovato nei miei panni, possedendo infinitamente di più di quello che avrebbe potuto usare. Non avevo ragione di desiderare nulla, tranne cose che non avevo e queste non erano che piccolezze, sebbene molto utili per me. Avevo, come ho accennato prima, un mucchietto di danaro, in oro e argento, circa trentasei lire sterline. Ahimè! quella robaccia vana ed inutile era stata buttata da una parte; non sapevo che farne; e spesso dicevo fra me che ne avrei data una manciata in cambio di una grossa di pipe o di un mulino a mano per macinare il mio grano; anzi, l’avrei data tutta per pochi centesimi di semi di rapa o di carota inglese o per un pugno di piselli e di fagioli e una bottiglia d’inchiostro. Così com’era, non me ne veniva il minimo vantaggio, né il minimo beneficio; giaceva in fondo a una cassetta e durante la stagione delle piogge l’umidità della grotta vi faceva crescere sopra la muffa; se la cassetta fosse stata piena di diamanti sarebbe stata la stessa cosa per me; non avrebbero avuto nessun valore, perché non mi sarebbero stati di nessuna utilità.
Daniel Defoe, Robinson Crusoe, Garzanti, Traduzione di Margherita Botto