
La tragedia, la cura. Quest’anno, come si sa, scoccano due anniversari ‘poundiani’. Il primo coincide con la tragedia del poeta: catturato dai partigiani nel maggio del ’45, internato, in condizioni brutali, a Coltano, nel campo di prigionia americano presso Pisa, il poeta fu accusato di alto tradimento. Rischiava la pena di morte. I fatidici “Radiodiscorsi” – editi in Italia nel 1998 dalle Edizioni del Girasole, a cura di Andrea Colombo e di Piero Sanavio – come le lettere inviate al Duce (e da costui ignorate; in: C. David Heymann, “Ezra Pound: The Last Rower”, 1976), dimostrano, senza parole di troppo (troppe ne sono state spese), l’inconsistenza delle accuse. Dichiarato infermo di mente – nonostante avesse scritto uno dei testi più folgoranti del secolo, la sezione “pisana” dei “Cantos” –, Pound fu internato al St. Elizabeths, l’ospedale psichiatrico criminale di Washington DC, per dodici anni. I poeti italiani – capitanati da Vanni Scheiwiller, l’editore di Pound; tra gli altri: Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni, Alberto Moravia, Eugenio Montale, Elio Vittorini – firmarono petizioni per chiedere la scarcerazione del poeta; infine inutili. Quando, nel 1957, un giornalista, Richard H. Rovere, su “Esquire”, dimostrò, dati alla mano, l’irrilevanza delle accuse degli Usa rivolte a Pound, il poeta fu liberato. Pound ritornò in Italia, ospite della figlia, Mary, avuta dalla relazione con Olga Rudge, a Castel Fontana, presso Tirolo, dove viveva con il marito, l’egittologo Boris de Rachewiltz. A lei dobbiamo la traduzione dei “Cantos” e la custodia della memoria di Pound. Quest’anno, il 9 luglio, Mary compie cento anni; rischia l’immortalità, quanto il suo eterno padre. Di Mary stanno, doverosamente, parlando un po’ tutti. In pochi ricordano l’altro anniversario poundiano. Quindici anni fa, in marzo, è morto Omar, il figlio avuto da Ezra Pound dalla moglie, Dorothy Shakespear: i due, pur separati, non hanno mai rotto il matrimonio. Omar Pound nacque nel 1926, a Parigi, ha insegnato a Princeton, ha avuto due figli. Qui si dice anche di lui.
“Viva l’Italia! Firmato Ezra Pound”. Le lettere di Ez a Mussolini
28 ottobre 1943. Il dispaccio s’intitola, semplicemente, “Rapporto al Duce”, Report to Il Duce. Tra le tante cose, spicca “la proposta di un autobus da La Spezia a Salò, via Genova, Tortona, Piacenza e Cremona, per dare alla Repubblica una nuova spina dorsale”. In effetti, “la Liguria è completamente tagliata fuori dalle comunicazioni. Occorre prendere tre treni per arrivare da Rapallo a Brescia”. Non è la sola, questa, tra le service note di Ezra Pound in direzione Salò: ancora una volta il poeta insiste sulla teoria del “credito sociale” di C.H. Douglas, chiave di volta per un sistema economico più sano, consono alla libertà dell’individuo, alieno alla prevaricazione dello Stato totale e all’egofollia capitalista (sul punto: il capitolo “C.H. Douglas & il Credito Sociale” in, Luca Gallesi, Le origini del Fascismo di Ezra Pound, Ares, 2005). Il ‘carteggio’ tra il poeta e il Duce durò dieci anni – più che uno scambio, fu un monologo poundiano.
Vent’anni prima, a Rapallo, Pound giocava a tennis con William B. Yeats, ospitava un Ernest Hemingway in cerca di fama, lavorava ai Cantos ‘Malatestiani’. Nel 1923, da Rapallo, Pound va a Rimini, alloggia al Palace Hotel, piglia a bestemmiare. “La biblioteca è chiusa, il dannato custode ha l’influenza e il direttore è troppo pigro – o deve insegnare fisica altrove”. I ‘servizi pubblici’ italiani facevano acqua già allora. Pound, però, trova un alleato. Il portiere Averardo Marchetti, “ha giurato di forzare la biblioteca e di chiamare il Sindaco se non è aperta”, scrive il poeta, chiosando, “è un nobile fascista”. Secondo Lawrence Rainey, studioso di Thomas S. Eliot, di Ezra Pound, ma anche del Futurismo italiano, ‘Ez’ ha subito il fascino del Fascismo a Rimini, “nel primo mattino del 12 marzo 1923, appena quattro mesi dopo la Marcia su Roma di Mussolini, quando il poeta arrivò nella città di Rimini” (in Between Mussolini and Me, “London Review of Books”, marzo 1999). Vent’anni dopo il poeta scrive dispacci al Duce, di stanza a Salò, dandogli consigli, relazionandolo sul dilagare comunista in Europa (“Movimenti spontanei comunisti in Inghilterra non esistono. I pochi intelligenti e genuini comunisti in Inghilterra sono comunisti non perché appoggiano l’azione dei Bolscevichi ma perché sono contro gli usurai e contro l’usura. Tutti – dico tutti – i capi del Partito Comunista e i loro più gallonati aiutanti sono, almeno dal 1938, pagati da Mosca e assegnati a mansioni di spionaggio industriale”).
30 gennaio 1933. Nel mezzo del guado, dieci anni dopo la visita a Rimini, dieci anni prima dei dispacci inviati a Salò, alle ore cinque e mezza del pomeriggio, Ezra Pound incontra Benito Mussolini a Palazzo Venezia, Roma. L’abboccamento è preparato da tempo. Il 23 aprile 1932 ‘Ez’ contatta il segretario personale del Duce, Alessandro Chiavolini, “annunciandogli il desiderio di comunicare e incontrare il leader del governo italiano”. “Durante l’incontro, Pound presenta a Mussolini l’edizione dei Draft of XXX Cantos pubblicata tre anni prima a Parigi”. In quel volume, sono raccolti i ‘canti’ dedicati a Sigismondo Pandolfo Malatesta, visto da Pound – nel suo modo visionario di imbrigliare la Storia – come l’alter ego del Duce. Inoltre, Pound consegna a Mussolini “i 18 punti programmatici che sono la base della sua concezione ideologica”, poi pubblicati nel 1940 sul “Meridiano di Roma” come Di un sistema economico.
L’incontro con Mussolini è recensito nel repertorio dei Cantos, wunderkammer del delirio dove Confucio e piazzale Loreto sono pareggiati in catatonico caos. Incipit del XLI: “Ma qvesto/ disse il Duce, è divertente”. Commento della figlia Mary, nel volume dei Cantos edito da Mondadori: “Nell’unica udienza che Pound ebbe con Mussolini, nel 1933, alla domanda ‘Che volete?’ rispose: ‘Pace, per terminare il mio poema’, e gli consegnò una copia dei primi XXX Cantos. Sfogliandoli il Duce li trovò ‘divertenti’”. Oltre alla pace, però, Pound fece anche la guerra.
Maggio 1976. C. David Heymann pubblica un libro, Ezra Pound the Last Rower: A Political Profile, dove mostra un mannello di Letters from Ezra Pound to Benito Mussolini. Personaggio rapace, Heymann: la sua carriera comincia, trentenne, nell’orbita di Pound; proseguirà con una serie di biografie ‘scottanti’ su Jackie Kennedy (nel 1989), Elizabeth Taylor (1995), ‘Bob’ Kennedy (2002) – muore nel 2012. In ogni caso. La prima lettera di Pound a “Sua Eccellenza il Capo del Governo” segue l’incontro romano, è datata 17 aprile 1933, è scritta a Rapallo, via Marsala 12-5. “Eccellenza e Duce…”, così si rivolge il poeta al capo di stato, “in omaggio devoto” viene allegato al biglietto il manoscritto di Jefferson and/or Mussolini e ABC of Economics.
Nota del burocrate del Ministero degli Affari Esteri: “Il noto scrittore americano Ezra Pound ha inviato a Sua Eccellenza il libro intitolato… e la copia dattiloscritta di… Questi libri dimostrano chiaramente l’amicizia dell’autore verso il Fascismo”. Nel 1925 Pound aveva scritto ad Harriet Monroe, editrice della rivista Poetry, che “personalmente penso il meglio possibile di Benito Mussolini. Se lo compariamo agli ultimi presidenti americani e premier britannici, beh, non possiamo permetterci di insultarlo”. ‘Desecretando’, per così dire, le “nove lettere di Ezra Pound a Mussolini custodite presso il Dipartimento di Giustizia a Washington, tra i documenti dell’FBI”, di fatto, Heymann intende chiarificare la relazione tra Pound e il fascismo. Fino agli anni, lividi, della Repubblica Sociale.
Già, ma cosa scrive Pound a Mussolini? Speculazioni economiche, teoria monetaria. Esempio. Rapallo, 22 dicembre 1936. “Duce! Duce! Molti nemici, molto onore. Voglio vedere tutti gli usurai come nemici d’Italia. Ma, Duce!, il sistema delle tasse è un pericoloso residuo del passato, un cadavere pernicioso, che deve essere sepolto insieme al Re Bomba e a Francesco Giuseppe. Poiché lo Stato fornisce una misura di scambio, lo Stato funziona. Lo Stato ha diritto a esigere un compenso per il suo lavoro. Ma questo compenso è fondamentalmente diverso dalla tassa”. Firmato, “Viva l’Italia, Ezra Pound, jure italico”. Una lettera del 15 maggio 1937 si apre con una epigrafe riassuntiva: “La tassa non è una quota azionaria/ Una nazione non ha bisogno/ e non deve pagare l’affitto per/ il proprio credito”. Da lì in poi comincia quello che Richard H. Rovere su Esquire, primo settembre 1957, narrava come The Question of Ezra Pound. “Negli anni al St. Elizabeth’s, Pound ha costantemente sostenuto di non essersi voluto opporre al suo paese durante la guerra. Nei momenti di lucidità, sottolinea che avrebbe potuto salvarsi dalla miseria in cui è precipitato accettando la cittadinanza italiana, nel 1939. Ha preferito aggrapparsi al passaporto americano. È un fatto che nel 1942 abbia tentato di prendere l’ultimo treno diplomatico che ha condotto i cittadini americani da Roma a Lisbona. Gli è stato rifiutato il permesso di salire a bordo. Non ha avuto altra scelta che tornare a Rapallo… Gli aspetti criminali di Pound durante la guerra sono talmente frivoli storicamente quanto è grandiosa la sua poesia”.
Ezra Pound pensava che la poesia dovesse contenere tutto: il mito e la teoria economica, l’estasi e la lotta estenuante, estetica, etica, politica. Non pensava tanto a una lirica conoscitiva, con proprietà d’intelletto (come T.S. Eliot), ma al verbo attivo, agente. Nel 1944 pubblica L’America, Roosevelt e le cause della guerra presente e Introduzione alla Natura Economica degli Usa per le Edizioni Popolari di Venezia. A Fernando Mezzasoma, Ministro della cultura popolare della RSI, il 15 marzo 1944, Pound comunica il desiderio di editare “l’edizione bilingue dello Studio Integrale di Confucio”, “i discorsi di Confucio”, “il libro di Mencio”, “le odi e l’antologia degli antichi poeti cinesi collezionata da Confucio”. Nel 1954 Scheiwiller pubblica il libro di saggi Lavoro ed usura; dal 1955 il grande editore milanese lavora per una petizione da inviare all’ambasciata americana, domandando la scarcerazione del poeta: tra gli altri, firmano Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni, Carlo Levi, Mario Luzi, Alberto Moravia, Marino Moretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Elio Vittorini. I fascisti, comunque, non prendevano sul serio il poeta. Un funzionario dell’ufficio di Galeazzo Ciano, in calce a una lettera inviata da Pound al Duce, il 15 aprile del 1934, chiosa, “una cosa è certa, questo scrittore è mentalmente squilibrato”. Dissero la stessa cosa, gli americani, anni dopo.
Nove anni dopo il matrimonio, a Parigi, Ezra Pound conosce l’altra donna della sua vita, l’amatissima Olga Rudge. Ne ammirava la bellezza, severa, il genio musicale; suonava il violino, preferiva Mozart e Bach. All’epoca, il wagneriano Pound aveva iniziato a scrivere per la musica, per George Antheil. Era il 1923. Nove anni prima, in aprile, Pound aveva sposato Dorothy Shakespear, alla chiesa di St Mary Abbots, Kensington, Londra. Il papà di lei non voleva si sposassero: il poeta bohemien non dava garanzie economiche.
Quanto a ‘Ez’, prima della figlia aveva conquistato la madre, Olivia, scrittrice dal talento intuitivo, grezzo, bellissima, tra le alate muse di William Butler Yeats. Pound la conobbe nel suo salotto londinese, nel 1909: inseguiva Yeats, incappò in Dorothy. La ragazza restò folgorata da Ezra; così scrive nel suo diario: “Ezra, Ezra, Ezra e ancora Ezra! Ha un viso meraviglioso, la fronte alta, prominente; il naso lungo e delicato, una bocca strana, particolare, sfuggente; il mento squadrato, leggermente segnato nel mezzo – gli occhi grigio-azzurri, i capelli castano-dorati, in morbide pieghe. Gli occhi enormi, spiritati, e le dita lunghe, ben modellate”.
Il fidanzamento durò quasi cinque anni. Ezra e Dorothy si sposarono sotto la benedizione di Yeats: passarono la luna di miele a casa del poeta, a Stone Cottage; Pound correggeva le bozze di “BLAST”, la rivista vorticista ideata insieme a Wyndham Lewis. Dorothy si dimostrò artista pronta all’avanguardia, prevaricatrice. Agli sposi, Olivia Shakespear aveva regalato due disegni di Pablo Picasso, di soggetto circense; il genero le pareva un clown triste, un esagitato in agonia, un domatore di tigri blu.
Ad ogni modo, ‘Ez’ amava complicarsi la vita, mescolare le carte del fato, amare fino allo sfinimento. Dorothy fu costretta ad accettare il menage ideato da Pound, cioè la coabitazione con Olga. A Rapallo vivevano, poco serenamente, in tre. Quasi subito, Olga restò incinta: il 9 luglio del 1925 nasce Maria, cioè Mary, presso l’ospedale di Bressanone. La figlia, nata fuori dal matrimonio, fu affidata a una famiglia di contadini di Gais, in Alto Adige, mentre la madre continuava la sua carriera da concertista. Spesso i genitori, insieme a Mary, si riunivano presso “The Hidden Nest”, la casa veneziana, in Calle Querini, comprata dal padre di Olga.
Nonostante tutto – l’illecito, la difficoltà, il tradimento della Storia –, Olga restò sempre accanto a Pound.
Anche Dorothy, con le unghie, restò avvinghiata a Pound.
Poco dopo la nascita di Mary, Dorothy si presentò a Pound incinta, reduce da un viaggio a Siena e in Egitto. Il figlio di Ezra e Dorothy nacque il 10 settembre del 1926 presso l’American Hospital di Parigi; fu Hemingway ad accompagnare la donna in ospedale. Il giorno dopo, Ezra firmò il certificato di nascita e scrisse al padre: “nuova generazione (maschio) in arrivo – sia lui che D stanno bene, pare”. Lo chiamarono Omar; secondo Mary, la sorellastra, non sarebbe il figlio naturale di Pound, ma “figlio di Dorothy e di un egiziano, riconosciuto da mio padre per gentilhommerie verso la moglie”. Ciò che è vero è che Omar Pound fu quasi subito affidato da Dorothy alle cure della madre, Olivia, che lo inviò presso il Norland Institute, poi in una scuola montessoriana, nel Sussex. Alla morte della nonna, nel 1938, Omar vide il padre per la prima volta.
È curiosa, sonnambula, la storia di questo figlio di nessuno, di una madre all’inseguimento del marito che non la desidera più; senza padre, o meglio, con un padre a precipizio nella spirale dei Cantos, certo di poter piegare la storia entro i cordoni del proprio verbo, sempre in corsa, con i rasoi a pelo di lingua; una nonna levatrice delle proprie artistiche civetterie. Questo figlio dai compleanni bianchi, dagli amori screziati e obliqui, in stanze inappetenti, inappropriate. Cosa sogna un figlio in abbandono?
Secondo un salvaguardato schema di afasie e sfasature, Omar Pound passò alla Charterhouse School, si arruolò volontario nei ranghi della U.S. Army, servì in Francia e in Germania. Venuto a conoscenza dell’arresto del padre, andò a cercarlo, in Italia, senza successo. Gli fece visita, qualche volta, al St. Elizabeths. La madre, a dire il vero, piantonava il poeta: aveva affittato un appartamento – brutto, scomodo, dicono i biografi – non lontano dall’ospedale psichiatrico di Washington D.C. Per dodici anni, ogni giorno, si recava dal marito. Cercava – a volte con successo – di cacciare le ragazze che il poeta incontrava con gioia: Sheri Martinelli e Marcella Spann si dimostrarono le avversarie più tenaci. Non mollò il marito neppure in Italia, quando il poeta fece ritorno, nel 1958: Dorothy, Ezra, Olga (e Marcella) vissero per un po’ a Brunnenburg, nel castello di Mary, sposata de Rachewiltz, poi a Rapallo. Infine, vinta, Dorothy tornò a Londra.
Nel frattempo, a Omar Pound si spalancò una carriera di alti studi. Dopo il passaggio all’Hamilton College e il perfezionamento in Francia, studiò storia islamica e arabo presso la School of Oriental and African Studies, a Londra. Fu professore a Boston, all’American School di Tangeri, alla Princeton University.
Si dichiarava “fondamentalmente, un mistico”, credeva nella religione del “nulla”, la nigredo di Dio. Nel 1955 Omar Pound sposa Elizabeth Stevenson Parkin, da cui ha due figlie, Katherine Shakespear Pound e Oriana Davenport Pound; non si hanno notizie di eventuali rapporti tra le nipoti e nonno Ezra.
Alla storia della letteratura, Omar Pound passa per aver curato le lettere tra Ezra Pound and Dorothy Shakespear (per la New Directions, nel 1984; per la Oxford University Press nel 1999) e aver ricostruito i rapporti tra Pound e Margaret Cravens, ragazza dell’Indiana trasferitasi a Parigi per studiare pianoforte, affascinata dal poeta, di cui finanziò le imprese poetiche fino al 1912, l’anno in cui sceglie di uccidersi (la vicenda, dettagliata insieme a Robert Spoo, è in: Ezra Pound and Margaret Cravens: A Tragic Friendship, 1910-1912, Duke University Press, 1988). Nel 1978, pubblica una Descriptive Bibliography di Wyndham Lewis. L’attività poetica di Omar Pound è testimoniata da una serie di libri in edizione d’arte: The Dying Sorcerer: Poems (1985); The Countess at the Bar (1998); Poems Inside & Out (1999).
Il punto di congiunzione tra l’estro poetico – pur sempre castigato dal cognome, che pende come una forca – e gli studi, è in un libro di devoto splendore, Arabic & Persian Poems, uscito nel 1970 per la New Directions, ristampato più volte. Omar Pound rifà i versi dei poeti persiani classici, con freschezza lirica convincente: Ibn Hazm al-Andalusi, Ibn al-Rumi, al-Tirimmah, al-Mutanabbi, Manuchehri, rivivono tra i viottoli della lingua inglese. Il libro è introdotto da Basil Bunting, poeta ‘modernista’ di genio, esperto di poesia persiana – aveva volto in inglese Firdusi, Hafez e Saʿdi –, allievo di Ezra Pound, che lo chiamava “lottatore nel deserto”. Tra le altre cose, questo scrive Bunting: “Con i suoi toni urbani, robusti e ironici, Omar Pound getta una luce improvvisa su questi poeti sepolti dal tempo, traccia una via nell’oscurità. Se non vogliamo che la nostra cultura muoia di anemia, prima o poi dovremo assorbire l’islam. Ma ciò non sarà possibile finché ci ostiniamo a ricondurre Rūmī alla simbologia neoplatonica e a riprodurre in un pessimo inglese la beata banalità di una poesia a tratti esangue. Omar Pound ha scoperto che i poeti musulmani hanno qualcosa in comune con la nostra poesia. Pare credibile. Rende quei versi piacevoli. È grazie a tali passi che possiamo iniziare il nostro ḥajj, il nostro pellegrinaggio verso la poesia islamica”.
Morì in marzo, nel 2010, a Princeton, Omar Pound. Il “New York Times” lo ricordò con un trafiletto. La madre, Dorothy, era morta nel 1973; Ezra era morto l’anno prima. Il giornalista, smaliziato, osservò che “Quando il poeta morì, a Venezia, al suo fianco non c’erano la moglie, Mrs. Pound, né il figlio Omar”. Il “Times”, con più grazia, scrisse che Omar Pound “era un poeta dotato, traduttore riconosciuto in campo internazionale della poesia persiana e araba”.
Ezra, nei suoi studi, si era mosso verso la Cina, armava Confucio, Mencio, era approdato in Giappone, affascinato dal simbolismo arcano del teatro nō. Omar preferì inoltrarsi in Persia. La direzione era la stessa, a Est: una fuga verso l’alba.