
Da bambina la massaia era polverosa e sonnolenta. La madre s’era dimenticata di educarla e ora gliene serbava rancore. Le ripeteva:
«Che farai quando io non sarò più? Verrà il giorno in cui m’avrai fatta morire di crepacuore; voglio vedere, allora, come te le sbrigherai da sola nella vita».
La bambina taceva, piena di cruccio contro se stessa, destinata a tutti i costi a fare morire sua madre di crepacuore. Ossessa da quell’idea cercava in quanti libri o giornali le capitavano in mano casi di morte per afflizione. Ma non ne trovava o erano rarissimi e questo la piombava in una ancor più smarrita accettazione del fato che la faceva personaggio, esempio crudele. Tutta compresa nell’idea di non poter ormai che perfezionarsi almeno in quella triste parte di figlia assassina, s’era già fatta avara di ogni altro pensiero e movimento. Distesa in un baule che le fungeva da armadio, letto, credenza, tavola e stanza, pieno di brandelli di coperte. di tozzi di pane, di libri e relitti di funerali (quali fiori di latta di una corona, borchie di bare, veli di vedove, nastri bianchi con su scritto in oro: al caro angioletto, eccetera), la bambina andava quotidianamente catalogando pensieri di morte. Pensava e si mangiava le unghie; finite le unghie e i pensieri, masticava tozzi di pane e sfogliava libri in cerca di altro nutrimento.
Paola Masino, Nascita e morte della massaia, Feltrinelli