“L’Iran appartiene ai poeti”, Pangea/Panottico

Farīd al-Dīn ʿAṭṭār    
(Nishapur, Iran, 1145 – 1221)  

Il sole può essere scrutato soltanto  
dalla luce del sole. Più un uomo sa  
più cresce in smarrimento, più è prossimo  
al sole più ne è accecato: può arrivare  
soltanto fino a un certo punto.    
Ma il mistico sa senza sapere, conosce  
privo di intuizione o informazione, non contempla  
non descrive né rivela. I mistici sono fuori  
di sé: di per sé, non esistono. Si muovono  
se sono mossi, dicono se gli è dettato il verbo  
vedono con una vista che dilata i loro occhi.  
Una volta ho incontrato una donna e le ho chiesto  
dove porta l’amore: “Pazzo, non esiste destinazione.  
Amore e Amato e Amante sono infiniti”.  

Henry de Montherlant, il grande scrittore francese, d’aristocratico e riottoso ingegno, preferiva i poeti persiani. In un cammeo autobiografico del 1937 – nel bel mezzo del suo capolavoro, il ciclo de “Les Jeunes Filles” –, alto esercizio di egotismo, ammette di preferire “i maestri dell’Iran” ai “rimari e ai rimatori europei”. I grandi poeti di laggiù, eletti in sapienza lirica, “Hafez, Saadi, Rumi… Mi hanno svelato la via raffinata; mi hanno insegnato la riservatezza, il segreto, l’estasi (appropriata alla morte) che si ricava dal profilo di un corpo o di un viso, l’immersione nelle acque profonde della poesia, la lunga stupefazione nei meandri della bellezza”. Già, il genio dell’Iran – non per forza irenico – è nei suoi poeti: nell’eros che trasuda dai loro versi, di carnale astrazione, nella lotta spirituale. La continuità della ‘tradizione’, pur modellata dalle spire della Storia, nella recente antologia, edita da Mondadori, “Poeti iraniani. Dal 1921 a oggi”, di cui “Pangea” si è già occupata. Come si sa, folgorato dall’estro di Hafez, una sorta di Petrarca di Persia, Goethe ha imbastito il “Divano occidentale-orientale”, uno dei libri lirici più potenti della poesia europea. La più audace studiosa di Hafez, tuttavia, è stata Gertrude Bell: archeologa, avventuriera, esploratrice, ai “Poems from the Divan of Hafiz” ha dedicato il suo primo studio importante, di prossima pubblicazione per le edizioni Magog. Ben più che “Lawrence d’Arabia”, Gertrude Bell è stata protagonista della storia – finanche ‘geografica’, con intelletto e squadra – dell’Iraq e dell’Iran, fino a un secolo fa: leggerla oggi ci fa capire qualcosa dell’oggi più che pilastri di impomatati editoriali.   Questo a dire, pur per fuochi e fragori, che l’Iran – l’altro verso dell’India – è per lo più i suoi poeti, terra di profondità spirituali prima che nucleari. In questa pagina, che alle ragioni della geopolitica – di cui un po’ tutti sono esperti, pare – e della teologia – idem, tutti edotti in sciismo e svariati scismi nell’alveo dell’islam – sovrappone quelle della geopoetica, preferiamo due letture laterali. La più comune è una rilettura di Farid al-Din ‘Attar, il sommo poeta mistico di Nishapur, forse il più grande e il più fecondo tra gli oceanici poeti di laggiù. L’altro è un gioco – che è stato poi un inseguimento, fino al parto di un libro e alla predizione di un altro, di cui però non dico. Dylan Thomas fu in Iran, nel 1951, nel bel mezzo di un ‘intrigo internazionale’, alla scaturigine della cosiddetta “Operazione Ajax”. In Iran, il poeta gallese, come sempre in amore, scrisse a tratti – lettere strazianti, poesie mirabolanti in vitro, testi sfiancati per la radio inglese –, vide, visse, appassionandosi agli sciacalli, al tedio mediorientale. Fece la figura del Buster Keaton, di un assurdo Pierrot. Eterna beltà del poeta: sempre fuori posto, nei luoghi in cui, misticamente, si fa la Storia.  

Dylan in Iran. Ovvero: il poeta nel bel mezzo di un intrigo internazionale  

Nel gennaio del 1951, convinto di fare soldi facili, nell’ebbrezza dell’esotismo, Dylan Thomas accettò di partire per l’Iran. Il viaggio durò più di un mese, dall’8 gennaio al 14 febbraio: secondo gli esperti, è lì che DT abbozza una delle sue poesie più note, Do not go gentle into that good night.  

Sponsorizzato dalla Anglo-Iranian Oil Company, il tour avrebbe dovuto fornire al poeta lo spunto per “la scrittura di un film sui benefici che i petrolieri inglesi stavano apportando a un paese povero” (così Paul Ferris in: Essere un poeta e vivere di astuzia e birra, Mattioli 1885, 2008). Una fotografia testimonia la presenza ‘ufficiale’ di Dylan Thomas – giacca e cravatta, volto non del tutto strampalato dall’alcol – ad Abadan, importantissima raffineria di petrolio inglese, sorta grazie a una concessione ottenuta ai primi del secolo. Il poeta ignorava di essere nel pieno di una crisi diplomatica. Proprio quell’anno, il primo ministro Mohammad Mossadeq avrebbe levato la concessione ai britannici, nazionalizzando la raffineria. L’esito fu la cosiddetta “Operazione Ajax”: i servizi britannici e americani supportano il colpo di Stato guidato dallo scià Reza Pahlavi, che nel ’53 detronizza Mossadeq. Il petrolio iraniano fu poi gestito da un consorzio anglo-statunitense composto dalle cosiddette “Sette sorelle”; dal ricco pasto fu escluso Enrico Mattei.  

Schifato dalla povertà – alla moglie, Caitlin, scrisse di “bambini rannicchiati nell’insussistenza… occhi enormi che vedono tutto e niente, pance gonfie e braccia simili a fiammiferi” –, torturato dalla noia, Dylan Thomas finì per non scrivere nulla. L’unica traccia del fantomatico viaggio in Iran – di “Persian mystery” scrisse il “Times” nel 2017 – è un brevissimo testo radiofonico, Persian Oil, andato in onda il 17 aprile del 1951. Il finale è folgorante: “Il petrolio è al primo posto. Il petrolio è tutto… Sull’acqua blu, che ribolle, le vele salpano dalla Bibbia. Gli arabi, eleganti, superiori al petrolio come le aquile, mantengono le loro usanze e i datteri… Alle rovine di Persepoli tutto è vanità immemorabile… I ricchi sono ricchi. Il petrolio è oleoso. I poveri aspettano”.  

Tornato in UK, Dylan proseguì la propria spasmodica ricerca di denaro. Thomas S. Eliot gli allungò un assegno (“Ero, come sai, molto nervoso scrivendoti per chiedere aiuto; e questo specialmente in virtù delle voci recenti circa la tua ricchezza…”, gli scrive lui); Marguerite Caetani pubblicò su “Botteghe Oscure” la poesia abbozzata in Iran. L’anno dopo Dent edita i Collected Poems, l’ultimo libro di versi pubblicato in vita.  

Sul viaggio in Iran di Dylan Thomas è uscito di recente un docufilm, Pouring Water on Troubled Oil, girato con materiali vari da Nariman Massoumi. La testimonianza più bella di quella lunare avventura, tuttavia, è nelle lettere che Dylan Thomas scrive a Pearl Kazin, ora tradotte in italiano grazie a Fabrizia Sabbatini in La mia ferita è il mondo (Magog, 2024). Factotum per la rivista “Harper’s Bazaar”, donna dal fascino maschio, amica di Truman Capote, discreta eroina del bel mondo newyorchese, Pearl aveva conosciuto Dylan Thomas nel 1950. Ne nacque una relazione – come ovvio – al vetriolo: “Ogni istante di ogni giorno non penso che a te. Ti sento, ti desidero, ti parlo in silenzio, da solo. Mia amata Pearl, amore mio… Provvedo a prenotare una stanza d’albergo?”. Lei interruppe la relazione sposandosi, nel 1951, con Victor Kraft, fotografo, bisessuale, intimo di Aaron Copland; il matrimonio durò pochissimo. Nel novembre del ’53, Pearl figura tra quelle che diedero l’addio a Dylan, in coma, al St Vincent’s Hospital di New York.  

In sostanza: Dylan trova “nauseabonda” Abadan, assisa “sul turpe e ribollente blu di questo fottuto Golfo Persico”; gli repellono i giacimenti di petrolio, “enormi mostri neri”, e la vita degli operai, “giovani britannici, tutti in quieto fermento. Molti si liquefanno sotto la vampa del sole e delle loro erezioni e vengono rispediti, latranti, in Gran Bretagna”. Il poeta è sedotto, soprattutto, dall’ambiguità degli sciacalli (“confessano la loro indegnità a vivere in un’ignobile furia di ululati da sirena, ed esprimono la loro misera e squallida gratitudine alla notte che nasconde i loro abominevoli volti”). Il tour persiano del poeta contempla una visita a Teheran, un giro a Isfahan; gli piacque Shiraz, dove “i cani si azzuffano, le rane gongolano, i leopardi delle nevi vagabondano” e “dervisci supplicano sotto il mio letto”. Un giovane iraniano, Ebrahim Golestan – già traduttore di Hemingway in Iran, sarebbe diventato un importante regista, riconosciuto dalla Mostra del cinema di Venezia – gli aveva parlato Hafez, il grande poeta del XIV secolo, nato e morto a Shiraz, “il poeta delle inaudite parole”. Dylan Thomas gli parlò di Bach, gli disse che il poeta è un semidio, opera “una nuova creazione, una seconda creazione… personale, intima, unica”. Gli accademici sapranno carpire quanto il poeta ha tratto dal carteggio con Pearl per le sue creazioni.  

Oltre alle lettere ‘persiane’, La mia ferita è il mondo propone altro materiale, per così dire, esotico. Esito di uno strenuo lavoro di ricerca, Fabrizia Sabbatini ha infatti raccolto gli scritti che Raffaele La Capria ha dedicato a Dylan Thomas. Si tratta di due saggi, Bibbia e Freud in Dylan Thomas Aspetti della poesia inglese contemporanea, e della traduzione di alcune poesie (tra cui l’aurorale, notissima The force that through the green fuse drives the flower), pubblicati sulla rivista napoletana “Sud” nel 1946 e nel 1947. Poco più che ventenne, La Capria dimostrava aristocratica dimestichezza con la poesia inglese: citava George Barker, David Gascoigne e Louis MacNeice, tutti autori strepitosi, da noi negletti. In particolare, le sue traduzioni e i suoi studi – vilmente dimenticati dalla critica, soltanto oggi raccolti in volume – sono la prima testimonianza del ‘successo’ di Dylan Thomas in Italia, all’epoca ancora “una promessa”. Per carpire il genio inarginabile del gallese, un bandito del linguaggio, La Capria parla di Picasso e di James Joyce: “Ad una prima lettura, molti dei suoi poems sembrano completamente oscuri, chiusi nell’ermetismo di parole completamente inventate, di scorci sintattici e di allusioni incomprensibili, tanto che per molti sono dei veri e propri enigmi impenetrabili alla ragione”.  

Poco dopo, “Sud” chiuse i battenti, La Capria si trasferì a Roma; verranno Un giorno d’impazienzaFerito a morte, lo Strega. Insomma, un’altra vita.  

Nel 1947, qualche mese dopo la pubblicazione delle traduzioni di La Capria, Dylan Thomas sbarcò in Italia. Si fermò a Firenze, fu ospite a Rio Marina, all’Elba, a casa di Luigi Berti, poeta, gran traduttore dalla lingua inglese. Il tour fu leggenda; intorno al poeta, perennemente sbronzo, danzavano Montale, Mario Luzi, Parronchi; così lo ricorda Piero Bigongiari: “Il poeta vedeva alla stessa stregua la cappella dei Pazzi e l’osteria dove, fin dal primo mattino, ordinato un fiasco di Chianti, costringeva gli amici a brindare alla vita, lume e loto di una primavera impalpabile”.  

Dylan Thomas non arrivò mai a Napoli, non conobbe mai La Capria. Quattro anni dopo preferì l’Iran, specie di Dioniso alla conquista della Persia. Scrisse delle “risate ferine” delle iene, scrisse che le iene gli sembravano rospi. Il paese delle Mille e una notte annottava in oscurità petrolifere, i giacimenti avevano sostituito le sgargianti moschee – il poeta si sentiva Shahrazād.  

Dicendo di Farīd al-Dīn ʿAṭṭār, il pilastro dei poeti persiani, vissuto a Nishapur e morto, probabilmente, nel 627 dall’ègira, si rischia il sacrilegio. Come parlare del fuoco se ignoriamo l’ustione, le fenici del rogo, felici di vivere sott’acqua, con occhi corrosi dal sale? Secondo l’Encyclopædia Iranica, che esiste come centro di ricerca internazionale dagli anni Settanta e opera sotto gli auspici della Columbia University: “La visione del mondo rappresentata nelle opere di Attar riflette l’intera evoluzione del movimento Sufi, nelle sue ramificazioni esperienziali, speculative, pratiche, di addestramento iniziatico. Il punto di partenza è l’idea che l’attesa liberazione dell’anima incarcerata nel corpo possa essere sperimentata in vita grazie all’unione mistica, a cui si giunge tramite la purificazione interiore. Aspetti e problemi di questa via purgativa sono al centro degli scritti mistici di Attar”.  

Ciò che resta della vita reale di Attar – un uomo che ha cercato, misticamente, di annientarsi – lo dice un florilegio di leggende. Ciò che ci resta della sua opera, di innumerevoli volumi, dicono, è infimo: quell’infimo ha la violenza del cristallo.  

Per lo più, di Attar è noto il poema mistico Manṭiq aṭ-ṭàir, “La conferenza degli uccelli”: in Italia esiste nella versione di Carlo Saccone, Il verbo degli uccelli, edita da Se. Si trovano anche – sempre per Se, a cura di Laura Pirinoli – le Parole di sufi Il poema celeste (Rizzoli, 1990; a cura di Maria Teresa Granata), per farsi una idea di questo gigante del filosofare in versi. (È sempre sconcertante pensare che le cose determinanti, in grado di dare una svolta al nostro inquieto vivere, siano tenute ai margini, ritenute dai militi dell’oggi insignificanti).  

Quanto alla “Conferenze degli uccelli”, ne facciamo dire a Jorge Luis Borges, lettore estremista della poesia sapienziale persiana: “Il remoto re degli uccelli, il Simurg, lascia cadere nel centro della Cina una piuma splendida. Gli uccelli, stanchi della loro antica anarchia, decidono di intraprenderne la ricerca. Sanno che il nome del loro re vuol dire trenta uccelli; sanno che la sua reggia è nel Kaf, la montagna circolare che circonda la terra. si lanciano nella quasi infinita avventura; superano sette valli, o mari; il nome del penultimo è Vertigine; l’ultimo si chiama Annichilimento. Molti dei pellegrini disertano, altri periscono. Trenta, purificati dalle fatiche, giungono alla montagna del Simurg. La contemplano alfine: s’accorgono che essi stessi sono il Simurg, e che il Simurg è ciascuno di loro”.  

Il testo non è tratto da un saggio di Borges, ma da un racconto, L’accostamento ad Almotasim, raccolto in Finzioni. Nel racconto – dalle volute saggistiche – si dice dell’“insaziabile ricerca di un’anima attraverso i delicati riflessi che essa ha lasciato nelle altre”. Il testo è del 1935, si cita – tra le tante cose – anche l’Ulisse di Joyce; il sunto del “Colloquio degli uccelli” è in una nota in cui si cita, invece, Plotino. Secondo Borges – o meglio: secondo il narratore de L’accostamento ad Almotasim – Attar sarebbe morto per mano dei soldati “di Tule, figlio di Gengis Khan, durante il sacco di Nishapur”. Anche qui, sfoghiamo nella leggenda. Di certo, Attar è stato il maestro – mistico prima che carnale – di Jalal al-Din Rumi, forse il più importante dei poeti/teologi persiani.  

Nella stessa nota, il narratore in cui s’intravede l’ombra tigrata di Borges, accenna alla traduzione del “Colloquio degli uccelli” in inglese, fatta da Edward FitzGerald. FitzGerald, poeta inerme, senza fegato, è l’autore della straordinaria traduzione delle Rubaiyat of Omar Khayyam, stampata da Bernard Quaritch nel 1859. Idolatrata da Rossetti e da Swinburne, quella traduzione è una delle chiavi di volta della nuova poesia in lingua inglese; FitzGerald impose alla proverbiale rugosità delle quartine una dolcezza da tè delle cinque, una sorta di bruma. Le sue traduzioni-reinvenzioni fornirono l’ancoraggio per esperienze analoghe (la più nota: Cathay, le poesie classiche cinesi tradotte da Ezra Pound). Atavico il tema: la traduzione è il terreno di duello tra il poeta che ha creato e il poeta che con-crea traducendo; gioco di specchi e stiletti.  

Il tema del sangue e del labirinto dei riflessi, va da sé, non poteva non affascinare Borges, ancora lui, che all’Enigma di Edward FitzGerald dedica un saggio incorporato in Altre inquisizioni, tra un testo che parla di Paul Valéry e uno di Oscar Wilde. “Intorno al 1854 gli viene prestata una raccolta manoscritta delle composizioni di Omar, disposte secondo l’ordine alfabetico delle rime; FitzGerald ne traduce alcune in latino e intravede la possibilità di intrecciarle in un libro continuo e organico, che potrebbe iniziare con le immagini del mattino, della rosa e dell’usignolo, per finire con quelle della notte e del sepolcro. A questo proposito improbabile e perfino incredibile, FitzGerald dedica la sua vita da uomo indolente, solitario, maniacale. Nel 1859 pubblica una prima versione delle Rubaiyat, a cui ne seguiranno altre, ricche di variazioni e perfezionamenti. Accade il miracolo: dalla fortuita congiunzione tra un astronomo persiano che si degna di scrivere poesie e un eccentrico inglese che sfoglia libri orientali e ispanici, forse senza comprenderne il senso, emerge uno straordinario poeta che non somiglia a nessuno dei due”.  

Le traduzioni da Attar tentate in queste pagine dipendono, in parti quasi uguali, da FitzGerald e da Peter Lamborn Wilson, aka Hakim Bey, figura affatto diversa dal cupo e cauto studioso nato nel Suffolk più di due secoli fa. Anarchico sufi, amico di William Burroughs, PLW ha studiato in Iran negli anni Settanta, affiancando Henry Corbin. Poeta lunare, piaceva a Cristina Campo – che lo ha tradotto – e a Elémire Zolla (che lo ha pubblicato). Le sue peregrinazioni tra i poeti persiani sono raccolte in una antologia edita nel 1988 con un titolo esemplare, The Drunken Universe: An Anthology of Persian Sufi Poetry.  

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