
La letteratura è una malattia che si contrae nell’infanzia, quando il corpo è più gracile e indifeso (per non parlare della mente, vulnerabile e suscettibile agli stimoli).
Tu sei ancora lì imberbe, ed ecco che un padre o una madre o un amico o magari addirittura il pediatra ti allunga un libro per distrarti e superare una brutta influenza. Salgari, Dumas.
Morbo contro morbo, chiodo scaccia chiodo, cura omeopatica. E tu che stavi così bene con i tuoi videogiochi.
Funzionerà? Lo apri, ad ogni modo. Inizi a leggere qualche pagina, ti piace. Non ti stacchi più, ti entusiasma.
La scarlattina sarà anche passata, ma un altro virus è entrato nel tuo corpo. Non sei più lo stesso, vuoi leggere ancora, cerchi un altro farmaco (ma phàrmakon, si sa, voleva dire «veleno»).
Passi ad altri scrittori, probabilmente a fasi: col tempo affronti Dickens, i russi, poi Baudelaire, Neruda, quindi tutto il resto.
E poi, terribile degenerazione, vuoi provare a farlo anche tu.
Sei pallido, emaciato semi-tisico (fumi Gauloises senza filtro: fanno schifo, ma l’hai letto in un romanzo francese). Lo spirito imitativo ti ha posseduto: rremi di una febbre dostoeviskijana (basta la parola «morale» a farti entrare in deliquio), vacilli per un male tolstojano (pensi a Dio, a volte non in termini lusinghieri), capisci Jacopone da Todi («O signor, per cortesia /manname la malsanìa»).
Allora prendi la penna e, invece di chiedere aiuto a qualcuno, scrivi una poesia.
Sei spacciato? No, puoi ancora salvarti, soprattutto se la destinataria ricambia subito, e, raffreddando i bollenti spiriti, seda anche l’ispirazione.
Ma spesso la fame continua. Dalle poesie si passa alla raccolta di poesie, dalla raccolta ai primi racconti, dai primi racconti al tentativo di un romanzo.
Lì è davvero finita.
Marco Rossari, Piccolo dizionario delle malattie letterarie, Einaudi