Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Di tanto in tanto gli lanciavo un’occhiata: stava disteso con gli occhi chiusi, le ciglia luccicanti, il corpo quasi completamente nudo. Non lo avevo mai visto così, e mi sembrò di non aver mai guardato prima il corpo di un uomo con l’attenzione con cui adesso guardavo il suo – furtivamente, però, solo per brevi istanti. Mi sembrava, mi sembra, di non avere i vocaboli per descriverlo, come se parole come coscia, petto, ombelico, capezzolo, fossero eroticamente femminili, e non potessero essere impiegate in quel caso. Tanto per cominciare, ciascuna delle sue parti anatomiche era coperta da una folta peluria bionda, che tendeva al rossiccio nella zona appena sopra il costume e sul petto. Mi resi conto che mentre lo guardavo sottraevo mentalmente la peluria, ogni traccia di muscolo, il profilo dell’uccello fra le gambe, la barba che gli luccicava sulle guance. Smisi di compiere quest’operazione. Lo guardai. Era tutto sudato, lo stomaco era piatto; il dorso della lunga mano umida era peloso. Guardai anche l’inguine, quella specie di pugno – rasato – avvolto in lucido lycra azzurro. Ma la cosa più strana, e quella da cui più mi era difficile distogliere gli occhi, era la pelle; era tutta ombreggiata da piccole chiazze, che le davano un aspetto allo stesso tempo morbido e ruvido, come il camoscio o la sabbia fine; e tesa com’era su ossa e muscoli, sembrava che, a differenza di quella di una donna, non avrebbe mai ceduto sotto la pressione della mia mano. Lui si tirò su a sedere di colpo, appoggiandosi sui gomiti, con il viso arrossato, gli occhi come l’acqua rilucente della piscina, e colse il mio sguardo. Scoprii con timore che stavo pensando quello che per tutta l’estate mi ero impedito di pensare: ero innamorato di Arthur Lecomte. Lo desideravo.

Michael Chabon, I misteri di Pittsburgh, BUR

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