
Un missionario mentre mangia degli erbaggi
viene assalito da una turba di selvaggi
che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.
Su e giù per il suo castello diroccato
passeggia con un giustacuore di broccato
un vecchissimo principe diseredato.
La prima settimana della primavera
si celebrano delle nozze verso sera
in un paese devastato dal colera.
Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,
suonano un’aria della Cavalleria,
nelle attitudini della Malinconia.
Degli amanti si baciano sopra una salma
presso una lampada che sboccia la sua palma
di luce pallida per l’ombra che si calma.
Con una paglia, nell’ora di ricreazione
un pazzo sotto un albero in germogliazione
batte il solfeggio, lento, con ostentazione.
Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline
sfinite da una passeggiata senza fine
siedono silenziose tra de le ruine.
Un collegiale nell’infermeria tossisce
con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce
un ricamo di gelo delicato che appassisce.
In un albergo di Norvegia un re in esiglio
guarda stando ad una finestra suo figlio
ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.
Dentro la chiesa d’un convento di clausura
nella gran fiaccola d’una capellatura
una forbice lunga stride con paura.
In un macello, quando l’alba rosea langue
sopra una seggiola un tubercoloso esangue
beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.
Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet