Corrado Govoni (1884-1965), Clinica di tristezza

Un missionario mentre mangia degli erbaggi

viene assalito da una turba di selvaggi

che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.

 Su e giù per il suo castello diroccato

passeggia con un giustacuore di broccato

un vecchissimo principe diseredato.

 La prima settimana della primavera

si celebrano delle nozze verso sera

in un paese devastato dal colera.

 Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,

suonano un’aria della Cavalleria,

nelle attitudini della Malinconia.

 Degli amanti si baciano sopra una salma

presso una lampada che sboccia la sua palma

di luce pallida per l’ombra che si calma.

 Con una paglia, nell’ora di ricreazione

un pazzo sotto un albero in germogliazione

batte il solfeggio, lento, con ostentazione.

 Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline

sfinite da una passeggiata senza fine

siedono silenziose tra de le ruine.

 Un collegiale nell’infermeria tossisce

con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce

un ricamo di gelo delicato che appassisce.

 In un albergo di Norvegia un re in esiglio

guarda stando ad una finestra suo figlio

ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.

 Dentro la chiesa d’un convento di clausura

nella gran fiaccola d’una capellatura

una forbice lunga stride con paura.

 In un macello, quando l’alba rosea langue

sopra una seggiola un tubercoloso esangue

beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

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