Le figurine di Radiospazio. La memoria

Cara L., non è che sono smemorato. Anche se, con l’età, lo vedi, vado sensibilmente peggiorando. Impallidiscono, in me, i ricordi, come certe vecchie fotocopie. Diventano gialle o brune, con il tempo, e alla fine sono illeggibili. Ma, con il tempo, è come se, nella fotocopiatrice, la cartuccia si svuotasse, e poiché è un modello superato, di vecchia generazione, non fosse più sostituibile. Non c’è ricambio. E non c’è più niente, così, che rimane impresso in maniera leggibile. Da un’eternità, infatti, sta lì, quell’arnese, inoperoso, in quella vecchia madia che proviene dalla casa di mio padre, e che abbiamo sistemato in camera da letto. Ho cercato di rimetterla in funzione, la fotocopiatrice, proprio per farmi una copia di queste pagine che ti sto scrivendo. Sui fogli, però, c’è un’ombra, appena, della mia scrittura. Si vedono bene, appena, ormai, le mie cancellature. È quasi un’allegoria, no? Hai ragione tu, quando dici che bisogna buttarlo via, quell’arnese, e che ci ruba spazio, soltanto. Possiamo metterla nella camera del gatto. Anche perché, anche se non fotografa più niente, in pratica, puzza sempre di inchiostri velenosi. A proposito di mio padre, che lavorava in una tipografia, non voleva che si utilizzasse mai, mi ricordo, nemmeno al cesso, la carta dei giornali. Gli inchiostri, diceva, sono tutti velenosi. Anche la memoria, probabilmente, è tutta un veleno. E puzza. Ormai, mi sto ripulendo, io, in testa, tutto.

Edoardo Sanguineti, L’orologio astronomico, Feltrinelli

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