Alessandro Carrera, Trump e Musk: in principio è l’azione (Doppiozero)

Trump e Musk: in principio è l’azione

Alessandro Carrera

28 Gennaio 2025

Nel film Un volto nella folla (Elia Kazan, 1957) assistiamo all’inarrestabile ascesa di Larry “Lonesome” Rhodes, ex cantante country interpretato da Andy Griffith che, scoperto dalla conduttrice di una trasmissione radio, diventa presto un idolo delle folle, un influencer (allora si diceva testimonial), nonché un aspirante politico. Ma quando Marcia, la produttrice che purtroppo si è innamorata di lui, decide di punirlo dei suoi tradimenti, non deve far altro che lasciare acceso il microfono alla fine di un programma televisivo e poi diffondere la registrazione in cui Lonesome Rhodes, il campione del popolo, dà degli idioti a coloro che lo seguono. Il suo indice di gradimento crolla e la sua carriera politica è finita.

Questo nel 1957, ma oggi non è più così. Il nuovo populista non teme affatto di far sapere al suo elettorato quello che pensa di loro. Quando Trump ha detto: “Amo gli ignoranti” (“I love the uneducated”) non ha perso voti, anzi ne ha guadagnati. Il populista che disprezza il popolo viene osannato da un popolo che a quanto pare disprezza soprattutto se stesso. Ma è proprio così?

Michael Sandel, filosofo della politica e autore di La tirannia del merito (2020), ha argomentato che i recenti movimenti populisti, negli Stati Uniti e altrove, sono una rivolta delle masse contro le élites di coloro che si ritengono, per nascita e censo, “la metà migliore” (è un’espressione che userò ancora, in un contesto più preciso). Ma non sono sicuro che questo sia ancora vero. Il 20 gennaio 2025, durante l’inaugurazione della sua seconda presidenza, accanto a Trump non c’erano gli ex minatori della Pennsylvania o gli operai del Michigan; c’erano gli amministratori delegati delle grandi tech companies, gli uomini più ricchi e potenti del pianeta, nessuno dei quali ha mai nascosto la propria politica antisindacale e l’assunto in base al quale il miglior amministratore è quello che licenzia di più. Come si è realizzata questa unholy alliance, questo matrimonio osceno di populismo, tecnocrazia e sovranismo?

Una risposta non effimera, anzi seriamente filosofica, la troviamo in un recente libro di Rocco Ronchi, Populismo / Sovranismo. Una illustre genealogia (pp. 164, Castelvecchi 2024). È un testo dal peso specifico troppo alto per essere semplicemente recensito; un breve riassunto delle sue tesi non gli farebbe giustizia. Di fatto, ogni capitolo potrebbe essere l’inizio di un libro a sé. Entrerò quindi in discussione con Ronchi cercando di esporre le sue idee principali e avvertendo il lettore dove aggiungerò del mio. Mi riferirò alla realtà americana perché è quella che conosco meglio, anche se il testo di Ronchi si rivolge soprattutto ai sovranismi/populismi europei.

La tesi iniziale è che populismo e sovranismo hanno la stessa genealogia, la quale non è poi così lontana da quella della democrazia. Ciò che i tre regimi hanno in comune è che non mettono mai in discussione la sovranità del “popolo”. Come poi articolano questa sovranità e che cosa intendono per “popolo” resta da vedere, ma la loro comune genesi sta nella “metafisica moderna della libertà” (p. 8) che li tiene insieme più di quanto sembri.

Innanzitutto, sostiene Ronchi, la critica della sinistra al populismo manca il suo obiettivo nel momento in cui “semplifica” il successo che il populismo sta avendo su scala planetaria, riducendolo ad un inganno di cui le masse sarebbero vittime. È un errore già commesso in passato, quando liberali, socialisti e comunisti avevano sottovalutato la portata “filosofica” del fascismo, che non era un’aberrazione del liberalismo bensì una vera e propria metafisica.

Una metafisica del potere? Dello Stato? Mi azzarderei a dire: dell’azione. Ronchi fa entrare qui la categoria del mito, o la politica del mito, che riprende da Georges Sorel (il pensatore le cui tesi potevano essere piegate a destra come a sinistra, e che forse più di ogni altro ha influenzato il giovane Mussolini). È il “mito dell’azione” a costituire allora la metafisica del fascismo, e troverei la sua prima radice nell’interpretazione che il Faust di Goethe dà del primo verso del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”. No, dice Faust: “In principio era l’azione!”.

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