
Un limpido pomeriggio invernale… Il gelo è compatto, scricchiola, e a Nadia, che mi tiene a braccetto, si coprono d’una brina argentea i riccioli delle tempie e la peluria sopra il labbro superiore. Stiamo su un alto poggio. Dai nostri piedi fino al suolo si stende un piano in pendio, nel quale il sole si guarda come in uno specchio. Accanto a noi, piccole slitte rivestite di panno rosso vivo.
– Che ne dite, Nadia Petrovna? Scivoliamo giù?
– No, vi supplico, non ne ho il coraggio.
– Una volta soltanto. Vi assicuro che ce la caveremo.
– Ho paura, troppa paura. Sento che potrei anche impazzire.
– Vi supplico, non bisogna aver paura. Dovete assolutamente cercare di vincervi.
– E va bene, ma una volta sola.
La faccio sedere, pallida, tremante, nella slitta, la cingo col braccio e insieme con lei mi precipito nell’abisso.
La slitta vola come un proiettile. L’aria solcata ci percuote in viso, urla, fischia negli orecchi, ci morde, ci pizzica dolorosamente, vuole strapparci la testa dalle spalle. Per la pressione del vento non s’ha la forza di respirare. Sembra che il diavolo in persona ci abbia avvinghiati con le zampe e urlando ci trascini all’inferno. Ecco, ecco, ancora un attimo e pare che saremo perduti!
Mi avvicino all’orecchio della mia deliziosa compagne e le dico sottovoce:
– Io vi amo, Nadia! —
La slitta ricomincia a correre sempre più piano, il respiro cessa di venir meno, e noi finalmente siamo in fondo. Nadia è più morta che viva.
– Giuro che non ci verro mai più, per nulla al mondo.
– Non bisogna mai giurare. Soprattutto per una sciocchezza come questa.
– Una sciocchezza? Per poco non son morta!
Dopo un po’ di tempo ella torna in sé e mi guarda interrogativamente negli occhi: sono stato io a dirle quelle quattro parole, o le è solo sembrato di udirle nel frastuono del turbine? E io sto accanto a lei, fumo e osservo con attenzione il mio guanto. Ella mi prende sottobraccio, e noi passeggiamo a lungo attorno al poggio. L’enigma, evidentemente, non le dà pace. Sono state dette quelle parole o no? Sì o no? Sì o no? Oh, che giuoco su quel caro volto, che giuoco!
– Sapete?
– Che cosa?
– Potremmo andare ancora una volta… giù in slitta.
Saliamo per una scala sul poggio. Di nuovo io faccio salire la pallida, tremante Nadia nella slitta, di nuovo voliamo nella paurosa voragine, di nuovo urla il vento, e di nuovo, al momento della più forte e fragorosa volata della slitta, dico sottovoce:
– Io vi amo, Nadia!
Quando la slitta si arresta, Nadia fissa a lungo il mio viso, tende l’orecchio alla mia voce indifferente, e sul volto le sta scritto: «Ma di che si tratta? Chi ha pronunciato quelle parole, Lui, o m’è solo sembrato di udirle?»
Questa incertezza l’inquieta, le fa scappare la pazienza. La povera fanciulla non risponde alle domande, si acciglia, ha le lacrime agli occhi.
– Non dovremmo andare a casa?
– Ma a me… a me piace questo scivolare…
Per quel pomeriggio non scendiamo più con lo slittino, e l’enigma resta enigma. La mattina del giorno dopo ricevo un bigliettino: “Se oggi andrete allo sdrucciolo, passate da me. Nadia”.
E da quel giorno comincio ad andare con Nadia quotidianamente allo sdrucciolo e , volando giù in slitta, pronuncio ogni volta sempre quelle stesse parole:
– Io vi amo, Nadia! —
Ben presto Nadia si abitua a questa frase. Vivere senza essa non può. Sospetti di pronunciarle siamo sempre noi due, io e il vento… Chi dei due le dichiari il suo amore ella non sa, ma ormai, a quanto pare, le è indifferente: da qualunque vaso si beva è tutt’uno, purché si sia ebbri.
Una volta, a mezzogiorno, mi avviai allo sdrucciolo solo; mescolatomi alla folla, ed ecco che al poggio si avvicina Nadia e mi cerca con gli occhi… Poi sale timidamente su per la scaletta. Ha paura ad andar sola, oh, come ha paura! È pallida come la neve, trema, ma va, senza guardarsi indietro, risoluta. Evidentemente ha stabilito di provare: si potranno udire quelle stupefacenti, dolci parole quando io non ci sono? Quando si alza dalla slitta, debole, esausta, si capisce che quella corsa non le ha chiarito il dubbio. La paura, mentre scivolava giù, le ha tolto la capacità di udire, di distinguere i suoni, di capire…
Ma ecco che giunge la primavera, e io mi accingo a partire per Pietroburgo; per molto tempo, probabilmente per sempre.
Una volta, un paio di giorni prima della partenza, sono seduto nel mio giardinetto, che confina con quello di Nadia. La vedo che esce sul terrazzino e fissa un triste sguardo nel cielo. Il vento primaverile le ricorda quel vento che ci soffiava allora sul collo. E la povera fanciulla tende tutt’e due le mani, come pregando questo vento di recare ancora una volta quelle parole. E io, dopo aver atteso che soffi il vento, dico a mezza voce: “Io vi amo, Nadia!”
Dio mio, che cosa avviene in lei! Manda un grido, sorride con tutto il volto e tende incontro al vento le mani, gioiosa, felice, così bella!
E io vado a far le valigie…
Questo è accaduto tanto tempo fa. Adesso Nadia è già maritata; l’hanno sposata, o s’è sposata, fa lo stesso, con un notabile, e ora ha già tre bambini. Come noi andavamo un tempo insieme allo sdrucciolo e come il vento portava fino a lei le parole “Io vi amo, Nadia”, ella non l’ha dimenticato; per lei adesso è questo il più felice, il più commovente e bel ricordo della vita…
E a me, ora che mi son fatto più vecchio, riesce ormai incomprensibile perché dicessi quelle parole, a che scopo scherzassi…
Anton Čechov, Racconti, BUR, Traduzione Eridano Bazzarelli