
Il programma era più variegato di un serpente a sonagli. Succedè senza carità d’intervallo, – dopo una semplice detersione di sudore frontale da parte del Bartholdi stesso – gli succedè l’ineffabile e dondolante Foroposo, (che gli intimi chiamano Fofò) (probabilmente Hector Villa-Lobos, N.d.R.), un brasiliano: giovanissimo, e pure già donno dell’arte. Dopo alcune mossucce tipicamente foroposane, venne senz’altro al fatto: impiastratosi a menare e a stiragliare per dodici minuti buoni un suo caramellone equivoco di accordi di settima, tutto mandorlato dai confettini del triangolo. Tantochè, suasore un romanticone di quelli, l’epa tesa dei timpani principiò ad averne abbastanza: e fu, dapprincipio, un mugugno sordo, opaco, un fremere come di sotterra, quasi per la spinta di gas interni (alla terra) che non potessero estrinsecarsi naturaliter: trombe sincere e chiare, allora, presero il coraggio a due mani; e si diedero a roboare dalla disperazione. Le inseguì precipitatamente lo sfinctere mefistofelico dei contrabbassi, il susurro sfatto delle vecchie viole ottantenni: spernacchiando e sbravazzando inturgiditi violoncelli, in un pizzicato, all’unisono con le lor nonne in vapore: nel sussiego e nel fasto inopinato di quel purgante aprilano, che affettava omai, era chiaro, tutta la tribù dell’orchestra. In chiusura, l’immancabile cataclisma di violini, ottoni, piatti e timpani, coribanti della liquidazione.
Carlo Emilio Gadda, Un “concerto di centoventi professori”, L’Adalgisa: Disegni milanesi, Adelphi.