
Ripetei più volte fra me e me le parole il mondo artistico, e anche la vita artistica, ma in realtà queste parole le dissi ad alta voce e in modo tale che le persone nella sala da musica non potevano non sentirmi, e in effetti mi sentirono perché a un tratto guardarono verso di me, ossia guardarono dalla sala da musica verso l’anticamera senza in effetti potermi vedere, in quanto loro mi avevano sentito dire, e poi ripetere più volte, le parole la vita artistica e il mondo artistico, e io intanto pensavo che cosa hanno significato per me allora, e che cosa, in fondo, significano ancora oggi questi concetti di mondo artistico e di vita artistica, più o meno tutto, pensavo adesso nella bergère, e com’è di cattivo gusto, da parte degli Auersberger, chiamare la loro cena, o meglio il loro pranzo serale, come si dice a Vienna, cena artistica. Come sono caduti in basso gli Auersberger e i loro simili, pensavo nella bergère, questi Auersberger che da tempo ai miei occhi, da decenni ormai, hanno fatto bancarotta sul piano artistico e, in generale, sul piano intellettuale, e dunque, in effetti, anche sul piano umano. Eppure tutte quelle persone nella sala da musica avevano certamente sentito quando io avevo detto mondo artistico e vita artistica, ma l’avevano sentito come se io avessi detto cena artistica alla maniera degli Auersberger, e a prescindere dal tono di voce con cui avevo detto mondo artistico e vita artistica, quelle persone non avevano notato nient’altro, non avevano capito niente del significato che aveva avuto per me pronunciare le parole vita artistica e mondo artistico nel momento in cui le avevo pronunciate. Tutte quelle persone, in effetti, erano un tempo artisti o quanto meno talenti artistici, pensavo adesso nella bergère, mentre ora non sono altro tutti quanti che un’unica marmaglia artistica che non ha più niente in comune con l’arte e dunque con l’artistico, proprio come la cena dei coniugi Auersberger. Tutti quegli individui che in effetti un tempo sono stati artisti o quanto meno esseri artistici, pensavo nella bergère, adesso non sono nient’altro che larve e gusci di quello che sono stati un tempo; mi basta ascoltare quello che dicono, mi basta guardarli in faccia, mi basta entrare in contatto con le loro creazioni, e sento la stessa cosa che sento adesso nei confronti di questo pranzo serale, di questa cena artistica di pessimo gusto. Che cosa è venuto fuori da tutte quelle persone in questi trent’anni, pensavo, che cosa hanno fatto di se stessi tutti quegli individui in questi trent’anni. E che cosa ho fatto io di me stesso in questi trent’anni, pensavo. In ogni caso è deprimente ciò che quelle persone hanno fatto di se stesse in questi trent’anni, e altrettanto deprimente è ciò che ho fatto io di me stesso, pensavo, da tutto quell’insieme di fortunate circostanze e situazioni di allora tutte quelle persone hanno tratto circostanze e situazioni deprimenti, pensavo nella bergère, tutto esse hanno trasformato in qualcosa di profondamente e interamente deprimente, tutta la loro fortuna in una depressione unica, pensavo nella bergère, così come io stesso della mia fortuna ho fatto una depressione unica. Perché senza dubbio tutte quelle persone sono state un tempo, ciò significa allora, ossia trenta o vent’anni fa, persone fortunate, e ora invece sono soltanto persone deprimenti, così come anch’io in ultima analisi sono ormai soltanto una persona deprimente e sfortunata, pensavo nella bergère. Hanno trasformato una fortuna unica in una catastrofe unica, pensavo nella bergère, una grande speranza in una grande disperazione. Perciò, guardando nella sala da musica, non guardavo nient’altro che la disperazione, pensavo nella bergère, nient’altro che una disperazione esistenziale, e nient’altro, per così dire, che una disperazione artistica, la verità è questa.
Thomas Bernhard, A colpi d’ascia. Una irritazione, Adelphi