
Questo è un davvero imprevedibile caleidoscopio, a incominciare dalla prima tessera: un missionario viene assalito da una turba di selvaggi scatenati mentre sta mangiando (brucando?) l’erba. La figurina potrebbe comparire su un giornaletto laicheggiante, oppure in una canzonetta demenziale, ma anche in un contesto più letterariamente nobile, come i nonsense di Edward Lear. Un trio di ciechi che, con un forte senso della finzione, indossano la maschera della malinconia sulle note della Cavalleria rusticana. Una squadra di suore (Orsoline) che Govoni sparge con gusto pre-felliniano su imprecisate rovine. Un pazzo che solfeggia sotto un albero. Queste accensioni trasformano lo spazio poetico in una scena sulla quale compare e si dissolve un rosario di personaggi scanditi sul tempo di altrettanti flash: eterogenei e combinati in dissonanze preziose; le figurine bislacche vengono contrappuntate da scorci gotici (due amanti che si baciano sopra una salma), oppure crepuscolari (il collegiale che tossisce nell’infermeria), o tratte da un repertorio decadentistico che non teme le vertigini dell’iperbole (il tubercoloso esangue che beve un calice di sangue). Ma le scapestrate terzine sono governate dalla metrica ilare e inflessibile delle rime che si baciano come in una canzone troppo sempliciotta per non rimandare a un metafisico terso e tragico.
Clinica di tristezza
Un missionario mentre mangia degli erbaggi
viene assalito da una turba di selvaggi
che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.
Su e giù per il suo castello diroccato
passeggia con un giustacuore di broccato
un vecchissimo principe diseredato.
Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,
suonano un’aria della Cavalleria,
nelle attitudini della Malinconia.
Degli amanti si baciano sopra una salma
presso una lampada che sboccia la sua palma
di luce pallida per l’ombra che si calma.
Con una paglia, nell’ora della ricreazione
un pazzo sotto un albero in germogliazione
batte il solfeggio, lento, con ostentazione.
Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline
sfinite da una passeggiata senza fine
siedono silenziose tra de le ruine.
Un collegiale nell’infermeria tossisce
con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce
un ricamo di gelo delicato che appassisce.
In un albergo di Norvegia un re in esiglio
guarda stando ad una finestra suo figlio
ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.
Dentro la chiesa d’un convento di clausura
nelle gran fiaccola d’una cappellatura
una forbice stride con paura.
In un macello, quando l’alba rosea langue
sopra una seggiola un tubercoloso esangue
beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.
Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet
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5 pensieri riguardo “Chiaroscuri ‘900 (V). I fuochi d’artifizio di Govoni (1905)”