Le figurine di Radiospazio. Grandi decadute

Baruch è amico delle valchirie, ma la loro non è un’amicizia ordinaria, tra persone che di tanto in tanto si incontrano e vanno al cinema insieme, oppure a prendere il gelato in un locale non troppo affollato, per chiacchierare del più e del meno e raccontarsi i fatti privati di un comune conoscente. No, la loro amicizia ha qualcosa di selvaggio. Baruch possiede una piccola proprietà in fondo alla valle, sul pendio verde che scende fino al torrente, in parte coltivata a frutteto e in parte coperta di boschetti; lì si incontrano l’orologiaio e le valchirie. Queste arrivano sempre a cavallo, con un rumore assordante che fa tremare tutta la valle, corazzate, spettinate, piuttosto vecchiotte ma agili ancora e chiassose come ragazzine. L’orologiaio le aspetta in mezzo a un prato e le valchirie gli cavalcano intorno, alla maniera degli indiani del Nuovo Continente, brandendo lance e gridando come forsennate: «Ho hai! Ho ho hai! Ciao Baruch! Hoio tohoio ho ho hai!». Gli vogliono bene, l’hanno visto crescere. Non che le valchirie abbiano molto da fare, ormai, a parte andare a trovare gli amici. Sono sette, tutte zitelle, e mangiano soltanto del pane, anche pane raffermo. Perciò Baruch, quando le sente arrivare, prende la sporta del pane vecchio e se la porta dietro. Mentre le valchirie gli strepitano intorno, con i capelli bianchi al vento, lui spezza il pane e lo butta a qualche metro di distanza, come se fosse alle galline, e loro ne raccolgono i pezzi con la punta della lancia. Così le valchirie saziano la loro antica fame, nella maniera più confacente alla loro quasi divina condizione.

Rodolfo Wilcock, Le Walkirie, Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi

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