Le figurine di Radiospazio. Il pane e le uova

Una sera mi telefonò mia figlia, dicendomi che voleva cambiar vita. «Non ti so dicendo che sono una vittima, papà… Sono solo una ragazza con due bambini e un fannullone buono a niente che vive con me. Non sono diversa da un sacco di altre donne. Non ho mica paura di lavorar sodo. Tutto quello che chiedo è un’opportunità di farlo. È l’unica cosa che chiedo al mondo… Posso fare a meno di un sacco di cose, ma finché non mi si offre una possibilità è dei bambini che mi preoccupo… Se ce la faccio ad arrivare all’estate, i miei problemi sono finiti, però mi occorre un piccolo aiuto, papà… Ehi, papà, mi ascolti?»Decisi di mandarle un tot al mese, ma avrei tanto voluto che quel figlio di puttana che viveva con lei non potesse mettere le mani su un’arancia o su una fetta di pane comprate coi miei soldi. Ma non c’era verso. Dovevo continuare a mandar soldi senza star lì a preoccuparmi troppo se quell’impiastro avrebbe intinto il pane nelle mie uova.

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